ago 24 2010

FORZA ITALIA E PDL

Scritto da AngelinoMasin in Generale

Il lungimirante progetto politico di Berlusconi, nasceva nel 1994 ed aveva come scopo, per noi condivisibile e appassionante, di opporsi al tentativo restauratore che vedeva come alleati i comunisti di allora, i cattolici di sinistra rappresentanti della Cei, e i giacobini giustizialisti. Quelli che avevano ucciso , insomma, Craxi e Moroni: politicamente ed umanamente. Si sconfisse la gioiosa macchina da guerra e per Berlusconi iniziò un calvario politico, nonostante la vittoria elettorale, innescato da una magistratura quanto mai partigiana ed antipopolare ( se chi ha i voti rappresenta il popolo… ). In circa 15 anni il Cavaliere non ha voluto, però, creare un Partito, un ideologia. Per il cervello che gli si può riconoscere, non è stata una dimenticanza nè una incapacità… Non lo poteva fare. Troppe anime e scuole di pensiero. Nel corso degli anni, poi, lo spirito libertario che Forza Italia emanava ai suoi albori, si è decisamente afflosciato e l’immagine laica che ne derivava si è, nel tempo, appannata.
Non era più la corsa iniziale nei campi di quà e di là ( della politica ), purchè” uniti sì ma contro il P. c. i. ” … Alla fine anche per il buon Silvio il problema del ” Centro ” ( che esiste solo in Italia, come il Vaticano… ) si è posto. Non ha arginato al suo interno il partito degli affari ( anzi forse subendolo ) e diventando sempre più uomo di governo ( si pensi, ad esempio, alle energie profuse per l’Aquila ), ha dovuto tralasciare la leadership del partito, in maniera diretta, voglio dire. Troppo debole ( volutamente ? ) la triade Verdini Bondi La Russa, troppo deboli le caratteristiche del POLITICO in Silvio Berlusconi : insomma, grande Premier ma mediocre Leader.
Da questa carenza/assenza sono nate tutte le attuali difficoltà dell’area di centrodestra riformista. Il ” Lungimirante ” progetto sì è involuto su sè stesso ( Berlusconi ) ed alla lunga la POLITICA ha reclamato. Poteva farlo più d’uno ovverossia quanti fossero espressione e rappresentanza di una ” linea politica ” di una storia, di una ideologia… Rotondi, Nucara, Caldoro, Casini, Fini… Coloro, insomma, che a differenza di Cicchitto, Sacconi, Brunetta, Boniver, ed altri ex socialisti, avevano tenuto duro per salvare una bandiera, un’idea, un simbolo. Casini, di scuola Dc, se n’è andato… gli altri non hanno avuto il coraggio o l’imprudenza… ” Primum vivere deinde philosophari “… Adesso Fini, dopo ripetute richieste inevase ed ascoltate, in rispetto e coerenza ad una ” giustezza della politica “ed alla sua scuola di pensiero, ha deciso di prendere le distanze, di chiedere chiarimenti per sapere e capire se quel progetto lungimirante ha ancora gli stessi obiettivi ( che è cosa diversa dal realizzare il programma di Governo… ). Il NPsi di Caldoro poteva convenire oppure no, abbozzare, proporsi nella questione, sollevare il problema.. Ancora una volta felloni, se il nostro progetto non era solo quello di diventare Berlusconiani, ancora una volta coerenti se l’intendimento era solo quello di avere, comunque, un posto, seppure in fondo in fondo nel salone di Palazzo Grazioli.
Mi chiedo se esista ancora per la nostra dignità di vecchi socialisti la necessità di assecondare comunque un progetto che se aveva significato e speranza nel 2007 ( Congresso elettivo di Caldoro e tesi relative ), ad oggi non ha ancora avuto un’assise di aggiornamento e di verifica !!! Dov’è finito l’orgoglio socialista ?
L’iniziativa di Fini e la dichiarazione di voto di Chiara Moroni rappresenta per noi the last train…
Non ho capito se l’iniziativa di Di Trapani, la pomposa e deferente lettera al Presidente, sia stata concertata con Spedale. E’ difficile, purtroppo, che il gatto e la volpe…ma se il senso della dichiarazione del Vicesegretario laddove dice ( più o meno ) ” i termini di una risposta si riterranno scaduti alla riapertura delle Camere “… beh, possono intendersi quanto meno come un warning… che verificandosi darebbe il via a… ?
Molto più auspicabile un nostro sostegno a Chiara Moroni, nello spirito che la sua dichiarazione non ha lesinato di fare capire.
Più contorto per me pensare che sia tutta una manfrina per non mettere in difficoltà il Governatore della Campania, il solito atteggiamento da vorrei ma non posso; la tiratina d’orecchi a Barani… ( perchè il Segretario Nazionale, caro Franco, quando mai si è manifestato ? ). Molto più politico sarebbe che gli attuali sommi dirigenti del NPsi avessero la forza ed il coraggio di convocare un assemblea nazionale per valutare ” politicamente ” la posizione di Chiara Moroni e di seguirla..
Il resto – come la lettera deferente  o la riproposizione della questione socialista che non interessa a nessuno – solo manfrina, chiacchere e, forse, ipocrisia.

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ago 23 2010

Nuovo PSI: riformulare l’alleanza!

Scritto da Redazione in Generale

Il mese di riflessione, quello della pausa estiva sta volgendo al termine. Tra poco si riprenderà a 360° l’attività politica.
Quello cui abbiamo assistito adesso è solo l’inizio di una stagione dal futuro incerto.
Elezioni? Governo di coalizione? Nuovo partito di Fini?
Tutti interrogativi cui è difficile azzardare una previsione.
Di certo vi sono alcuni fatti, che hanno modificato natura e struttura del PDL.
L’espulsione di Fini e la costituzione di un gruppo autonomo di FLI alla Camera e Senato ha rimescolato le carte; si sono verificati dei vertici del PDL e sono stati stilati dei punti programmatici.
Sono consapevole della debolezza strutturale e numerica del Nuovo PSI, non di quella Politica, ma mi chiedo se qualcuno di noi è stato interpellato o convocato o ha partecipato ad alcuna delle riunioni.
E se ciò non è avvenuto, tutto questo ha e avrà un peso ed un significato politico o no?
Persino Rotondi, si è lamentato della mancata partecipazione e noi?
Settembre è il mese decisivo; Di Trapani ha scritto una lettera al Presidente, nella quale chiede per nome e per conto del Nuovo PSI un incontro.
Aspettiamo il tempo ragionevole della riapertura delle Camere, poi credo che il tempo sia scaduto.
Da troppo tempo il Partito vive in uno stato di coma che tende sempre più ad essere irreversibile.
Mai una volta dal 2007, hanno in cui faticosamente ho contribuito con altri a riprendere il percorso che ci era stato scippato, abbiamo espresso posizioni politiche realmente Socialiste.
Il silenzio assordante è stato così preponderante che persino all’interno delle strutture è scemato qualsiasi dibattito e sono emerse invece liti e contrapposizioni devastanti e deleterie.
Il nostro rappresentante alla Camera dei Deputati (ammesso che sia ancora Nuovo PSI e non PDL, poiché in numerose occasioni ho percepito come se ritenesse chiusa la parentesi del Nuovo PSI), quando interviene è sempre per trovare uno spazio di propria visibilità e mai per un’iniziativa politica.
Il gruppo dirigente non conosce le strutture periferiche né i suoi dirigenti.
Né d’altra parte la situazione appare essere migliore nel PDL.
Il governo con una cospicua presenza di ex socialisti, si sta caratterizzando come un Governo in cui lo spirito Laico e riformista viene costantemente mortificato.
Stupore e sbigottimento hanno suscitato in me le posizioni di Sacconi o di Cicchitto, che mostrano sempre più una cultura “catto-popolare” e sempre meno liberal-socialista-riformista.
Qualcosa noi del Nuovo PSI dobbiamo fare, tanto più se vi può essere l’ipotesi delle elezioni anticipate.
Gli spazi che si stanno aprendo sono numerosi, è possibile riprendere il filo del discorso con il PSI o almeno con la sua parte che rifiuta di costruire un’alleanza con Vendola.
I Socialisti sono da sempre stati dei liberi pensatori, hanno da sempre combattuto per le riforme, per rendere il nostro un Paese più libero e moderno.
Credo che il percorso debba ripartire da qua.
Dalla nostra autonomia intellettuale, dalla capacità di farsi rispettare, dalla libertà di pensiero; non credo che abbia ancora un futuro una politica di opportunismo.
Il primo passaggio è trovare una soluzione nella gestione del Partito, poiché gli impegni del nostro Segretario sono tali da renderlo per lo più occupato su altre questioni.
La soluzione va trovata negli attuali assetti, ma certamente non è ipotizzabile alcuna forma di vicariato, che significherebbe l’apertura di un conflitto senza pari.
In secondo luogo, la ripresa di un’azione politica chiara e precisa, con una riformulazione delle interlocuzioni.
E cioè se vi è il PDL di cui noi siamo cofondatori, non possiamo essere emarginati, nel caso contrario, non possiamo stare ancora una volta colpevolmente zitti.
Tutto questo ammesso che si voglia tenere ancora vivo il Partito, perché in caso contrario sarebbe necessario convocare un congresso di scioglimento.

