Archive for the 'Generale' Category

mar 06 2010

NON UN PASTICCIO MA UN TENTATO ‘FURTO ELETTORALE’

E’ normale che subito dopo le notizie delle esclusioni delle liste del PdL e dei listini di Formigoni e Polverini, a Roma e in Lombardia, si sia parlato di caos delle liste, del pasticcio delle liste, del pasticciaccio elettorale, di dilettanti allo sbaraglio, di presunzione e faciloneria, crocifiggendo i vertici del partito delle due regioni e poi ‘massacrando’ i presunti responsabili individuati nei presentatori della documentazione agli Uffici Circoscrizionali.

Via via però che passava il tempo e via via che dalla nebbia emergevano i veri contorni della vicenda si è delineata quella che appare una vera e propria manovra politica che sembra avere nei radicali i killer delle operazioni e negli antiberlusconiani gli ideatori. Sembrava assurdo, infatti, che solo il PdL fosse incappato nelle maglie inflessibili di una burocrazia che non ammette deroghe, o che solo il PdL fosse così poco accorto nel realizzare la documentazione necessaria alla presentazione delle liste elettorali. Due assurdità incredibili ed praticamente impossibili.

Gli errori formali, infatti, possono esserci ma (come per i sondaggi) sono equamente distribuiti. Dimenticanza di qualche firma, uso di bollo lineare e non tondo, mancanza della citazione dell’art. 14 legge 53/90, assenza della data di raccolta delle firme, assenza della qualifica dell’autenticatore, trascrizione del firmatario in stampatello o in corsivo, assenza di alcuni certificati d’iscrizione alle liste elettorali, e così via. Sono errori formali presenti chiaramente in tutte le documentazioni, anche quelle curate da superpignoli. E sono errori che, il più delle volte, vengono trascurati dagli uffici stante la loro non influenza nel determinare la volontà dell’elettore.

Anche per la presentazione i delegati a farla, la fanno anche dopo lo scoccare dell’ora x. Vige infatti la regola che siano ammessi tutti coloro che, nel preciso istante della scadenza, si trovano nei locali predisposti all’accettazione e che debbono attendere il loro turno. Ciò perché essendo normale presentarsi all’ultimo momento e dovendo perdere almeno 20/30 minuti, a lista, per la consegna e la ricezione del relativo verbale, le operazioni conseguenti arrivano anche a superare di due ore la scadenza prevista delle ore 12. Tra coloro che attendono il loro turno, tra l’altro, si crea un clima di reciproca solidarietà e tolleranza perché questo passaggio (il deposito delle liste) non è stato mai considerato parte fondamentale dello scontro tra i partiti, nè occasione per ‘sgambetti’.

Stavolta non è stato così. Alfredo Milioni e Giorgio Polesi, protagonisti di decine di presentazioni, quindi persone esperte, sono stati oggetto di un vergognoso ‘sgambetto’. In barba ad ogni civile rapporto tra ‘colleghi’, si è approfittato, infatti, da quel che hanno raccontato i due presentatori di Roma e che regolarmente è stato inserito nel ricorso, di un momento di distrazione per il cambio a ‘tenere la fila’, per trovarsi bloccati e impediti a rientrare nei confini delimitati da una ipotetica linea gialla, dai signori radicali (aiutati dal Presidente dell’Ufficio e dalla forza pubblica) malgrado oltre la linea ci fossero i plichi depositati.

A Milano è andata ancora peggio e Formigoni lo ha denunciato energicamente. L’Ufficio Circoscrizionale ha accolto un ricorso dei radicali (che non ne avevano titolo), e ha consegnato loro la documentazione della lista del Presidente che è stata spulciata, studiata e non si sa cos’altro, per ben 12 ore senza la presenza del rappresentante legale della lista stessa (altra anomalia). Tanta solerzia non si è usata per le altre liste sulle quali ha chiesto poi di verificare il Governatore uscente che, alla presenza dei rappresentanti delle rispettive liste, ha riscontrato in esse diversi e svariati errori.

E’ assurdo che ancora oggi i media continuano a parlare di pasticcio delle liste, e che lo facciano anche i giornali amici dei moderati, mentre c’è da parlare di tentato furto elettorale, perché si è tentato di ottenere, con l’eliminazione dell’avversario, una vittoria altrimenti impossibile. Il risultato del ‘furto’ sarebbe stato quello di eleggere governi regionali con la partecipazione di poco meno del 40% degli elettori in Lombardia, e meno del 50% nel Lazio.

Di Pietro aveva dichiarato di volere la vittoria sul campo e non a tavolino, ma guarda caso ha cambiato idea quando l’avversario è di nuovo spuntato all’orizzonte. Forse mentiva per dimostrare la sua disponibilità e ottenere qualche insperato sostegno. Di certo è così impaurito del confronto democratico che è totalmente andato su di giri con la richiesta di impeachment per Giorgio Napolitano reo d’aver aiutato a ripristinare la legalità democratica facendo partecipare al voto milioni di elettori che con il tentato ‘furto’ erano stati esclusi.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 6.3.2010

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mar 04 2010

BIPOLARISMO? E’ MEGLIO E PIU’ FACILE VINCERE DA SOLI

Quanto si è verificato a Roma e in Lombardia, con le esclusioni, almeno finora, delle liste del PdL e del listino di Formigoni, è qualcosa di veramente sconcertante come sconcertanti sono le dichiarazioni seguite che azzerano, in un sol colpo, tutte le filosofie sul bipolarismo. E’ chiaro infatti che senza uno dei contendenti la partita è inesistente e il bipolarismo è praticamente scomparso.

La cosa certamente esalta chi non assaporava la vittoria da molto tempo, ed era destinato a non assaporarla neanche adesso, e crede che ottenerla, con qualunque mezzo, sia un dono del cielo che non si può rifiutare. Tra essi ci sono i radicali che sono stati i protagonisti delle due vicende, a Roma vietando con la violenza l’accesso agli uffici circoscrizionali, e in Lombardia con un ricorso ben orientato di Marco Cappato. Ma ci sono anche i signori del PD con in testa Bersani che ripete in modo monocorde ed ossessivo che le regole sono regole e vanno rispettate.

Che in Lombardia ci sia solo un 40% che li sostiene è irrilevante, che nel Lazio il malgoverno e le vicende Marrazzo non vengano sottoposte al giudizio degli elettori e che questo giudizio non possa influire sulla ricerca di una nuova classe dirigente, è pure là di secondaria importanza. Ma chi se ne importa che è solo una minoranza a determinare le scelte politiche nelle contrade lombarde? E chi se ne frega, dicono sinistri e radicali, che a Roma non vi sia partita sulle vicende passate e sui programmi futuri, e si porta alla Presidenza della regione una mangiapreti come Emma Bonino?

L’importante è vincere e, parafrasando Borrelli, vincere, vincere, vincere. Conquistare posti di potere ed occuparli con qualunque mezzo e con qualunque colpo di fortuna sembra l’imperativo categorico che anima l’incolore e monocorde Pierluigi Bersani. Il lungo digiuno di potere patito, soprattutto in Lombardia, dal partito da lui diretto, ha fatto letteralmente perdere la testa ai soloni della sinistra, e ad una miriade di partiti, partitelli e movimenti, i cui dirigenti sperano, come Bobo Craxi, che la vicenda regali loro qualche briciola come una elezione che prima era soltanto un improbabile sogno.

I problemi della democrazia, e il vulnus ad essa inferto, (dimostrando quanto sia ‘alta’ la capacità di guardare oltre il contingente) passano in secondo ordine. Adesso è il momento d’incassare (se è possibile incassare), e tutti sono in fila chiedendo rispetto delle regole. In questo coro di possibili ‘miracolati’ c’è solo una voce diversa. Sembra assurdo, incredibile, sconvolgente ma è così soprattutto per Bersani e company che stavolta sono stati scavalcati a destra, o meglio, che stavolta hanno subìto una lezione politica inimmaginabile. C’è un signore, infatti, che vuole vincere sul campo, che rifiuta la vittoria a tavolino, tanto inseguita e pretesa dai suoi alleati, che chiede una soluzione politica all’intera vicenda. Incredibile, ma vero, si tratta di Antonio Di Pietro.