Franco Spedale
Vice Segretario Nazionale
Nuovo PSI

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ago 21 2010

lettera al Presidente Berlusconi

Scritto da Redazione in Generale

Caro Presidente,
gli accadimenti degli ultimi giorni che tentano di modificare in modo rilevante gli scenari politici interni ed esterni al Popolo delle Libertà, inducono ad una riflessione di cui vorrei renderLa protagonista per assecondare la realizzazione del Suo lungimirante progetto politico del PDL.
Il patto fondativo del Popolo della libertà, così come sottoscritto da tutti i cofondatori, scaturisce dalla esigenza di dare vita ad un nuovo soggetto politico, ispirato ai valori riformisti e liberali già presenti nelle democrazie occidentali avanzate, aperto ed inclusivo delle diverse tradizioni e sensibilità politiche ed in grado di salvaguardarne le identità e le autonomie.
Su queste premesse da tutti condivise all’atto della fondazione, la mancanza di unità riscontrata e le diverse posizioni assunte da alcuni autorevoli esponenti del PDL rendono indispensabile e urgente rilanciare lo spirito originario del Popolo delle Libertà, valorizzando le diverse identità politiche anche sotto il profilo organizzativo.
In punto politico occorre occupare quello spazio che opportunisticamente potrebbe essere occupato da chi contrariamente a Lei non ha saputo difendere queste identitarie tradizioni. A tale scopo sembra produttivo ipotizzare il significativo apporto che possono dare alla comune causa il Nuovo PSI di Stefano Caldoro ed il PRI di Francesco Nucara, cofondatori del progetto PDL ed in linea con gli accordi fondativi, non solo sul piano numerico, ma anche e specialmente in termini contenutistici.
Sulla scorta di quanto rappresentato, Le sarei grato di un incontro.
Distinti saluti
Roma,5 agosto 2010

Antonino Di Trapani
Coordinatore della Segreteria Nazionale
Responsabile Ufficio Nazionale Organizzazione

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ago 10 2010

NUOVO PSI E FLI

Scritto da AngelinoMasin in Generale

Il Nuovo Psi è obiettivo diverso dall’area liberalsocialista. Ovverossia la difesa del Nuovo psi è cosa diversa dalla difesa dell’area politica che posso e possiamo sentire ancora nostra in quanto rappresentativa dei ns. ideali e della ns. passione politica.
Il Vicesegretario nazionale Npsi Spedale continua a parlare di Nuovo Psi, Chiara Moroni di ” spunti riformisti ed innovativi ” presenti in Fli. Premetto che starò con Spedale fino all’ultimo, insistendo, come ho già fatto, che tentare ” di salvare la sigla ” ( il simbolo del NPsi ) possa essere operazione inopportuna ed italianamente velleitaria.( Chi li caga più i socialisti elettoralmente parlando ? e senza dietrologie e retaggi ideologici : quante cose ” da socialista ” ha detto e difeso ultimamente Fini ? ). Più d’una, mi pare. Dunque sono per sostenere queste idee socialiste e non già i socialisti senza idee.
Caricare sulle spalle di Chiara ” il cadavere ” politico del Npsi potrebbe essere un errore, anzi per me lo è. Ribadisco a Spedale : salvare il simbolo per che cosa ? Lo utilizzeremmo alle prossime votazioni ? Politicamente sarebbe plausibile ? O ancora una volta l’unico risultato sarebbe di dire ” esisto ” davanti al nostro specchio e nessuno che ci segue ? La vanità non è ” politica “. Il pragmatismo, invece, sì. Batterci ancora per risultati da prefisso telefonico non è ” politico “. Sostenere e far crescere ” le idee socialiste ” sì. Io non divento finiano, ma trovo che ultimamentte il Presidente della Camera e quanti lo hanno stroicamente seguito, la pensino come me su molte questioni. E se anche Fini ne dubita o non lo ammetterà, volente o nolente le sue idee di questi ultimi tempi, sono idee ” socialiste “.Insisto : non idee da Psi o Ps o Nuovo Psi ( poveri noi … ). Ma proposte ” riformiste ed innovative ” come ha dichiarato la ” compagna ” Moroni, figlia di Sergio.
Per questo personalmente ho già deciso di aderire e sostenere Fli ! E, anche in questo, in perfetta sintonia con Chiara, intendo partecipare da subito a questo nuovo progetto ” riformista ed innovativo ” che rappresenta Fli. E’ in tale prospettiva che accolgo l’invito di Spedale di instaurare ed incentivare un dibattito tra noi. Ma per quanto mi riguarda l’analisi e la scelta le ho già fatte è dirò a Chiara, se mi sarà possibile, che per realizzare una società sempre più riformista progressista laico e garantista, oggi vale moltissimo di più il suo solo nome e cognome che non l’intero (?) Nuovo Psi.
( Se poi qualcuno pensa che il Nuovo Psi va salvato per la testata giornalistica ” Socialista Lab ” ed il contributo statale che ne deriva… Beh, non mi interessa, proprio sono fuori da queste ottiche che anzi mi fanno un pò… ).
Tornando alle cose serie, ci sto e ci sono per diventare ed essere protagonista nella politica del Fli.
Ed all’uopo mi attiverò per realizzare al più presto una riunione-incontro dei ” Socialisti innovativi sostenitori del Fli ” del Nord Italia. Spero ci sia anche Chiara e… anche voi. Possiamo dare ancora molto alla crescita sociale del nostro Paese, sia in termini di proposte sia in termini di comportamenti politici, più all’interno del Fli che non restando nel NPsi. In rispetto al nostro senso civico non possiamo rifiutare questa occasione. Anche i ns. figli ce lo chiedono e non ci perdonerebbero la vanitosa riluttanza.
Un abbraccione a tutti ( e aspetto critiche obiettive e costruttive ).
Angelino Masin
( ex segretario regionale veneto Npsi
Presidente Associazione Veneta Socialisti liberali del Nord
Co-Presidente Circolo Generazione Italia “Giorgio Gaber ” di Rovigo )