Non crediamo a improvvise conversioni democratiche sulla via di Damasco del trattorista di Montenero di Bisaccia. Se Di Pietro, infatti, sceglie la politica, e vuol trovare una soluzione al problema, vuol dire che non vuole che i suoi alleati vincano in alcune regioni. Li preferisce all’opposizione dove egli è un gran maestro e sa dirigere il ballo, o forse li conosce meglio di altri e li vuol tenere lontani dal potere visto come l’hanno gestito Antonio Bassolino e Agazio Loiero.

Ma la ‘conversione’ di Di Pietro, qualunque sia la motivazione, è una lezione a chi ciancia di democrazia, di Costituzione e si schiera contro la maggioranza di intere popolazioni.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 4.3.2010

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feb 25 2010

SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA

No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘bianco che più bianco non si può’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, nascondono propositi forcaioli.

Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del Palazzo d’inverno, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’introduzione di forti e illimitati poteri ai PM.

Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘golpista’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘via italiana al potere’; con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via.

Ed è ciò che avvenne. Anche oggi con la vicenda ‘liste pulite’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.

Giustificare il cedimento con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, è solo un gravissimo errore. E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste (cosa normale e giusta e che già era prassi costante) sarà sufficiente, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, saranno di sicuro possibili malfattori.

E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘scarnificare’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani e quant’altri è gesto semplicemente gratuito. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai De Magistris di turno la composizione delle liste, ben sapendo che i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.

E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 25.2.2010

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feb 18 2010

PONTE: BASTA CON L’IPOCRISIA SPECULANDO SU TUTTO

E’ un ritornello che non cambia mai, ed è un ritornello che non produce alcun effetto anche se viene cantato da un trio d’eccezione (si fa per dire) qual è quello che si è appalesato dopo la frana che ha investito il paesino di Maierato nel Vibonese in Calabria. Un Presidente nazionale dei Verdi, un Segretario regionale dei Comunisti Italiani, e un autocandidato a Governatore della Calabria successivamente targato IDV, hanno cantato una strofa a testa che, con piccole varianti, sostanzialmente era questa: “Fermiamo il Ponte sullo Stretto ed usiamo quei fondi per finanziare un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio”.

I tre signor No si atteggiano a novelli ‘salvatori della patria’ con una buona dose di ipocrisia finalizzata, (nelle loro misere speranze), a ‘rubacchiare’ qualche voto nella ormai imminente consultazione regionale. E ciò incuranti del ridicolo a cui si espongono ma di cui non si preoccupano. ‘Rubacchiare’ voti, anche se tra di loro e con i loro alleati, è l’ultima frontiera del loro impegno politico. Ma l’atteggiamento strumentale, con i forti lai per la gravità della situazione idrogeologica del territorio, è chiaramente intriso di malafede.

I tre sanno, e se non lo sanno si dedichino ad altre attività, che i fondi del Ponte sono quelli deliberati dal Cipe (1,3 miliardi di euro), e quelli frutto dell’aumento di capitale da parte della Società ‘Stretto di Messina’ (che ai 300 milioni iniziali ne ha aggiunti altri 900 qualche settimana fa). La parte di intervento pubblico, quindi, ammonta a 2,5 miliardi ed è pari al 40% del costo dell’opera. Il restante 60% sarà reperito sul mercato internazionale col sistema del project financing.

Di detti fondi, gli utilizzabili per altro sono solo quelli stanziati dal Cipe, così come fece, a suo tempo, il Governo Prodi sensibile, per mantenere unita l’armata Brancaleone, alle sollecitazioni verdi, rosse e arcobaleno di cui si era fatto interprete l’allora Ministro delle Infrastrutture, Alessandro Bianchi. Di quello storno, che bloccò l’iter esecutivo dell’appalto del Ponte, facendo perdere ben due anni, non si è vista alcuna traccia, tanto che nessuno saprebbe dire a cosa son serviti quei fondi, se veramente son serviti.

Basta, quindi, con l’ipocrisia. Spostare 1 miliardo e 300 milioni non serve a nulla. Il piano che viene pomposamente richiesto per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale costerà decine e decine di miliardi di euro e, quindi, non è possibile affrontarlo in tempi ravvicinati. Così come non lo ha potuto affrontare il Governo della cosiddetta sinistra che alternativamente, in questi 15 anni, è stato alla guida (?) del Paese, mentre qualcuno del trio è stato ed è ancora Assessore regionale della martoriata terra di Calabria distinguendosi per le campagne sul No e per i suggerimenti a Loiero che già da solo era in condizione di mal governare e di non comprendere la valenza strategica del Ponte sullo Stretto per il Sud e per l’intero Paese.

Il Ponte sarà, infatti, l’occasione che il Mezzogiorno dovrà saper utilizzare pienamente, perché non si tratta di costruire solo la struttura che permetterà l’attraversamento stabile dello Stretto ma di agganciarla ad un tracciato ferroviario che sopporti l’Alta Velocità (oggi ferma a Salerno), che si colleghi ad una autostrada che sia finalmente praticabile, e che sia supportata da una rete di porti che, attorno a Gioia Tauro, soddisfino la domanda di trasporto dal corridoio 1 verso il Medio ed Estremo Oriente e viceversa. Solo i ciechi e chi è in malafede non capisce che tutto ciò comporterà massicci interventi anche di salvaguardia e di difesa del territorio.

Speculare sulle disgrazie delle nostre popolazioni è quanto di più aberrante possa essere fatto. Ma tant’è, questa è la classe dirigente che ha distrutto il Mezzogiorno e che è necessario spazzare via definitivamente.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 18.2.2010

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feb 11 2010

IL DI PIETRO ROBESPIERRE SULLA VIA DEL TRAMONTO?

Chi l’avrebbe mai pensato che anche l’ex poliziotto molisano potesse usare toni più pacati e meno giustizialisti nelle sue esternazioni? Eravamo così abituati all’assenza della politica nei ragionamenti dipietreschi, al posizionamento su off dell’interruttore del cervello, e all’uso smodato della pancia, che siamo rimasti basiti per la correzione che il trattorista di Montenero di Bisaccia ha dedicato alle affermazioni stupefacenti che il nuovo idolo dei manettari, Gioacchino Genchi, ha fatto al Congresso dell’IDV.

Superata però la fase dello stupore, e perché abituati a tentare di leggere e interpretare ciò che si muove dietro le quinte, ci si è sforzati di capire i motivi di questa incredibile giravolta e ciò che bolle nella pentola dell’Italia dei Veleni. La ‘correzione’, comunque, se è servita a disinnescare il caso che stava montando all’esterno del Partito, non è servita per nulla a far rientrare le differenze all’interno dell’IDV. Infatti la ‘correzione-reprimenda’ al Genchi non ha liquidato la fronda interna, se è vero come è vero, che gli stessi concetti sono stati ripetuti, il giorno dopo, a Porta a Porta, dall’altro idolo dei pancisti, Luigi De Magistris.

Nel caso della giravolta di Di Pietro si può pensare ad un esaurimento della ‘spinta propulsiva’ dipietresca, come avrebbe detto Berlinguer, che ha fatto venir meno il sostegno di quei poteri forti che hanno allevato, sostenuto ed appoggiato il leader dell’IDV. Non è il Giornale di Feltri, infatti, che stavolta dirige l’orchestra, ma il Corrierone che ‘sbatte il mostro in prima pagina’ con foto conviviale dove l’unico a non essere dei servizi è, ufficialmente, solo Di Pietro.

La cosa sorprende innanzitutto l’interessato che non sa darsi una spiegazione e, nel dubbio su chi e perché, preferisce un ombrello protettivo quale può essere l’esperienza del PD. Alleanza elettorale, quindi, col partito di Bersani, dopo mesi e mesi di scontri sanguinosi, e sullo stesso altare il Tonino nazionale è costretto a toni concilianti ed a bere, addirittura, la cicuta rappresentata del candidato a Governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che fino a qualche giorno prima veniva attaccato come plurinquisito e non degno del sostegno dell’IDV.

Reprimenda e fronda sembrano svilupparsi per evitare la caduta del vecchio leader e ottenere l’ascesa dei nuovi protagonisti interpreti delle spinte più giacobine ed oltranziste esistenti nel paese e che di volta in volta si sono proiettati sul palcoscenico del Paese come girotondi, V-day, No-B day, e che hanno individuato nell’IDV il movimento più adeguato alle aspettative forcaiole. Non si tratta quindi di scelte tattiche riconducibili solo alle elezioni prossime, ma di scelte obbligate per la sopravvivenza da una parte, e dettate dalla necessità di chiudere l’esperienza dell’attuale leadership, dall’altra. La fronda odierna, che cresce giornalmente nel Partito, è una fronda pericolosissima, e può portare alla stessa decapitazione del nostrano Robespierre.

La differenza rispetto al passato sta nel fatto che le fronde di ieri si sviluppavano partendo da ‘insoddisfazioni’ personali, magari riferite ai rimborsi elettorali, e le rotture con relative espulsioni dal partito non avevano nulla di politico: i frondisti venivano facilmente additati come gli ‘attentatori’ della linea giustizialista del leader ed eliminati, come zavorra inutile. Le fronde odierne si sono espresse solo dopo aver conquistato i cuori dei ‘pancisti’ ai quali si sono presentati come reali interpreti delle pulsioni giustizialiste che animano il corpo del Partito, e vengono individuati dalla base come reale alternativa politico organizzativa che, a differenza dell’ultimo Di Pietro, mantengono alta la bandiera dell’odio con un linguaggio appropriato e abbastanza forbito.

Se le cose stanno così sembra veramente un percorso programmato (servizi?), per poter passare ad un’altra fase. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 10.2.2010

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gen 28 2010

IL PD SENZA SGUARDO DRITTO E APERTO NEL FUTURO

C’era d’aspettarselo. Quando un Partito non ha bussola, non ha linea politica e perde il contatto con la gente, non ne imbrocca una giusta e sembra sbandare come un pugile suonato. L’ultima, dopo la Waterloo delle primarie in Puglia, è l’accordo siglato con Di Pietro che rinnova l’alleanza con il proprio carnefice e ne legittima la linea politica fatta esclusivamente di odio, giustizialismo, manette e santificazione delle procure, in una parola di antiberlusconismo puro dove non c’è nulla di cervello e di cuore, ma c’è solo e soltanto pancia, pancia e ancora pancia.

Si potrà dire che era un percorso obbligato, che non c’era altra scelta per evitare la catastrofe delle regionali di fine marzo e che, quindi, era necessario bersi la cicuta che passa il convento anche perché è troppo ridotto il tempo per recuperare politicamente ed è, quindi, opportuno rinviare ad altri tempi il ‘chiarimento’ con lo scomodo alleato. Ma è solo un pia illusione perché il risultato è quello di prolungare l’agonia che sta portando inesorabilmente il PD verso l’estinzione. Tra l’altro è un film già visto e rivisto.

Prima D’Alema e il Mugello con il seggio sicuro ‘regalato’ all’ex poliziotto sperando di poterlo mettere sotto ‘tutela’ così come normalmente facevano i vecchi dirigenti del PCI con gli intellettuali di sinistra; poi Veltroni e la sua sciagurata scelta dell’esclusione di tutte le frange ex comuniste e socialiste per imbarcare un soggetto che da solo non avrebbe mai superato lo sbarramento del 4% e che il giorno dopo, malgrado il ‘regalo’ ricevuto, diventò il vero nemico del partito della sinistra; quindi Franceschini, fotocopia dell’ex pm manettaro, che facendo finta d’ignorare che, normalmente, in assenza di contenuti, si preferisce l’originale, ha teso a inseguirlo sul terreno a Di Pietro più congeniale, quello della forca sulla pubblica piazza.

Adesso è impegnato Bersani ad aggravare la situazione del PD che all’esodo verso altri lidi (Alleanza per l’Italia) sta registrando un altro esodo verso l’IDV che non potrà essere fermato dalla condiscendenza del Segretario piddiino che si presenta all’appuntamento senza un progetto politico ma, come il suo predecessore, copiando l’alleato-rivale. E tutto per difendere qualche Regione che potrebbe cambiare colore rinviando a dopo i conti col sanguisuga. Ma il percorso per liberarsi dall’abbraccio mortale sarà, dopo, molto ma molto più difficile.

La rottura con Di Pietro andava fatta oggi senza lasciarsi incantare dalle dichiarazioni come ‘non attaccherò più Napolitano’ strombazzate dal trattorista di Montenero di Bisaccia. Il rischio della perdita di qualche regione sarebbe stata poca cosa rispetto al rischio estinzione che sovrasta la vita di quel che resta dello amalgama mal riuscito del vecchio ‘compromesso storico’. Ma anche Bersani, non riesce ad essere ‘guerriero con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro’, non sa affrontare la battaglia per ridimensionare il suo vero nemico che può essere messo alle corde con la ricostruzione di un pensiero politico che serve all’Italia anche dalla postazione dell’opposizione.

La legittimazione di Di Pietro, con l’operazione alleanza, determinerà nuovi e violenti scenari nei prossimi mesi e, contemporaneamente, lo sconquasso dello stesso PD. Se, infatti, all’interno c’è chi sarcasticamente sottolinea la negatività dell’operazione con un ‘fino a ieri eravamo per l’alleanza strategica con l’UDC, da oggi siamo per l’alleanza con Di Pietro. Ottimo e abbondante, soprattutto chiaro’, c’è anche chi come Prodi afferma, in modo netto, d’essere dispiaciuto nel ‘vedere che ormai sembra sempre più debole, la ragione dello stare insieme’.

I compagni di merenda, comunque, ringraziano anticipatamente.

(Giovanni ALVARO)

Reggio Calabria 27.1.2010

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gen 21 2010

QUANTI ALTRI ‘BETTINO CRAXI’ L’ITALIA SARA’ COSTRETTA A RIVALUTARE?

La valutazione positiva dell’azione politica di Bettino Craxi non ha avuto bisogno d’essere demandata ai politici ed agli storici che non hanno vissuto, per nulla, le terribili vicende che hanno sconvolto l’Italia nei primi anni novanta con la ‘falsa rivoluzione’ che ha decapitato tutti i partiti di Governo spianando, illusoriamente, la strada per la presa del potere dei post comunisti.

Quest’anno, che segna il decennale della morte dello statista, a ricordare la figura e il ruolo nella modernizzazione del Paese non c’era solo la sparuta pattuglia dei craxiani doc e dei garantisti, senza se e senza ma, che annualmente, in quel di Hammamet, rinnovavano il rito del ricordo mai sopito. Stavolta nessun riflettore è rimasto spento e a tesserne le lodi si sono messi tutti, non considerando, ovviamente, fra di essi quelli che, come Antonio Di Pietro, hanno capacità di ragionamento circoscritta alla propria pancia.

Del resto non poteva che essere così. Grande è stato, infatti, l’apporto di Bettino nel saper rompere il gioco delle parti tra i due più grandi partiti dell’epoca, PCI e DC, che stavano stritolando tutti con il compromesso storico che, in definitiva, era una copertura per gestire il potere anche se da postazioni diverse, quali possono essere governo e opposizione, ma col meccanismo dell’inciucio. La grandezza dell’uomo sta inizialmente proprio in questa sua capacità di non lasciarsi intimorire dai due colossi che lo osservavano con sufficienza, e successivamente di procedere con risolutezza sul terreno delle scelte operative.