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ago 07 2010

Il NUOVO PSI E LA DANNATA QUESTIONE SOCIALISTA

Scritto da Redazione in Generale

Il passaggio della Moroni in FLI ha riaperto il dibattito e l’interesse attorno all’area cosiddetta Socialista.
Se prima di mercoledì si poteva pensare che il PDL potesse rappresentare anche i Socialisti che non avevano voluto partecipare alla coalizione con la Sinistra, adesso si apre un nuovo capitolo.
È il PDL il contenitore adatto per la crescita e lo sviluppo dell’area Socialista?
Indubbiamente in questi ultimi due anni non è che il PDL sia emerso per i valori LAICI, anzi tutt’altro.
Abbiamo assistito alla conversione di Sacconi, alla sparizione di Stefania, alla teorizzazione dell’adesione al PPE da parte del Lombardiano Chicchitto; né il Nuovo PSI si è fatto notare per questioni rilevanti; anzi il profilo è stato sempre basso, spesso assente.
Molto era ed è comprensibile; il Segretario Caldoro ed il gruppo dirigente aveva il dovere di riaccreditarsi rispetto ad una mal gestione che De Michelis ed altri avevano praticato, ma adesso?
La rottura che il Cavaliere ha pensato di creare con Fini ha due aspetti inquietanti: il primo è che il dissenso non è ammesso.
Questo non è tanto nella cultura del Presidente del Consiglio, quanto piuttosto nella cerchia dei colonnelli ex An che di fatto hanno “conquistato” il PDL.
Il secondo aspetto che desta qualche preoccupazione riguarda una delle motivazioni che sono state addotte nella “epurazione” nei confronti di Fini e cioè che aveva mantenuto una sua organizzazione.
Uno dei fatti preponderanti che hanno condotto il Nuovo PSI a dare la sua adesione al PDL era proprio quello della garanzia del mantenimento della propria identità ed autonomia.
Ma la rottura con Fini apre altri scenari, rispetto ai quali, un partito, se esiste ancora e non si è sciolto, così come invece traspare dalle dichiarazioni dell’ex sindaco di Villafranca in Lunigiana, Lucio Barani, ha il dovere politico, verso se stesso e verso i propri dirigenti di esprimere le proprie riflessioni.
Personalmente no crediamo che si giunga ad elezioni quest’autunno, ma la probabilità che si possa andare nella prossima primavera è molto alta.
E la questione Moroni ha riaperto la “dannata” vicenda Socialista.
Numerosi sono stati gli esponenti del PS che hanno rilanciato verso un progetto che, distaccandosi da Vendola, possa creare nell’area FLI un raggruppamento Socialista, richiamando all’unità tutti gli irriducibili, che non accasandosi ne in F.I. , né nel P.D. hanno mantenuto l’identità e l’autonomia Socialista.
Numerosi sono stati anche gli ex Socialisti che si sono prodigati in critiche nei confronti della Moroni.
Solo il Nuovo PSI è stato zitto o quando ha parlato, per voce di esponenti che non si capisce se rappresentino ancora il Partito o meno, ha riportato volgarità irripetibili.
Il punto non crediamo che sia accusarla o meno di tradimento, le scelte politiche sono tali e sempre frutto di un ragionamento, non le si possono condividere ma le si devono rispettare, quanto piuttosto capire seriamente se il passaggio della Moroni sia davvero una nuova possibilità per riaprire la strada ad una cultura libera-socialista o se invece la vicenda dei Socialisti è per sempre finita.
Se ci dovessimo attenere ai pettegolezzi che Lucio Barani riferisce sulla stampa, crediamo che la storia sia davvero finita.

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ago 05 2010

Socialisti che fare?

Scritto da Redazione in Generale

La presa di posizione di Chiara Moroni che abbandona il PDL rivendicando la propria storia, rilanciando l’identità, l’autonomia e l’orgoglio della sua natura SOCIALISTA è la vera novità del dibattito Politico di questi giorni.
Il PDL non è, così come non lo è stato Berlusconi, il raggruppamento in cui un area riformista poteva trovare un suo spazio.
I colonnelli ex AN sono oggi i veri direttori dell’orchestra, e in più occasioni abbiamo visto Cicchitto, Sacconi, Stefania Craxi ed altri rappresentanti della cosiddetta area Socialista rinunciare alla propria identità.
Può essere l’occasione buona per ricreare un cedrto interesse di area?
Il PS di Nencini già avanza proposte…
Ed il Nuovo PSI è rappresentato dalle dichiarazioni di Lucio Barani, oppure ha una sua idea sullo sviluppo del nuovo scenario?
Ragioniamone insieme

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giu 08 2010

Documento della Segreteria Nazionale

Scritto da Redazione in Generale

Negli ultimi 15 anni, i fatti evidenziano come la volubilità degli scenari politici renda impossibile fare previsioni e progettare percorsi senza che ciò rischi immediatamente di essere smentito.

Il nostro Partito con grande lealtà ha seguito il processo di costituzione del nuovo soggetto politico pdl, cercando di adattarsi, plasmando il proprio essere, pur mantenendo la propria identità , inserendosi nel processo costituente, apportando le proprie idealità.
Tutto ciò non è un punto di arrivo ne l’esaurimento di un’esperienza politica , bensì la spinta dalla quale rilanciare con forza ed autorevolezza la presenza dei Socialisti Liberali nel nostro Paese.
La lunghissima transizione del sistema politico attuale ci impone un colpo di reni per continuare con maggiore vigore la nostra opera per modernizzare il nostro Paese e migliorare il benessere di tutti.
È indubbio che anche il Nuovo PSI attraversa la crisi del sistema che se coinvolge strutture ben più corpose della nostra rischia di avere effetti anche su una organizzazione fragile come quella del Nuovo PSI.
La debolezza di interlocuzione sia a livello centrale che periferico all’interno del soggetto politico pdl provoca sicuramente in molti militanti, certamente anche nel nostro quadro dirigente, un senso di delusione .
E’ una necessità Rilanciare con forza la nostra strategia politica riconfermando la nostra adesione al progetto PDL, non modificando la natura del contratto ma chiedendo dignità politica.
In primo luogo diventa necessario ritrovare una una sintonia e una omogeneità in ambito Pdl in particolare negli organismi che sono nati sul territorio per garantire il ripetto del ruolo dei vari soggetti costituenti.
La nostra organizzazione ha una connotazione regionale che deve , però , essere coerente con le scelte nazionali.
Solo attraverso un partito nazionale diventa più forte la nostra interlocuzione e solo rilanciando tutto il Nord ed alcune regioni del centro possiamo pensare di modificare e migliorare struttura dei rapporti a livello generale.
L’obbiettivo immediato, a partire dalle elezioni dei consigli comunali delle grandi città che andranno al voto, deve essere quello di garantire la nostra presenza nelle istituzioni locali per rafforzare anche il nostro ruolo nazionale.
Non è più procrastinabile un rilancio dell’azione politica del Nuovo Psi che dovrà essere caratterizzata su base programmatica , sulle opzioni tematiche che hanno reso forte la cultura riformista e socialista. .
Per quanto riguarda gli aspetti di carattere organizzativo si confermano le scadenze e gli adempimenti del tesseramento.
Ora più che mai, nel quadro politico attuale è necessario riaffermare le ragioni della nostra esistenza, di forza socialista e riformista in grado di capire più di altri le sfide per il cambiamento .