Quattro sono stati i punti focali della sua azione. Una delle prime iniziative è stata quella di mettere sotto controllo l’inflazione, ch’era ormai vicina al 20%. Con il decreto di San Valentino furono soppressi 4 punti di scala mobile bloccando il circolo vizioso che vedeva la rincorsa salari-inflazione. Contro quel decreto si scatenò l’ira del PCI di Berlinguer che promosse un referendum abrogativo che gli italiani respinsero a larga maggioranza: l’inflazione scese, nei quattro anni successivi, dal 16 al 4%, e Craxi colse sia la vittoria sull’inflazione, portando l’Italia a diventare la 5’ potenza industriale del mondo, che quella sul Pci avendo dimostrato che non poteva condizionare le scelte economiche e politiche del Governo.

Nello stesso anno Craxi riuscì a regolarizzare i rapporti con la Santa Sede definendo il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, che sostituiva integralmente quello del 1929, e con il quale si abbandonava la nozione di ‘religione di Stato’ e la ‘congrua’ (quel sistema di contributi che lo Stato italiano versava ai parroci) sostituendola con l’8 per mille.

In politica estera era chiara la scelta occidentale che fu sottolineata dalla decisione, dinanzi ai tentennamenti della solita Europa, di schierare gli euromissili a Comiso che provocarono lo smantellamento degli SS 20 sovietici, puntati su tutte le capitali europee, e che aprirono un processo che portò al disfacimento del blocco sovietico e della stessa URSS (scelta questa che cozzò con il ‘pacifismo’ a senso unico dei comunisti, e con le iniziative dell’arcobaleno del tempo). La scelta occidentale, infine, non poteva, per Craxi, significare rinuncia all’autonomia del Paese che, anzi, con la vicenda di Sigonella riceveva un’orgogliosa difesa: la sovranità italiana sul proprio territorio non poteva essere messa in discussione.

Sono quattro facce di una capacità di governo forte, di un leader che amava il proprio Paese e l’Occidente nel quale l’Italia era collocata, di uno statista che badava soprattutto agli interessi dello Stato che dirigeva. Una personalità indiscutibilmente scomoda da mettere, il più presto possibile, fuori gioco. E questo poteva avvenire scoperchiando il sistema del finanziamento illegale che foraggiava tutti i partiti, e contemporaneamente modificando corposamente i poteri dei PM. Il sistema giudiziario diventava un sistema in cui i PM erano i ‘padroni’ e gestori di ogni iniziativa accusatoria che è quella che serve per ‘rivoluzionare’ un paese. Questo è avvenuto, però, dopo essersi assicurati, lor signori, la cancellazione dei reati, inerenti il finanziamento illecito dei partiti, fino al 1989.

Si ruppe allora, come giustamente ricordava il Presidente della Repubblica, nella lettera inviata ad Anna Craxi, l’equilibrio tra politica e giustizia, e con l’accanimento su Craxi si ebbe la certezza (sottolineata da Napolitano) di quanto fosse profonda tale rottura. Quell’equilibrio continua ad essere fortemente sbilanciato rispetto alla politica, e l’accanimento contro Berlusconi ne è una prova lampante. Se non si interviene velocemente ci saranno altri che potranno cadere sotto la mannaia dei PM onnipotenti , e ci saranno altre rivalutazioni, tra 10 o 20 anni, che dovranno essere fatte.

E’ chiaro che sarebbe interesse di tutti ripristinare la ‘divisione dei poteri’, ma se si continua a fare un passo avanti e due indietro, è estremamente necessario procedere con la propria forza e i propri voti. Sarebbe questo il miglior regalo da fare alla memoria di Bettino Craxi.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 21.01.2010

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gen 12 2010

‘CAPIRE’ LA PORTATA STORICA E MEDITERRANEA DEL PONTE

Il tanto atteso Ponte sullo Stretto di Messina, un gioiello della tecnica ingegneristica che potrebbe vedere la luce tra circa sette anni, meriterebbe intelligenti meditazioni e non disprezzo pretestuoso e sconclusionato. Dato per scontato che il Ponte rispetterà le risorse paesaggistiche e ambientali dello Stretto e che resisterà a scosse sismiche anche di intensità pari a quelle che, il 28 dicembre 1908, hanno raso al suolo le due belle città di Reggio e Messina, proviamo a riflettere sui suoi aspetti positivi evidenziando l’interesse sulle sue enormi potenzialità.

Un primo aspetto da sottolineare è la natura di un investimento che, nel Mezzogiorno e nella stessa Area dello Stretto, rompe con gli inutili investimenti a pioggia degli anni ’70, che hanno generato corruzione ed inefficienze, aprendo una fase nuova con effetti trainanti sull’intera economia. Questo obiettivo era stato affidato ai fondi europei che si sono rivelati, purtroppo, un totale fiasco progettuale, un altro grande veicolo di corruzione e l’ennesimo insuccesso volto a determinare la ‘rottura’ di cui aveva ed ha bisogno l’intero Mezzogiorno d’Italia.

Si lega a questo primo aspetto la seconda riflessione. Lo scarto infrastrutturale del Sud nei confronti del Paese è francamente enorme e, a dire il vero, anche l’Italia soffre un gap di questa natura con il resto del continente europeo. Gli indicatori elaborati dal World Economic Forum sul ritardo infrastrutturale complessivo dell’Italia, infatti, “classificano” l’Italia al 72° posto in una graduatoria di 134 paesi. La dotazione in strade, ferrovie, porti e l’offerta elettrica non è paragonabile a quella esistente in Germania o in Francia. La stessa Spagna, che accusava ritardi trentennali, è oggi al 28° posto in graduatoria! E chiaro che il sud presenta una situazione più critica registrando una sottodotazione di infrastrutture di trasporto sia quantitativa che qualitativa. Senza un elettrochoc, e il Ponte ha anche questa funzione, il sud non avvierà mai un virtuoso processo di crescita.

La dotazione infrastrutturale è poi indispensabile per il turismo. Tra il 2008 e il 2009 si è sofferto per un calo delle presenze (italiane e non) in Calabria e in Sicilia con riverberi sul terreno occupazionale e, quindi, sul Pil delle due regioni già abbastanza ridotti con il loro 12% di provenienza turistica a fronte di un Pil della vicina Malta che registra un apporto del 34% dallo stesso settore. “Avvicinare” le due regioni al dato maltese, con la crescita occupazionale nel settore turistico, si rivelerebbe in tutta la sua portata positiva. A livello europeo quasi l’80% dei viaggi con l’Alta Velocità avviene per motivi di “svago” e, per buon senso, l’Alta Velocità estesa alle più “lontane” province siciliane genererebbe nuovi flussi di traffico turistico dando fiato ad una vera stagione dell’industria del turismo, un settore che potrebbe finalmente rivelare le sue potenzialità moltiplicative e trasversali sulla formazione del Pil e del lavoro.

Gli “arrivi” turistici a livello mondiale, nel 2008, sono stati pari a 924 milioni e si stima possano salire a 1600 milioni nel 2020. Un minimo di buon senso porta ad affermare che basterebbe intercettare anche una piccola parte di questa crescita per “rivoluzionare” le due regioni. Già il manufatto è elemento di attrattiva turistica e con l’Alta Velocità diventerebbe più ‘visitabile’ della stessa Torre Eiffel o dei famosi ponti newyorkesi o londinesi. A dire il vero, il Ponte sarà sinergicamente valorizzato con gli altri magici tesori paesaggistici, artistici, storici e culturali della Calabria e della Sicilia e “sedurrebbe” milioni di turisti garantendo un nuovo turismo di benessere e ricchezza.

Una quarta prospettiva meritevole di attenzione è che la costruzione del Ponte metterà in moto una mole di lavoro con benefici diretti ed indiretti sin da subito. Decine di migliaia di persone, da manovali ad eccellenze di qualità e, nel medio e lungo periodo, rafforzerà la cultura d’impresa. Il Ponte sarà, per forza di cose, non solo funzionale al turismo, ma anche agli imprenditori, ai pochi che già operano in Sicilia e Calabria e ai tanti, nuovi italiani e stranieri, che potrebbero finalmente decidere di investire da noi utilizzando le nuove infrastrutture e mettendo a profitto la posizione geografica decisamente interessante perché al centro del Mediterraneo.

Una rete moderna ed efficiente di infrastrutture, di linee ferroviarie ad alta velocità, di più vie del mare, di porti adeguatamente ristrutturati, di aeroporti più dinamici e aperti ai flussi turistici, e di ogni altra forma di comunicazione internet veloce, tutto ciò abbasserebbe gli attuali costi di trasporto dando maggiore competitività al sud che diventerebbe, così, una vera “cerniera” tra l’Europa e il Nord Africa, un collante tra due realtà che avranno nei prossimi decenni un ruolo strategico nell’economia mondiale. Il Mezzogiorno diventerà, giocoforza, una piattaforma logistica di immenso interesse per l’intera Europa.

Le motivazioni favorevoli al Ponte sono, quindi, molteplici e forti. Il no al Ponte è, invece, un atteggiamento “subalterno” a logiche contrarie al vero sviluppo, che sconfina in una sorta di antimeridionalismo. La classe politica “pensante” deve avere ben chiaro che le polemiche in corso cresceranno fino a diventare rumorose perché l’organizzazione che vi ruota attorno ha l’interesse ad appellarsi ad inutili ampollosità, a furbesche manipolazioni delle relazioni economiche, ad irresponsabili catastrofismi.

In qualsiasi altro Paese del mondo il Ponte sarebbe già realtà da tantissimi decenni, ma l’Italia sconta troppe lentezze burocratiche, molte indecisioni politiche, tantissima speculazione culturale. Per un rilancio economico delle due regioni, anche in chiave mediterranea, diciamo sì al Ponte.

Bruno SERGI* – Giovanni ALVARO

*prof. Economia Internazionale
Università di Messina

Reggio Calabria 11.01.2010

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gen 06 2010

PROCURA: UNA BOMBA CHE APRE SCENARI SCONVOLGENTI

Uno tra i più abusati commenti sulla bomba, quella fatta esplodere dinanzi al portone della Procura Generale di Reggio Calabria, è che essa punti a intimidire i Magistrati per la loro attività contro i boss e i sequestri dei loro patrimoni. L’obiettivo sarebbe quello di farli recedere da questa posizione e farli diventare più docili e malleabili. E’ una tesi, però, che non sta né in cielo né in terra.

E vediamo perché. Gli stessi che oggi si accontentano di una lettura riduttiva hanno dipinto, in tutti questi anni, la ‘ndrangheta come una delle più potenti organizzazioni criminali, poco penetrabile per la sua struttura organizzativa fondata soprattutto sull’affiliazione familiare e, quindi, poco incline al pentitismo. Un’organizzazione in grado di mantenere rapporti internazionali, soprattutto col Canada e la Colombia, e diventare punto di riferimento del flusso della droga e del commercio delle armi, e in grado dei riciclaggi finanziari. Una struttura, quindi, non rozza, accattona e folkloristica, che sa usare solo le armi, ma struttura che ha menti lucide e capaci, in grado di ‘ragionare’ e saper ‘leggere’ gli scenari che un proprio atto può determinare.

In sostanza un’organizzazione che, a differenza della mafia di Riina, è poco incline all’esposizione mediatica ed è molto protesa a vivere nell’ombra. Il livello degli ‘affari’ è così alto che le attività illecite realizzate in Calabria hanno solo l’obiettivo di finanziare la rete organizzativa locale e mantenere il proprio dominio su un territorio che è soprattutto base logistica delle attività internazionali. Tra l’altro, la capacità di leggere gli scenari, non poteva non far escludere che l’obiettivo di un allentamento delle procedure di sequestro dei patrimoni non si sarebbe potuto ottenere perché l’azione di intimidazione collettiva come, a prima vista, è sembrato l’obiettivo della ‘bomba’, non è mai producente. I riflettori accesi, l’attenzione nazionale alle stelle, la necessità dello Stato di dare risposte immediate avrebbero giocato, come stanno giocando, contro l’ottenimento di visibili risultati. Mentre lo può essere l’attività intimidatrice individuale.

Ma se questo è vero bisogna capire a chi la bomba ha voluto parlare, e bloccare subito un processo di condizionamento che, con l’andar del tempo, provocherebbe una vera e propria sudditanza ai voleri della ‘ndrangheta da parte di chi, per debolezza o altro, ha ceduto magari una volta o così è apparso ai suoi interlocutori. Questa è comunque una ipotesi che ci si augura non sia vera e lo speriamo ardentemente. Se questo, però, non è vero bisogna prendere in considerazione l’altra ipotesi che è tutta interna alle organizzazioni mafiose.

Ecco perché. La falcidia di boss caduti nella rete (ben 11 tra i 30 più pericolosi sono ‘ndranghististi) delle squadre ‘catturandi’ per l’azione sempre più incisiva degli organi dello Stato, inclusa la Magistratura che, ultimamente, non è stata attratta dalle luci della ribalta com’è avvenuto in passato quando si inseguivano teoremi e si perseguivano colletti bianchi, può aver spinto forze emergenti della mafia ‘chianota’ (cioè della Piana di Gioia Tauro) a tentare di rompere la tradizionale ‘autonomia’ delle cosche reggine per puntare alla piramidizzazione mafiosa sul modello siciliano. Se gli esecutori dell’attentato sono della Piana l’ipotesi finisce d’essere tale e lo scenario che si apre sarà abbastanza sconvolgente: si assisterà all’inizio di una terza cruenta e feroce guerra di mafia che mette in discussione poteri consolidati e certezze acquisite.

Nell’un caso e nell’altro i tempi che ci attendono saranno abbastanza delicati, e questo quando Reggio si era affrancata, nazionalmente, dal marchio di città violenta e mafiosa.

(Giovanni ALVARO)

Reggio Calabria 6.01.10

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dic 27 2009

SE TUTTO E’ UN BLUFF, DI COSA SI PREOCCUPANO?

Malgrado l’assenza della cerimonia ufficiale della posa della prima pietra, in quel di Cannitello, per realizzare la variante ferroviaria al fine di liberare il terreno dove dovrà sorgere il pilastro calabrese del Ponte sullo Stretto, ci sentiamo felici, come Comitato ‘Ponte Subito’, per il rispetto dei tempi, a suo tempo annunciati, che fanno chiudere positivamente il 2009 e fanno ben sperare sul rispetto delle altre scadenze. Lo sanno ormai tutti che, a gennaio 2010 si aprirà il cantiere per dar vita ai lavori di sgombero della zona dove dovrà sorgere il pilastro siciliano, ed entro sei mesi (giugno 2010) avverrà la presentazione del progetto esecutivo del Ponte vero e proprio i cui lavori si avvieranno entro il successivo dicembre.

Rispetto al primo avvio, quello per intenderci del 23 dicembre scorso, infuriano le polemiche da parte dei detrattori. Non si dà pace l’on. Realacci che parla di ‘grande bluff’; né il Wwf che grida in ogni angolo di ‘falsa inaugurazione’; né i comunisti del Pdci che sostengono sia solo ‘una bufala’, né i politici calabresi che nonostante siano in scadenza hanno infelicemente chiamato fuori la Regione dalla ‘Ponte sullo Stretto SpA’, né la Cgil che batte i piedi e protesta energicamente dimenticando che tra le ricadute del Ponte vi è quella di una massiccia nuova occupazione diretta e indiretta, durante la costruzione e dopo che, probabilmente, a codesto Sindacato non interessa per nulla. Il Pd, invece, pur di polemizzare, si domanda ‘dov’era il Governo?’, avendo dimenticato, a distanza di pochi giorni, l’aggressione patita dal premier che gli ha impedito, com’era suo desiderio, d’essere presente alla posa ‘storica’ della prima pietra, ma che ha, comunque, voluto che i lavori cominciassero lo stesso. Ed è quello che non va giù alla schiera dei detrattori del Ponte.