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mag 25 2010

MA E’ IL ‘SAPERE SCIENTIFICO’ CHE SMENTISCE BIANCHI

Sfugge al professore Alessandro Bianchi, già Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che il Convegno di Catania, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri di quella città, non era una iniziativa politica (con l’obiettivo di esaltare la bontà del Ponte), quanto un convegno di esperti del ‘sapere scientifico’ che tanto appassiona l’ex Ministro del Governo Prodi resosi famoso per la sortita, un minuto dopo il suo giuramento al Quirinale, con la quale annunciava lo stop al Ponte sullo Stretto che, infatti, fu delittuosamente bloccato.
A Catania, salvo alcuni saluti di prammatica, la scena è stata tenuta da rettori, professori, ingegneri, architetti ed esperti di ponti, sia impegnati in Italia che a livello mondiale. L’iniziativa si è avvalsa del sostegno di un Comitato Scientifico di alto livello coordinato da Luigi Bosco (Commissione Monitoraggio Nuove Norme Tecniche del Consiglio Superiore LL.PP.) e dal prof. Enzo Siviero (Ordinario di Ponti IUAV di Venezia); dell’esperienza di tre esperti mondiali del settore quali il danese Klaus H. Ostenfeld, il cinese Man-Chung Tang e l’americano Peter Sluszka; e del contributo di professionisti, ordinari e cattedratici delle nostre Università.
In parole semplici, il ‘sapere scientifico’, attualmente alla base delle più ardue elaborazioni tecniche, è stato reso ‘leggibile e fruibile’ all’attentissimo pubblico presente che è venuto a conoscenza di quanto siano diffusi i ponti in ogni parte del mondo, di quanti ve ne siano attualmente in costruzione e di quanti sono nella fase di studio ed elaborazione, incluso quello di Gibilterra. Ma è venuto anche a conoscenza di quanto siano ristretti, in tutto il mondo, i tempi necessari alla decisione politica, all’elaborazione progettuale, all’appalto dell’opera ed alla sua realizzazione.

Solo in Italia e, soprattutto, solo nel Mezzogiorno, c’è come una maledizione divina, un accanimento contro ogni ipotesi di ‘salti di qualità’ nella infrastrutturazione, e nella ricerca di nuovi percorsi per una diversa prospettiva economica. E le parole di Bianchi che ha sostenuto che non è stato condizionato da ‘pregiudizi’ ideologici, lasciano, pertanto, il tempo che trovano. La sua posizione (l’opposizione alla costruzione del Ponte), ha teso a sottolineare, nasce da un “’giudizio’ molto ponderato, che discende da studi multisettoriali, documentati e approfonditi”. Ma gli studi multisettoriali, documentati e approfonditi sono anche quelli degli esperti del Convegno che sono stati messi, a differenza di quanto abbia potuto fare Bianchi, a ‘battesimo’ dall’applicazione pratica. O l’ex Rettore pensa d’avere l’esclusiva del ‘sapere scientifico’ e che detto ‘sapere’ non sia soggetto ad evoluzioni in virtù della ricerca e degli studi?
Perché entra, a gamba tesa, nella discussione e ‘aggredisce’ l’attuale Rettore reo di essersi permesso di ‘dissentire’, timidamente e con molte cautele, esplicitate dal successivo goffo chiarimento con una debolissima motivazione, dall’ipse dixit di Alessandro Bianchi? Solo il ‘pregiudizio’ può essere la risposta in grado di giustificare questo atteggiamento che, nella pratica, nega oltre che lo sviluppo della ricerca, anche quello del libero pensiero.
Il ‘sapere scientifico’ ci ha fornito, con il Convegno di Catania, un dato certo: non esistono difficoltà che l’attuale livello delle ricerche e delle applicazioni non siano in condizioni di affrontare e risolvere sia per la costruzione del Ponte che per la sua difesa da ogni rischio (terremoti, venti, smottamenti e quant’altro). Si trovino, quindi, altre argomentazioni per ‘sparare’ contro il Ponte ed alimentare un becero ‘provincialismo’, vincente fin’ora perché sul campo c’erano solo i detrattori dell’opera. Oggi che sono scesi in campo anche gli esperti ‘silenti’ del settore è impossibile, per i negazionisti, mantenere l’appeal di prima, anche perché, per fortuna, non siamo in regimi dal pensiero unico.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 25.5.2010

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mag 24 2010

DA CATANIA UN NUOVO APPROCCIO AL PONTE

Peccato, veramente peccato che il Convegno sul Ponte di Messina, organizzato a Catania dall’Ordine degli Ingegneri di quella provincia, e che ha visto cimentarsi nel dibattito il fior fiore dei professionisti delle più ardue soluzioni costruttive di tutto il mondo, sia stato vissuto solo dai partecipanti all’iniziativa, stante l’assenza dei media nazionali, sia della carta stampa che delle televisioni. Si è registrata solo la presenza della stampa locale e di diversi siti web.

Peccato che il grande pubblico non abbia potuto ‘godersi’ le esposizioni degli esperti, degli ingegneri e, stavolta, col sostegno dei professori universitari che hanno abbandonato il terreno della contestazione ‘ideologica’ dell’opera che, finalmente, viene vista come elemento di reale sviluppo delle aree interessate e dell’intero Paese. La logica che sta alla base dell’entusiasmo degli addetti ai lavori è racchiusa nelle semplici ma formidabili parole con cui uno degli organizzatori del convegno, il prof. Enzo Siviero (Ordinario di Ponti all’Università IUAV di Venezia), ha sottolineato la valenza positiva del Ponte, quando ha detto: “La costruzione dei ponti è sinonimo di pace, mentre la loro distruzione significa guerra” e quando ha ricordato le parole di Giovanni Paolo II che incitava a “distruggere i muri perché dividono, ed a costruire ponti perché uniscono”.

Si, è proprio così. Da tempo immemorabile la Sicilia vuole essere unita al ‘continente’ e, assieme alla Calabria, vuole essere unita al resto dell’Italia. Ormai è chiaro a tutti, infatti, che il Ponte è la leva non solo dell’unità fisica del Paese, ma è essenzialmente elemento di ‘moltiplicazione’ della rete infrastrutturale così deficitaria, a 150 anni dal Risorgimento, in tutto il profondo Sud. Senza il Ponte l’alta velocità, come Cristo ad Eboli, sarà condannata a restare eternamente a Salerno, e senza il Ponte il Corridoio europeo 1 (Berlino-Palermo e Catania) fallisce l’obiettivo per cui è nato che è quello di fare del Mezzogiorno la base logistica dell’intera Europa, e fare dell’area dello Stretto la vera cerniera tra Europa ed Africa.