Sorgono, però, spontanee delle domande che la gente si fa e di conseguenza tentiamo di dare qualche risposta. Perché si sostiene, senza un attimo di respiro, che i lavori di Cannitello non c’entrano con il Ponte? Perché si ricorre da parte dei criticatutto all’uso di paroloni quali ‘bluff’, ‘imbroglio’, ‘falsa inaugurazione’ e ‘bufala’? Se così fosse perché si agitano tanto? Qual è il problema? Se i lavori avviati non servono al Ponte, se il Ponte non sarà mai costruito, se mancano i finanziamenti per costruirlo, sarebbe opportuno calmarsi un poco, risparmiando alla gente contorte spiegazioni, inutili ricorsi a teorie economiche utilizzate ad arte per avversare il Ponte.

La verità, però, è chiaramente un’altra: lor signori sanno che ‘alea iacta est’ e che attorno al Ponte si è creata malgrado loro, una vasta attesa, grande speranza ed un clima decisamente favorevole. La maggioranza dei cittadini, come dimostrano i sondaggi che periodicamente vengono fatti, è favorevole al Ponte, ne condivide la scelta di fondo, ne auspica la realizzazione in tempi brevi, considerandolo un’occasione per trasformare questo benedetto Mezzogiorno d’Italia in vera piattaforma logistica Euro-Mediterranea, in un vero palcoscenico di sviluppo economico e di progresso sociale. È questo che non va giù a chi, della lotta contro il Ponte, ha voluto farne una scelta di campo irreversibile. È questo che li spinge, a fronte della evidente improponibiltà delle ragioni del no, a seminare dubbi, alimentare incertezze, concepire zizzanie sperando che così possa incrinarsi l’approvazione della gente comune al progetto Ponte. È questo che continua ad alimentare la loro ‘guerra privata’ e le posizioni politiche contro i mulini a vento.

Quando si accorgeranno d’essere rimasti gli ‘ultimi moicani’ in guerra sarà troppo tardi. Resteranno una scheggia che continuerà ad abbaiare alla luna, mentre il Ponte, giorno dopo giorno, si trasformerà da sogno in realtà, da speranza in certezza, da progetto pensato per decenni a decisivo fattore di rilancio del Mezzogiorno. Noi del Comitato ‘Ponte Subito’ vogliamo aiutare questo processo, rintuzzando, colpo su colpo, le affermazioni insincere e i catastrofismi diffusi. Vogliamo vigilare affinché, assieme al Ponte, si avviino processi di infrastrutturazione per tutto il Mezzogiorno che rendano il manufatto funzionale al più complesso obiettivo di crescita e pertinente all’obiettivo per cui l’UE lo ha considerato opera prioritaria e fondamentale del corridoio 1 Berlino-Palermo.

Bruno SERGI* – Giovanni ALVARO
Fondatori ‘Ponte Subito’

* Professore Economia Internazionale
Università degli Studi di Messina

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dic 24 2009

LE DICHIARAZIONI DI DUE O TRE MAFIOSI NON SONO PROVE

di Giovanni ALVARO - Le ultime vicende politiche, con la sconvolgente e vergognosa aggressione a Silvio Berlusconi, e le altrettante vergognose dichiarazioni di alcuni campioni della civiltà e della democrazia a senso unico, come Antonio Di Pietro, Rosy Bindi, Marco Travaglio e Sonia Alfano, hanno fatto passare in secondo piano il teatrino giudiziario sulla mafia e sui pentiti. Ma credo sia necessario riprendere il filo di alcuni ragionamenti che stanno alla base di possibili e necessarie riforme nel settore della giustizia del nostro Paese, proprio adesso che, forse, si avvierà la fase realizzativa.

Ed allora partendo delle deposizioni di Filippo Graviano e Cosimo Lo Nigro, che hanno avuto, e non poteva che essere così, solo un valore mediatico indifferentemente dalle cose che i due potevano dire, va rilevato che se avessero confermato la versione di Spatuzza il can can mediatico, il teatrino di Annozero e l’aggressività delle dichiarazioni degli anti (quegli stessi che hanno avvelenato l’Italia con la conseguente aggressione al presidente del Consiglio) avrebbero ripreso alla grande rendendo il premier, come minimo, una specie di anatra zoppa. E soprattutto ci sarebbero stati gli alleluia gridati ai quattro venti sulle dichiarazioni che erano state riscontrate, anzi pienamente riscontrate. Nulla di più falso.

Infatti le conferme di un altro mafioso, magari di ‘grado’ superiore al primo dichiarante, hanno un rilievo solo mediatico, e non possono essere considerati riscontri e quindi prove. I riscontri e le prove sono ben altra cosa. Se così non fosse la vita di ognuno di noi sarebbe alla mercé delle dichiarazioni di due o tre affiliati alle organizzazioni mafiose, e questo liquiderebbe non solo lo stato di diritto, ma la stessa democrazia perché PM infedeli alla collettività, ma fedelissimi ad una ideologia, potrebbero manovrare come meglio gli aggrada le loro dichiarazioni. Dire che bisogna avere fiducia nella Magistratura, oggi, lascia il tempo che trova: fidarsi, infatti, è bene, non fidarsi è meglio.

Né ci si può fidare delle dichiarazioni di questi mafiosi che scoprono il pentitismo con le ricadute pro domo loro, di questi stinchi di santo e fior di galantuomini che, per quantità ed efferatezza dei loro crimini, possono entrare nel Guinness dei primati. Del resto dichiarazioni infedeli ce ne sono a iosa, e non c’è bisogno di ricorrere all’abusato Pellegriti (falso pentito stroncato da un vero magistrato qual’era Falcone), o al pentito di Via D’Amelio, quel Vincenzo Scarantino, sulle cui dichiarazioni si sono imperniati i tre processi Borsellino, con la distribuzione di ergastoli a gogò, passati al vaglio della Cassazione e quindi in giudicato, per averne la conferma.

Anche per quei processi, quanto dichiarato da Spatuzza è la verità o le sue sono semplici ‘minchiate’? Spatuzza ha dichiarato che le cose erano andate diversamente da quanto verbalizzato da Scarantino, ma agli investigatori non serve una nuova versione della strage, quanto avviare percorsi che possano arrivare a ‘svelare il terzo livello’. Su quest’altare, mediaticamente parlando, bastano le dichiarazioni di pentiti e non c’è bisogno né di prove, né di veri riscontri.

Da questa strada si arriva a liquidare lo stato di diritto, la presunzione costituzionale di innocenza, e si ottiene il massacro del malcapitato, che non è mai un illustre sconosciuto, ma è quasi sempre un avversario politico che, nella logica ideologizzata ancora esistente, intralcia il processo ‘rivoluzionario’ e, anche per questo, va messo fuori gioco.

C’è chi ha preso alla lettera il messaggio e ha deciso di passare dalle parole ai fatti: prima con l’invettiva, poi col treppiedi, quindi con il lancio di statuette, e poi… ma mai, e poi mai con le idee, coi programmi, con le proposte, anche perché questi mancano totalmente. Il vuoto più assoluto. E, normalmente, il vuoto tende a riempirsi anche se con quello che passa la chiesa: odio, invidia, disprezzo.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria, 17.12.2009

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dic 21 2009

NO PONTE SULLO STRETTO? UN FLOP TIRA L’ALTRO

Il No al Ponte è più un fatto mediatico, per la capacità dei detrattori dell’opera di tenere la scena, che un reale atteggiamento della popolazione. La gente, quella a cui sempre più spesso si appellano, per sostenere le proprie tesi, funzionari di partito, dirigenti di associazioni cosiddette ambientaliste e intellettuali in servizio permanente effettivo, va da tutt’altra parte, non abbocca più ai canti, ormai striduli, ripetitivi e stonati, delle sinistre sirene.