Il Convegno, che avrà una seconda puntata a Reggio Calabria, nelle prossime settimane, ha dato un formidabile contributo su questo terreno. La parte più appassionante, seguita da una sala affollatissima e attenta, è stata comunque l’excursus sullo stato dell’arte, e su quanto nel mondo, dall’Europa agli States ed alla Cina, si sta facendo nel settore dei ponti. Dalla traduzione simultanea degli interventi del danese Klaus H. Ostenfeld (Presidente onorario Cowi) e del cinese Man-Chung Tang (Presidente T.Y. International Usa) è emerso un dato certo, che liquida tutte le assurdità sparse, a piene mani negli anni passati, dai detrattori del Ponte: non esistono difficoltà che l’attuale livello delle ricerche e delle applicazioni non siano in condizioni di affrontare e risolvere sia per la costruzione del Ponte che per la sua difesa da ogni rischio (terremoti, venti, smottamenti e quant’altro).

Legittimo lo sfogo di altro componente del Comitato scientifico, Luigi Bosco: “cadono le braccia a sentire ripetere, come disco incantato, le assurdità sulle difficoltà costruttive”. Gli slider proiettati, la panoramica presentata, le realizzazioni in ogni parte del mondo fatte conoscere (Danimarca, Cina, USA) e le progettazioni in corso un pò dovunque fanno capire il ‘provincialismo’ degli atteggiamenti contrari e la chiusura costruita sul nulla. Ma che l’aria che si respira sia cambiata sensibilmente è dimostrato dal nuovo atteggiamento dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che fu feudo di Alessandro Bianchi, massimo esponente del no ideologico.

L’attuale Rettore, Massimo Giovannini non si è tirato indietro e, liquidate vecchie impostazioni, ha affermando che “le infrastrutture non hanno colore politico e che l’area dello Stretto, col Ponte, diverrà luogo di straordinari cambiamenti” che bisogna vivere da protagonisti. Su questi cambiamenti si è soffermata la prof.ssa Laura Thermes che, malgrado il blocco del Ponte degli anni passati, ha informato del lavoro fatta in Architettura a Reggio “prefigurando quali cambiamenti il Ponte imporrà”. Cambiamenti da governare e non da subire perché saranno altre e importanti occasioni da sfruttare economicamente ed esteticamente.

Insomma una giornata formidabile. Un tuffarsi nel regno privato degli specialisti e degli scienziati con la capacità di coniugare la tecnica con le esigenze delle popolazioni e del territorio respingendo il ricatto del ‘costo’ dell’opera. Ci ha pensato il sottosegretario Reina ricordando che un braccio della metropolitana di Roma costa più del Ponte. Aggiungiamo noi che Mose, Tav, variante di valico, Expo di Milano, e le altre infrastrutture in cantiere al Nord, non sono mai stati considerati, al Sud, da accantonare perché costano troppo. Sono opere necessarie e vanno fatte. Anche il Ponte è necessario e se deve farsi carico lo Stato del suo costo, ciò non deve diventare scandalo, soprattutto al Sud. Chi finanzia l’opera avrà diritto ai pedaggi sia se si tratti di privati che se si dovesse trattare dello Stato.

Appuntamento a Reggio, quindi, per la seconda puntata. Ma a Reggio si farà in modo di determinare quell’attenzione nazionale che a Catania non c’è stata.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 22.5.2010

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mag 19 2010

TRA NUOVE ELEZIONI E SVILUPPO DELLA MAGGIORANZA

No, non è stato poi tanto difficile resistere agli attacchi a cui è stato sottoposto Berlusconi nel corso di questi anni anche perché era chiara la natura strumentale degli stessi. L’obiettivo era abbastanza palese: tenerlo sulla graticola sperando di poterlo scalzare definitivamente dalla guida del paese. ruolo che gli italiani gli hanno chiaramente affidato. Oggi si è passati a colpire le cosiddette ‘casematte’, gli uomini della squadra che lo affiancano, sperando di fargli il vuoto attorno.

La manovra è più subdola anche se l’obiettivo è sempre lo stesso: capovolgere il responso elettorale disfacendo quanto la volontà popolare ha deciso. Si punta a cogliere in fallo alcuni tra gli uomini più vicini, e mettere all’indice gli altri sperando in un loro crollo psicologico che potrebbe, come effetto domino, trascinare nello sfascio l’intera maggioranza. Se a ciò si aggiunge l’incredibile vicenda finiana, ci si rende conto delle difficoltà reali che si stanno attraversando e del terreno minato su cui si opera.

Oggi, comunque, non basta più resistere. Si sentono, infatti, scricchioli nel rapporto con la gente tra la quale rischia di passare un messaggio profondamente sbagliato su una ipotetica corruzione generalizzata, sull’identica situazione rispetto al passato, sui cosiddetti privilegi della ‘casta’, il tutto alimentato dallo sfrenato e improvvido qualunquismo che è la nuova bandiera dei mass-media e dell’intera sinistra. Se a ciò si aggiunge che tra la gente serpeggia il dubbio sulla reale possibilità di realizzare le riforme, il quadro è completo.

Che fare? si sarebbe domandato Lenin. Nient’altro che accelerare l’iter sulle scelte di fondo: quelle economiche per rendere più stabile la situazione italiana; quelle della realizzazione infrastrutturale per accelerare la ripresa produttiva; quelle riferite alla modernizzazione dell’impalcatura costituzionale per dare più potere agli organi esecutivi; quelle sulle competenze per riportare ad un unico centro decisionale scelte di interesse nazionale quali l’energia e le grandi opere; quelle del federalismo non per accontentare la Lega ma per determinare profonde correzioni nella gestione della cosa pubblica; quelle riferite alla giustizia per togliere il paese dal perenne condizionamento di uno dei ‘poteri’ sugli altri due.

Si obietterà che è facile a dirsi, ma ch’è difficile a farsi stante, le difficoltà che vengono dall’interno della maggioranza. Se le cose stanno così ci sono due alternative: o si determina una situazione di ingovernabilità andando, quindi, a nuove elezioni per liberare il campo da velleitari condizionamenti e vergognosi ricatti, o bisogna pensare all’allargamento della maggioranza non solo per neutralizzare disegni paralizzanti e logoranti, ma anche per rimettere al servizio del Paese una forza, come l’UDC o come vorrà chiamarsi prossimamente, che si è ‘autopunita’ abbastanza nel corso di questi ultimi due anni e che va pienamente recuperata.

Bossi dice che Casini è come Fini e che, quindi, è inutile. Io penso che Casini sia stato come Fini ma che la ‘quarantena’ e anche i recenti risultati elettorali lo abbiamo fatto ‘rinsavire’. Bossi, perciò, dovrebbe riflettere sul fatto che, forse, senza l’allargamento della maggioranza (leggi Casini) si rischia di mandare in fumo un lavoro sul federalismo che si persegue da troppo tempo, e si rischiano nuove elezioni con tutto quel che ne consegue.

Se si ragiona nell’interesse del Paese e non nell’interesse del proprio orticello non ci possono essere dubbi: si tratta di rafforzare un Governo e non di sostituirlo. La crisi economica, le difficoltà dell’euro, le storture del sistema politico italiano, la necessità del ‘fare’, debbono prevalere sui giochi e i giochini da prima Repubblica che anche gente che sembrava vaccinata è impegnata purtroppo a perseguire.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 20.5.2010

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mag 11 2010

TRASPORTI: C’E’ PURTROPPO CHI REMA CONTRO

C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il collegamento navale Messina-Salerno imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima unità, ha già raggiunto, come sembra, le quattro navi che fanno la spola tra i due terminali, non si riesce a capire “l’aiuto” che gli viene fornito dalla Rete Ferroviaria Italiana, un aiuto che accentua ulteriormente l’isolamento della regione Calabria nei confronti del Paese.