Già i risultati elettorali erano stati una netta conferma del rifiuto del No al Ponte. A Messina le vittorie al Comune, alla Provincia e l’apporto al successo di Lombardo alla Regione; e a Reggio Calabria, il successo di Peppe Scopelliti, si sono verificati ben conoscendo, gli elettori, gli orientamenti dei rispettivi candidati a favore del Ponte. Gli stessi sondaggi hanno registrato, senza soluzione di continuità, ormai da molto tempo, una forte maggioranza a favore della costruzione del manufatto. E infine le manifestazioni di questi ultimi giorni che fanno dire che ‘errare umanum est, perseverare è da sciocchi’.

Il primo flop si è avuto con la manifestazione (si fa per dire) del 5 dicembre quando si son viste, in quel di Messina, più bandiere rosse che manifestanti (eran trecento giovani e forti, ma politicamente insignificanti). Il 19 hanno tentato la rivincita, con i soliti slogan negativi senza costrutto, sul dirimpettaio suolo calabro di Cannitello dove, comunque, il 23 dicembre apriranno i cantieri della variante ferroviaria, opera propedeutica per avviare entro alcuni mesi le attività di costruzione del Ponte di Messina.

Il flop di questa seconda manifestazione brucerà certamente in modo forte sulla pelle degli organizzatori. Strombazzata su ogni media: giornali locali e nazionali, televisioni italiane ed estere, radio pubbliche e private, internet con i gruppi di facebook e l’onda viola, e la ‘Rete No Ponte’, e l’adesione della Giunta Regionale Calabria che per l’occasione, dopo la denuncia del ‘Comitato Ponte Subito’, si libera delle azioni della Società, e dopo i proclami di ‘illuminati’ professori, che fanno sfoggio di ‘verità e certezze’ ma ricercano solo una propria visibilità, la manifestazione è stata una nuova Caporetto e ciò malgrado le ‘truppe cammellate’, sempre meno numerose, che vengono spostate su ogni scenario dove è necessario un protagonismo da far rimbalzare mediaticamente.

I media amici, prima del 19, avevano parlato di centinaia e centinaia di adesioni di sigle, associazioni, partiti ed Enti locali. Previsioni strombazzate dagli organizzatori che parlavano di oltre 30.000 manifestanti con un’organizzazione che rasentava il paramilitare. Il giorno dopo il 19 dicembre sono rimaste le centinaia e centinaia di sigle, ma i partecipanti si sono ridotti a circa 4.000 unità in larga parte portate da lontano e apertamente schierate contro il Governo in carica. Abbiamo visto funzionari di partito, dirigenti di associazioni, soggetti schierati politicamente contro il Ponte, ma mancava la gente, cosa che i media amici dei No Ponte non hanno evidenziato, e gli intellettuali, perennemente al servizio della demagogia, hanno nascosto a se stessi.
Si, mancava la gente, quella comune, quella locale, quella ch’è stanca d’essere presa per i fondelli, quella che non intende più essere manovrata per fini politici, quella che non può dimenticare che la sinistra, prima dell’avvento di Berlusconi, ma in parte anche dopo, ha sostenuto il Ponte e la sua realizzazione, per poi abbandonarlo dato che prima Craxi e poi Berlusconi ne avevano fatto un cavallo di battaglia considerando il Ponte una scelta strategica per il rilancio economico delle due regioni interessate e per l’intero sistema Italia.
Riusciranno, parafrasando la Wertmuller, i nostri a comprendere che continuando su questa china arriveranno nudi alla metà? Ne dubitiamo.

Il Comitato ‘Ponte Subito’

Reggio Calabria 21.12.2009

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dic 11 2009

ASSURDO: LA REGIONE MANIFESTERA’ CONTRO IL PONTE

Siamo giunti alle comiche finali: la sinistra è proprio nel pallone, in totale confusione mentale. Non c’è altro modo per dipingere la scelta della Giunta Regionale dalla Calabria (Governatore Loiero) di aderire alla manifestazione No Ponte che si terrà nei prossimi giorni, poco prima della posa della prima pietra da parte del premier Silvio Berlusconi che avverrà il 23 dicembre 2009 e che sarà sostenuta da una forte presenza popolare.
Se è legittimo e normale assumere una determinata posizione in riferimento ad un problema, ad un’opera o a un provvedimento di qualunque natura, non lo è per la Regione Calabria in riferimento al Ponte sullo Stretto se prima non scioglie il nodo della sua partecipazione societaria nella Società ‘Stretto di Messina’ vendendo le proprie quote azionarie.
Si dà il caso, infatti che la Regione Calabria detiene il 2,6% delle quote azionarie della Società, che ha nominato propri rappresentanti in quella Società, e che la ragione sociale della stessa è la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Le comiche di cui parlavamo all’inizio stanno proprio in questa assurda situazione: essere finanziatori della Società che persegue l’obiettivo di realizzazione dell’attraversamento stabile dello Stretto e contemporaneamente boicottarlo, non in modo sotterraneo, ma addirittura palese, infischiandosene che le quote azionarie siano state acquisite con il denaro dei propri concittadini. Che la filosofia del partito di lotta e di governo, e il tradizionale’ benaltrismo’, vengano usati dai gruppuscoli è legittimo, non è accettabile che a cavalcare queste filosofie sia la Regione che con quest’atto sfiora il codice penale: uso del denaro pubblico per opere che non intende realizzare.
La vicenda, in definitiva, presenta risvolti che dimostrano la vacuità di una classe dirigente senza reali capacità politiche se non quelle di assecondare le spinte di gruppuscoli verdi, rossi o arcobaleno che siano, che sanno dire solo NO; e non sanno guardare al di là del proprio naso. Non riescono a trarre profitto dall’ultimo flop realizzato con la manifestazione dello scorso 1 dicembre che ha registrato una partecipazione di circa 300 vocianti manifestanti. Pensano che sia possibile nascondere, anche a se stessi, la cruda realtà che vede un’opinione pubblica lontana mille miglia dal loro atteggiamento di rifiuto.
Pensano che basti portare in piazza, il prossimo 19 dicembre, alcune migliaia di partecipanti per capovolgere la situazione, facendo finta di non capire che le truppe cammellate che vengono spostate ad ogni manifestazione, con decine di autobus, servono a fare scena ma non servono a far cambiare idea alle popolazioni locali e alla maggioranza degli italiani che hanno le tasche piene delle menzogne sparse senza ritegno, dei delfini la cui rotta sarebbe ‘disturbata’ dall’ombra del Ponte, delle catastrofi predette da tecnici in cerca di autore, dei professoroni universitari convinti che il ‘verbo’ stia solo a sinistra e rinunciano alla loro autonomia intellettuale.
Ignorano, e crediamo realmente, che il Ponte non è un giocattolo, che esso non serve per attirare milioni di turisti (e questo tra l’altro non guasta a territori che hanno vocazione turistica), ma è parte integrante di un percorso (il corridoio 1 Berlino-Palermo) che deve captare il grosso del traffico commerciale che transita nel Mediterraneo e che è pari al 30% del traffico mondiale. Manca loro la capacità di capire che quell’Alta Velocità che oggi si ferma a Salerno sarà necessariamente allungata per tutto il corridoio che arriva a Palermo. L’uso del corridoio farà risparmiare alle merci 5 o 6 giorni di navigazione tra Nord Europa e Medio ed Estremo Oriente. E Calabria e Sicilia dovranno attrezzare e sviluppare i propri porti che diventeranno vere e proprie cerniere tra Italia e Paesi rivieraschi.
Se non si ha idea di cosa sarà il Ponte si continui pure con i NO-Day. Noi invece siamo per SI-Day: si allo sviluppo, si alle infrastrutture, si all’aggancio del Sud al treno europeo, si al turismo, ma soprattutto SI a nuove classi dirigenti delle quali il Mezzogiorno ha estremo bisogno.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 11.12.2007

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dic 05 2009

FORSE SPATUZZA HA EVITATO AL PDL IL BARATRO

C’è chi sull’assurda vicenda che ha messo in fibrillazione la coalizione che ha vinto le elezioni e che ha messo in estrema difficoltà il PdL, che di quella coalizione è il perno fondamentale ed ha gli obblighi maggiori nei confronti dell’elettorato, aveva scelto di non entrarci, nel tentativo non di ignorare il dibattito che, insperabilmente, poteva offrire all’opposizione qualche chance, quanto per evitare di buttare benzina su un fuoco che, con qualunque posizione si poteva assumere, rischiava di contribuire ad alimentarlo anziché spegnerlo.