Il Gruppo Fs non solo non ha in calendario la realizzazione dell’Alta Velocità da Salerno verso le zone del profondo Sud, ma addirittura sta smantellando quel poco che serviva ad evitare mezzi di trasporto diversi dalle rotaie se è vero, com’è vero, che sono stati cancellati 12 treni ad lunga percorrenza verso Milano e Torino; la liquidazione della mitica ‘Freccia del Sud’ che negli anni del boom economico trasportava la forza-lavoro meridionale verso il triangolo industriale del Nord; lo smantellamento della divisione Cargo; e la dismissione di alcuni impianti a Paola.

Una vergogna che ha determinato la proclamazione di uno sciopero regionale tra il 12 e 13 maggio da parte di tutte le sei sigle sindacali, la presa di posizione di quanti, tra uomini politici nazionali e regionali, sono fortemente preoccupati per l’arrogante indifferenza del gruppo dirigente della Rfi che, in ultima analisi, penalizza soprattutto le popolazioni calabresi e la loro aspirazione a diventare parte integrante della nazione che a 150 anni dalla sua creazione non ha ancora risolto il nodo del Mezzogiorno d’Italia.

La scelta di smantellamento della rete ferroviaria è ancor più grave e assume aspetti veramente paradossali dopo le decisioni dell’autorità portuale di Gioia Tauro a cui ha contribuito la nuova Giunta Regionale della Calabria, di riduzione consistente della tassa di ancoraggio per le navi. Scelta questa indispensabile per favorire una inversione di tendenza nei processi di sviluppo dello scalo marittimo più importante del Mediterraneo, ma che verrebbe vanificata da scelte suicide e penalizzanti di una Regione che rischia di diventare un classico binario morto nel sistema dei trasporti italiani.

E’ necessario, quindi, sostenere le iniziative sindacali se esse non si riducono alla difesa dell’esistente o addirittura ad uno sconsolante e deprimente mercanteggiamento sulle unità di trasporto da ripristinare correggendo, semplicemente, la strategia di spoliazione in atto da parte del gruppo dirigente della Rfi. Va ottenuto pienamente e subito un tavolo di trattative che superando immediatamente le assurde scelte effettuate, affronti, passando dalle parole ai fatti, tutto quanto diventerà necessario con la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina che ha la sua ragion d’essere proprio nell’aggancio al corridoio europeo 1 (Berlino-Palermo e Catania) ed all’Alta Velocità oggi bloccata a Salerno.

Il Sud ha una grande carta da giocare legata all’attraversamento stabile dello Stretto, e questa carta non va sprecata. Se c’è qualcuno che rema contro al futuro del Mezzogiorno che può e deve diventare una base logistica dell’intera Europa, deve essere messo in condizioni di non nuocere anche a costo di dover procedere a vere e proprie ‘epurazioni’ di manager che stanno dimostrando di badare solo all’interesse del piccolo ‘orticello’ che hanno avuto affidato, e non all’insieme dei problemi del Paese. Per fortuna che, in questo Paese, c’è un Governo che sa governare, e che se lasciato governare sa pensare in grande.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 10.5.10

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mag 04 2010

ULTIMI E DISPERATI TENTATIVI DI BLOCCARE IL PONTE

È arrivata sulla scena del dibattito, pro o contro il Ponte sullo Stretto, la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte a campata unica, come alternativo allo stesso, con la speranza, neanche tanta nascosta, di poterne bloccare l’iter realizzativo.

Anche la proposta di Ponte galleggiante conferma così il furore nichilista di quanti, per scelta ideologica, cavalcano aprioristicamente qualunque ipotesi che sia in opposizione al Ponte sullo Stretto. Ed è stato così anche al Convegno di presentazione del progetto del Ponte galleggiante dove sembrava di assistere, con qualche timida eccezione, alla celebrazione del No, caratterizzata, oltre che dai soliti catastrofismi (venti, terremoti, smottamenti, finanziamenti, difficoltà di costruzione, disastri ambientali) da subdole ipotesi sospensive che possiamo così sintetizzare: ‘il ponte galleggiante abitato è il non plus ultra nel settore dei ponti e, ergo, sarebbe opportuno che ci si fermasse un attimo per valutare se la medicina alternativa proposta è veramente innovativa’.

Pura e semplice irragionevolezza giocata contro il Ponte che ha già subìto un iter quanto basta travagliato e lungo, che ha visto una gara d’appalto regolarmente espletata, con gli aumenti di capitale della Società Stretto di Messina decisi, con gli stanziamenti del Cipe effettuati, e che si trova adesso nella fase di progettazione esecutiva da rendere concreto entro il 30 settembre prossimo. Ma questa scellerata illogicità va diritto contro gli interessi delle popolazioni calabre e sicule che sull’attraversamento stabile dello Stretto fondano le loro speranze di un sano riscatto economico e sociale. Ma onde evitare d’essere accusati di identico aprioristico atteggiamento contro l’ultima proposta avanzata, facciamo un minimo di ragionamento.

I due Ponti supposti alternativi (a campata unica o galleggiante) non sono per nulla tali per tre importanti motivi: la localizzazione, le ipotesi di finanziamento e le motivazioni che li sorreggono. Nel caso della localizzazione, il Ponte a campata unica sarà costruito nel punto più vicino tra le due sponde e, attraverso una serie di viadotti e gallerie, si eviterà il massacro del territorio determinando l’amalgama con le zone abitate. La seconda ipotesi progettuale, vale a dire il Ponte galleggiante, avverrebbe diversi chilometri più a sud, vale a dire direttamente tra due zone densamente abitate delle due città, che non sarebbero sorvolate ma interessate massicciamente e direttamente, e con le tante difficoltà operative che è ingenuo sottovalutare.

Il finanziamento. Nel primo caso oltre al 40% di capitale pubblico, pari a 2,5 miliardi di euro, già deciso e deliberato, si ricorrerà al project finance per il restante 60% pari a 3,8 miliardi di euro; per il ponte galleggiante abitato si ipotizza un autofinanziamento con la congetturata vendita di 3 milioni di mq. di abitazioni ed altro!

Diverse profondamente le motivazioni delle due opere. Per il Ponte galleggiante si tratta di realizzare un collegamento che sia propedeutico all’interscambio tra le due città e le due province. In poche parole è un’opera finalizzata al pendolarismo o, se proprio si vuol andare oltre, utile alla conurbazione ed alla creazione della Città dello Stretto. Valore importante per le due realtà urbane e per i cittadini dei due territori, ma senza una rilevante portata economica per un tangibile sviluppo delle aree meridionali. Il Ponte sullo Stretto, quello per intenderci già appaltato e avviato alla realizzazione, è nato come collegamento tra le due sponde ma è diventato, nelle scelte europee, segmento importante del corridoio 1 Berlino-Palermo il cui obiettivo è quello di ridurre i tempi di percorrenza delle merci da e per il Nord Europa da e per Medio ed Estremo Oriente.

Non può sfuggire a nessuno, salvo preconcetti e furori ideologici, l’importanza di captare il traffico merci che nel Mediterraneo ammonta al 30% dell’intero traffico mondiale, e delle ricadute che tale captazione determinerà nelle regioni meridionali che diventeranno una reale base logistica dell’Europa. Né potrà sfuggire che il Ponte determinerà un’infinita serie di ricadute infrastrutturali le più importanti delle quali saranno l’Alta velocità, oggi ferma a Salerno, che toglierà anche la Calabria e la Sicilia dall’isolamento in cui si trovano; il potenziamento dei porti che attorno all’hub principale di Gioia Tauro necessariamente dovranno essere sorretti e potenziati (da Siracusa a Catania, da Palermo a Milazzo, da Messina a Reggio e Vibo Valentia); la conclusione del rinnovo della A3, della Statale Jonica 106 e delle pedemontane. Questa lista non esaustiva di conseguenze positive per l’intero territorio fanno difetto nell’ipotesi alternativa.

C’è troppo in gioco per permettere che venga rimesso in discussione quanto, faticosamente, si è riusciti a far partire. La baricentricità mediterranea del Ponte rispetto ai Paesi rivieraschi ne fa un’opera che può saldare il Sud d’Italia con i paesi che si affacciano nel Mediterraneo: una cerniera tra Africa ed Europa. Dovrebbero solo far sorridere i lai di quanti pensano che basta avere un minimo di visibilità per sentenziare sul futuro di intere popolazioni.

Nessuno osi toccare il futuro del Mezzogiorno.

Bruno SERGI*
Giovanni ALVARO

* Docente Facoltà Economia Università di Messina

Cofondatori del ‘Comitato Ponte Subito’

Reggio Calabria 4.5.2010

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apr 26 2010

ORA BISOGNA REALMENTE FARE FUTURO

La riunione della Direzione nazionale del PdL segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da Gianfranco Fini con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel partito appare, come tale, all’opinione pubblica, dimostrando d’essere all’altezza della situazione più di quanto non fosse apparso nello stesso Congresso nazionale dove tutto sembrava predisposto, meccanico e già deciso.

Un salto di qualità che non solo ‘sdogana’ il PdL dall’etichetta di partito di plastica ma dimostra anche, con la diretta sulla riunione, che la democrazia nel Partito è così fortemente presente che non c’è stata preoccupazione nel rendere pubblico lo scontro in atto, e che quanto blaterato da Fini sulla necessità d’avere legittimità di dissenso, e poter dire ciò che voleva, era solo una richiesta strumentale, falsa e ipocrita, e che altrettanto strumentali, false e ipocrite sono state le ‘cosiddette’ motivazioni politiche sbandierate, in particolare quelle sulla Lega, quando da mesi gli argomenti del ‘controcanto’ si erano concentrati su tutt’altri piani.

Ma c’è un altro punto che dimostra la validità della scelta di affrontare a viso aperto l’atteggiamento di Fini che, detto per inciso, stava provocando una fase di forte e continua fibrillazione. Mantenere l’equivoco e sottostare al fuoco di fila di Gianfranco, infatti, stava logorando sensibilmente la leadership del PdL e la capacità d’azione del partito. Era necessario e urgente bloccare quello che sembrava un tentativo di cottura a lento fuoco e isolare, quanto più possibile, una manovra paralizzante.

L’obiettivo è stato centrato, ma non possono escludersi pericolosi colpi di coda, in conseguenza dell’emersione del bluff, sulla reale consistenza degli ‘ammutinati’. Difatti l’aver contato 11 o 12 voti contrari al documento finale, su 172 membri della Direzione (di cui 54 provenienti dall’ex AN), oggettivamente incattivisce ulteriormente il Presidente della Camera le cui affermazioni, sulla lealtà verso il partito e la necessità di realizzare il programma votato dagli elettori, appaiono semplicemente vacue.

Non sembra, infatti, che lo ‘sconfitto’ sia intenzionato a rispettare le scelte della maggioranza, né di rientrare nel ruolo di Presidente della Camera assolvendolo con spirito ‘super partes’ se è vero, come sembra (mancando una smentita in proposito), che abbia minacciato ‘scintille’ in Parlamento. E la cosa è gravissima sia perché espressa dalla terza carica dello Stato, ma anche perché la sinistra, così sollecita a rintuzzare ogni virgola di Silvio Berlusconi, non ha trovato niente da ridire sull’ipotesi di un uso non consono della funzione ricoperta da Gianfranco Fini. Anzi, egli viene osannato in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo, come nuovo idolo.

Ora c’è chi tenta, e va apprezzato lo sforzo, di ricucire gli strappi, ma sarà fatica inutile: troppa acqua è passata sotto i ponti e miserrime sono le motivazioni per poter ottenere una reale marcia indietro. Gianfranco è troppo innamorato del suo io per avere questo coraggio e troppo ansioso di vendette per accettare supinamente la perdita del proprio ‘esercito’ e la fine dei propri disegni. Gli errori commessi fino ad oggi saranno moltiplicati perché l’ira come si sa rende praticamente ciechi e il deragliamento ormai è un dato immodificabile.

Il cammino che ha condotto all’Auditorium della Conciliazione colui che, impropriamente, viene chiamato il co-fondatore del PdL, è iniziato molto tempo fa (com’è testimoniato da scritti inediti di Bettino Craxi, che pubblicheremo quanto prima n.d.r.), ma ha subito una accelerazione dalla fase di costruzione del PdL che lui, come Casini, non intendeva assecondare. ‘E’ stato un errore -ha ripetuto a Berlusconi- essere entrato nel PdL’. Ma è stato anche un errore, diciamo noi, aver pensato di poter liquidare in pochi mesi, per sostituirlo, l’autore del ‘predellino’.

L’attesa, mista alla speranza che il vento che soffiava forte nelle vele issate da Berlusconi cessasse, diventava sempre più insopportabile. Il premier mieteva vittorie su vittorie, e reggeva agli attacchi sistematici di una sinistra incapace di produrre una seria politica e che, per ciò, affidava le proprie sorti al gossip, ai pentiti, alle intercettazioni, alla Magistratura militante. Da questo susseguirsi di successi nasceva il ‘controcanto’, l’atteggiamento da maestrino, fino alla manifestazione di Piazza San Giovanni che platealmente ha voluto disertare, magari perché speranzoso di un ‘flop’ che, con la vicenda dell’esclusione della lista PdL di Roma, poteva compromettere il risultato elettorale.

Ma non è andata così: la Polverini, abbandonata al suo destino, è stata trascinata alla vittoria dal premier. E il premier si è assunto direttamente l’onere della campagna elettorale in tutt’Italia contribuendo a rafforzare le splendide vittorie di Caldoro in Campania, di Scopelliti in Calabria e di Cota in Piemonte. E’ mancata al Sud la Puglia dove, sembra, abbia messo lo zampino anche il nostro eroe. Ma questa ormai è acqua passata.