L’augurio che ogni spirito libero si fa è quello di non essere giunti al limite della rottura e del superamento del punto di non ritorno, anche se serve capire cosa realmente è successo, ben sapendo che è assolutamente impossibile poter andare avanti per altri tre anni con un clima simile, con rapporti ogni giorno sempre più logorati e l’impossibilità di poter governare.

Se a tutto ciò su aggiunge l’attacco forsennato che proviene da alcune procure con la riesumazione di pentiti alla ricerca di sconti di pena, premi e cotillon; la mannaia di due processi che, se pur non potranno arrivare ai tre gradi di giudizio prima della prescrizione, potranno però intaccare la figura del premier e indebolirne lo status, se non in Italia almeno all’estero; l’incognita delle prossime elezioni regionali che, con questo gelido vento che spira, rischiano di poter diventare una vera e propria Waterloo; se tutto questo è vero il quadro è chiaramente dei più foschi.

Va detto intanto che le posizioni di Fini, che sono state fortemente applaudite dalla sinistra, hanno sconvolto il popolo moderato. Esse non possono essere considerate frutto di scivoloni estemporanei e non valutati, perché se così fosse si dovrebbe cambiare sensibilmente il giudizio sulle capacità politiche del Presidente della Camera. Né è possibile credere che il fuori onda sia frutto di sbadataggine, perché se così fosse stato non ci sarebbe stato l’ok di Fini a Ezio Mauro (la Repubblica) per mettere il video on-line. E ciò è avvenuto dopo l’incontro e il chiarimento con Berlusconi, l’accordo sul processo breve, quello sul legittimo impedimento, con il rilancio del lodo Alfano (con legge costituzionale) e la riesumazione dell’immunità parlamentare la cui abolizione ha letteralmente provocato un grave vulnus al potere legislativo.

Quel chiarimento e il successivo video hanno dato l’impressione del classico passo indietro per farne due avanti, in un meccanismo di chiaro e netto logoramento del Premier. La stessa vicenda dell’assalto di alcune procure a Berlusconi, della bocciatura del lodo Alfano, del ridicolo processo Mills, del risarcimento di 750 milioni a De Benedetti, dovevano consigliare più prudenza e il non uso del chiacchiericcio sulle ‘dichiarazioni’ del pluriomicida ‘pentito’ Spatuzza, anziché rifugiarsi in un equivoco ‘speriamo che lo facciano con uno scrupolo da… perché è una bomba atomica’.

A Torino è esplosa però una ‘bombetta paranatalizia’, anche se è stata preceduta da un consistente battage mediatico (200 giornalisti accreditati, televisioni italiane e straniere, clima d’attesa, ecc.), tanto che lo stesso Fini ha dichiarato che è stato solo rumore senza riscontri. C’è anche di più: Spatuzza non è al servizio dell’antimafia, ma della stessa mafia e per l’assurdità delle sue dichiarazioni sarebbe stato denunciato da Giovanni Falcone.

E’ legittimo sperare che, partendo dal ‘flop’ della ‘bomba atomica mancata’, e del malessere che ormai ha colpito l’intero Popolo moderato, si possano evitare nuovi strappi e si possa ripartire decisamente e unitariamente per affrontare i nodi di un Paese che deve essere governato da una sola gamba mancando una vera opposizione. Forse, ringraziando Spatuzza, non siamo caduti nel baratro. Forse le enormità pronunciate serviranno a fare chiarezza.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 5.12.2009

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nov 26 2009

L’ELIMINAZIONE DI BERLUSCONI E’ IN UNA LOGICA MAFIOSA

No, non ce l’hanno fatta e non ce la potranno fare a cacciare Silvio Berlusconi con le idee, i programmi e la politica. Non ce l’hanno fatta e non ce la potranno fare perché non hanno idee, non hanno programmi e hanno divorziato da tempo dalla politica dato che la loro specialità è il retrobottega, la trama da corridoio, l’intrigo con l’assenza totale di un minimo senso dello Stato.

Sono arrivati, comunque, a questa conclusione dopo averle sperimentate tutte, nel corso di ben 15 lunghi anni di opposizione (sic.!), dalla gioiosa macchina da guerra; agli avvisi di garanzia, recapitati in diretta durante un incontro internazionale; ai ribaltoni del responso elettorale strumentalizzando la famosa costola della sinistra e utilizzando la disponibilità dell’allora inquilino del Quirinale; all’uso asfissiante, senza alcuna interruzione, della Guardia di Finanza sulle sue aziende; all’apertura di procedimenti giudiziari senza alcun risparmio; alla sua denigrazione sistematica e completa; agli attacchi giornalieri fatti dalla ‘imbavagliata’ (sic!) stampa italiana ed estera; alle campagne sul conflitto d’interessi che periodicamente venivano rilanciate.

E poi, ancora, quando l’onda inarrestabile dell’ultimo responso elettorale ha spazzato via l’imbelle governo Prodi ed ha dato vita all’attuale governo Berlusconi hanno tentato la strada del gossip; del guardare dal buco della serratura; delle escort introdottesi vergognosamente in casa sua con tanto di registratore, con l’obiettivo di intaccarne la figura; con le foto ‘rubate’ nella sua villa in Sardegna; con la strumentalizzazione delle sue vicende familiari; con l’ossessiva serie di domande pubblicate per mesi dal giornale del suo nemico; con la sentenza, da far tremare i polsi e le vene, con la quale si decide un ‘risarcimento’ alla Cir di De Benedetti di ben 750 milioni di euro; con il tentativo di distruggere l’atto di solidarietà umana espressa nei confronti di Marrazzo; con il…, e poi ancora il… il… il…

No, non è bastato. Quest’uomo appare indistruttibile, e chiaramente lo è, sia per le capacità carismatiche, per quelle di governo e per il decisionismo che gli permette d’uscire d’ogni situazione difficile; ma anche per il sostegno che gli viene da un ampio consenso popolare. E’ chiaro che la maggioranza degli italiani lo aiuta a non piegarsi e a resistere, resistere, resistere. E bene ricordare, infatti, che a questo popolo (che qualcuno considera bue, imbelle e moralmente inferiore) non è bastato, negli anni di ‘mani pulite’, d’essere privato dell’intera propria classe dirigente per farsi impaurire, avviare la dispersione delle sue aspirazioni e dei suoi convincimenti democratici, e magari decidere di rifugiarsi sotto qualche ombrello falsamente protettivo (come, purtroppo, hanno fatto pusillanimi dirigenti di terza e quarta fila del fronte moderato). E’ stata chiara, per la maggioranza degli italiani, qual’era la scelta di campo da fare, e quella scelta è stata fatta.

Solo gli intrighi, i ribaltoni e i brogli elettorali hanno permesso, in questi 15 anni, parentesi altrimenti improbabili. Ecco perché, oggi, si pensa alla ‘soluzione’ finale di hitleriana memoria, o al mezzo che riesca a chiudere definitivamente un conflitto interminabile, anche se con la filosofia, terra terra, della mafia che, senza perdere tempo, risolve il problema con l’eliminazione fisica del proprio nemico. C’è chi invoca un novello Gravilo Princip, e chi si affida ai pentiti di turno. Nell’uno e nell’altro caso si punta a mettere fuori gioco Silvio Berlusconi.

Ma la storia, oltre a non ripetersi se non sotto forma di farsa, per alcuni protagonisti delle vicende italiane, non è stata, purtroppo per loro, neanche maestra di vita. La messa fuori gioco del CAF (Craxi, Andreotti e Forlani) non è servita a niente. Al palo erano i pseudo sinistri, al palo sono rimasti e al palo resteranno. Berlusconi ha uno scudo insuperabile rappresentato dal forte sostegno che gli riserva la maggioranza del popolo.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 25.11.2009

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