Adesso bisogna fare futuro non escludendo nessuna opzione per evitare di ripiombare nella guerra di logoramento che di fatto blocca le ipotesi di riforme che il Paese attende da anni, da quelle costituzionali a quelle sulla giustizia, dalle politiche energetiche alle grandi opere, dall’ammodernamento dello Stato alla riforma fiscale. Su quest’altare si possono pagare dei prezzi, ma ne varrà la pena perché si tratta di passare definitivamente dalla prima alla seconda Repubblica.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 26.04.2010

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apr 21 2010

IL CONTROCANTO DI FINI AI SUCCESSI DI BERLUSCONI

Il controcanto, quello in cui si è specializzato Gianfranco Fini, quello che viene recitato ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere, ma è la confessione nuda e cruda della mancanza di idee, il rifugio dove rintanarsi quando si è a corto di proposte e deficitari di iniziativa politica, e quando si pensa che non c’è altro da fare che vestire i panni dello sfascista.

I poveri di spirito possono anche appassionarsi per i refrain finiani che se bastano a prendere le distanze da chi si intende criticare, non servono, però, per diventare leader amato e rispettato; né bastano la facilità di linguaggio, l’atteggiamento da maestrino, messo in mostra ad ogni piè sospinto, e il ruolo di terza carica dello Stato, per affermarsi, in modo indiscutibile, quale leader di un popolo che non è solo di destra ma coinvolge moderati di diversa estrazione, riformisti difficilmente inquadrabili, liberali e libertari con diversa sfumatura, socialisti anticomunisti senza se e senza ma, garantisti con spiccata sensibilità e democratici sinceri. In parole semplici il Popolo della Libertà.

E’ un popolo così composito che è impossibile piegare alle proprie aspirazioni, impossibile guidare senza un forte pensiero politico, e senza quel quid che si chiama ‘carisma’. E’ un popolo, quello della libertà, che ha testa, cuore e pancia, e che rimane coeso se si ha capacità di parlare con semplicità a tutte e tre le componenti. Scegliere di parlare solo ai ‘pancisti’ stimola adesioni, risveglia sopite speranze, attiva il cosiddetto popolo di nicchia, ma non va oltre. Se è questo che vuole Fini non è difficile ottenerlo ma, è chiaro, che non potrà diventare leader della maggioranza, ma deve accontentarsi d’essere semplice capo di settori marginali della società.

Tra l’altro è un popolo che non perdonerà mai che le riforme, per modernizzare lo Stato e ripristinare la divisione dei poteri, che tanti guasti ha causato al Paese, giunte quasi in dirittura d’arrivo, possano correre il rischio d’essere vanificate. E perché poi? Quali sarebbero le motivazioni del controcanto? Su quale altare bisognerebbe immolare i successi mietuti negli ultimi anni, quando più virulento si era fatto l’attacco al premier e al PdL? Ma ciò che fa più rabbia è il fatto che tutto avviene quando la sinistra attraversa la più grave crisi della sua esistenza.

Si ha l’impressione che si stava sulla riva del fiume sperando di vedere transitare il cadavere di Silvio Berlusconi, a partire dalla vicenda dei rifiuti di Napoli, e poi del terremoto de L’Aquila, e poi ancora del G8. Successi inimmaginabili e stupefacenti che anziché determinare soddisfazione provocavano fastidio a qualcuno che, forse, sognava che il premier si incartasse da solo, e magari sperava (fuorionda galeotto) che cadesse nella rete tesagli con ‘pentiti’ considerati erroneamente ‘da bomba atomica’ ma che erano semplici squinternati, o che infine restasse fulminato per le intercettazioni su Bertolaso e per quelle di Trani.

Infine il controcanto su tutto, la presa di distanza sulle iniziative parlamentari del Governo, l’illusione di un possibile flop della manifestazione di Piazza San Giovanni (‘la terza carica dello Stato non può partecipare a iniziative di piazza’), e chissà forse la speranza di un crollo elettorale che con le vicende delle liste si poteva appalesare. Ma niente di questo è avvenuto, anzi il sole continua a splendere sul Cavaliere. E questo è stato, forse, troppo, incattivendo le posizioni e determinando accelerazioni che possono portare i protagonisti in un vicolo cieco.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 21.04.2010

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apr 15 2010

IL SISTEMA ELETTORALE E’ UN FALSO PROBLEMA

La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di Gianfranco Fini centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi ad un modello elettorale a doppio turno, non spiegando però, come il doppio turno potrebbe dare legittimità al semipresidenzialismo, mentre il turno unico lo penalizzerebbe.

E’ bastato, quindi, poco per spostare la discussione dai reali obiettivi posti da Berlusconi, ai modelli elettorali che appassionano gli ‘esperti’ del settore e non certamente la grande maggioranza dei nostri concittadini. E su questo terreno se ne sono sentite di tutti i colori: maggioritario, maggioritario a collegi uninominali, proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, turno unico, doppio turno alla francese, mixer alla tedesca, sistema spagnolo, intreccio tra maggioritario e proporzionale, mattarellum, porcellum e così via. Discussione ‘interessante’, ma chiaramente fuori tema.

Nel recente passato le motivazioni per usare un sistema piuttosto che un altro vertevano sulla necessità di garantire stabilità al governo al Paese. E detta stabilità è stata garantita per 5 anni, nel 2001, con il sistema maggioritario a collegi uninominali e quota proporzionale; ed oggi, siamo già a due anni, la stabilità sembrerebbe garantita con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Mentre nel 2006 il Governo Prodi entrò in crisi, per impossibilità di coesione tra i propri alleati, e si dovette andare a nuove elezioni. Ma fu un passaggio obbligato stante l’impossibilità ‘politica’ di procedere alla formazione di un Governo frutto di alchimie parlamentari come era avvenuto in altre occasioni.

Il sistema elettorale vigente (proporzionale con premio), pur dotando la maggioranza di un ampio margine per garantire la governabilità, presenta delle lacune, ma non tali pervenire alla liquidazione dello stesso. Esso necessita di qualche aggiustamento e va accompagnato da provvedimenti legislativi che colgano pienamente quanto sta alla base della proposta di Berlusconi. L’aggiustamento più importante è la reintroduzione della preferenza per evitare che gli eletti vengano percepiti come ‘nominati’ dalle segreterie dei partiti, anziché essere visti come scelte decise dagli elettori.

Ma è indispensabile il varo di provvedimenti che fanno definitivamente uscire l’Italia dalla fase di prima repubblica indipendentemente dal sistema elettorale. Fra questi provvedimenti, il più urgente è quello di chiudere, una volta per tutte, la prassi che liquida il bipolarismo, con il quale si affronta una campagna elettorale, e lo si sottopone alla vecchia pratica dei giochi di corridoio arrivando magari a veri e propri ribaltoni. E’ una pratica che mortifica le scelte fatte dall’elettorato, ma è anche una pratica che tiene il Presidente del Consiglio ed il suo governo in uno stato di perenne ricatto parlamentare. Il potere del Presidente del Consiglio, che deriva direttamente dall’elettorato, non può essere menomato da ricatti che di politico hanno ben poco, ma deve essere garantito per legge per permettergli di governare compiutamente.

E’ chiaro che obiettivi simili vengano osteggiati da chi, fuori e dentro l’attuale maggioranza, sogna di ottenere con gli intrighi di palazzo, magari con il supporto dei poteri forti, quanto non è stato in grado di ottenere dalle urne. La posta in gioco è, come si vede, abbastanza importante, perché la governabilità che si persegue non è riferita solo alla durata del governo, ma alla sua qualità che può affermarsi se viene sottratta agli sgambetti, ai sotterfugi ed ai ricatti. In quest’ambito il sistema elettorale è, quindi, un falso problema.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 15.04.2010

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