Archive for ottobre, 2009

ott 26 2009

ALLA SINISTRA BISOGNA DIRLO: LASCIATE IN PACE MARRAZZO

Non saremo certamente noi a rinfocolare il fuoco del gossip su Marrazzo. Siamo distanti anni luce dall’uso vergognoso e spregiudicato di tale sistema di lotta politica, e mai e poi mai avremmo immaginato che la sinistra finisse, in mancanza di veri leaders e di capacità politica, con il fare concorrenza a Novella 2000. Capofila di questa stagione è stato il quotidiano la Repubblica che detta ormai, assieme a Di Pietro e De Magistris, la linea all’intera sinistra.

Guardare dal buco della serratura, sbirciare sotto le lenzuola e cavalcare squallide questioni di sesso sono l’emblema, però, del degrado morale a cui è giunto chi lo pratica trasformandolo in arma impropria della lotta politica nel nostro Paese. Una vera e propria barbarie, usata, in questi mesi, contro il Presidente Berlusconi, nell’illusoria speranza di una reazione negativa da parte degli elettori cattolici . Noi ci teniamo alla larga da questa barbarie perché cozza contro la nostra indole. Ci disgusta, pertanto, il doppiopesismo di chi considera sporco maiale il premier Berlusconi e candido agnellino il Presidente Marrazzo.

La storia per noi sarebbe già finita qui perché, comunque, ambedue i fatti, interessando la parte del corpo sotto la cintola e tra persone maggiorenni consenzienti, non sono considerati reati, ma fatti personali e privati che meritano la privacy. Su questo va difeso Marrazzo come andava difeso Berlusconi, e noi lo facciamo, ma la sinistra, ormai forcaiola, guardona e con una palese e visibile doppiezza morale, è di tutt’altro parere come dimostrato dalle vergognose dichiarazioni sulla vicenda tra le quali brilla quella espressa dalla “più bella che intelligente” Rosy Bindi. Ma a ognuno il suo.

A che serve non limitarsi ad esprimere la solidarietà a Marrazzo, uomo distrutto, di cui comprendiamo le sofferenze anche per la difficoltà di guardare negli occhi la propria moglie e le sue tre figlie, che dichiara quasi con le lacrime agli occhi che “vorrebbe scomparire” e che ha bisogno d’essere aiutato a superare, umanamente, la terribile esperienza che sta sopportando? A che serve usare, se non per bassi interessi di bottega, la vicenda di questo povero uomo che dopo aver negato si è sentito costretto a dichiarare le proprie debolezze? Non serve a nulla.

Si, non serve a nulla fare il paragone tra quella che la Bindi considera la sensibilità di Marrazzo per la confessione e l’autosospensione dall’incarico ricoperto, e le non dimissioni di Berlusconi che non ha negato l’episodio sviluppatosi senza la sua conoscenza dello status di sgualdrina rivestito dalla D’Addario, presentatasi nella sua abitazione munita di registratore e telefonino per le foto. Non vogliamo fare distingui sull’uso del sesso ma l’accoppiamento uomo-donna, in regime di separazione coniugale, viene tollerato dall’opinione pubblica in modo nettamente diverso dall’accoppiamento uomo-uomo, in regime di regolare matrimonio. Feltri, da par suo, ha immortalato, nella percezione dell’opinione pubblica, le due situazioni come attenuante l’una ed aggravante l’altra ricordando che ‘la gnocca’ è, comunque, un’attenuante.

Ma sulla vicenda Marrazzo sembra essersi consumata o si stava consumando un’estorsione, un ricatto o giù di lì, e non sembrano esserci state denunce a riguardo da parte di un politico che riveste un ruolo pubblico, e quindi obbligato alla denuncia. L’assenza della quale e la negazione dell’estorsione rischiavano di aggravare la situazione della vittima con la consumazione di un altro reato, quello di ‘ostacolo all’accertamento della verità’. Parlare di questo, comunque, non è gossip, cara Rosy, ma cronaca, perché a differenza tua, noi continuiamo a sostenere la libertà di ognuno a usare come vuole il proprio corpo, se lo si fa senza commettere reati.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 26.10.2009

No responses yet

ott 22 2009

IL PONTE E’ STRATEGICO PER L’ITALIA E PER IL MEDITERRANEO

C’è sempre un problema da sbandierare per tentare di bloccare la costruzione del Ponte sullo Stretto, sopratutto quando le leve del potere decisionale sono in mano diverse da quelle del signor Prodi che, non andando tanto per il sottile, ha bloccato, senza alcun ritegno, una gara già vinta facendo perdere, circa tre anni, al processo realizzativo.

Oggi, fuori dal Governo, le tentano tutte giovando spregiudicatamente sulle disgrazie della povera gente. Dopo il terremoto dell’Abruzzo, infatti, hanno gridato ai quattro venti che mancando i soldi per la ricostruzione era necessario rinviare di qualche anno le opere infrastrutturali di grande peso; poi dopo la tragedia dell’alluvione a Messina si sono battuti il petto alzando alti lai per richiedere che invece di opere faraoniche (!) si pensasse, prioritariamente, alla difesa del territorio. Ed anche Loiero, pur non avendo una sciagura che lo interessasse direttamente, ha chiesto, al posto del Ponte, la difesa del suolo per evitare quel che è successo a Messina.

Parafrasando Manzoni sembrano i ‘bravi’ di don Rodrigo con il loro minaccioso ‘questo Ponte non sa da fare’, non comprendendo che dall’altra parte non c’è un don Abbondio, ma un Governo ed una maggioranza che hanno deciso di sbloccare tutte le grandi opere che sono chiaramente indispensabili per la crescita e lo sviluppo del Paese e altrettanto utili per combattere la recessione. Nel caso del Ponte poi, o sono incapaci o sono in malafede: il Ponte, infatti, non è un’opera di regime, ma un’opera strategica per lo sviluppo del Mezzogiorno.

L’aver poi saputo affrontare, da parte del Governo Berlusconi, con determinazione e visibili risultati, sia il dramma dell’Abruzzo che la tragedia di Giampilieri, ha dimostrato che non c’è contrasto tra gli interventi di emergenza e la realizzazione di opere strategiche per il Paese. L’Italia non è poi così disastrata da finire in ginocchio per un terremoto, pur severo, come quello dell’Aquila; né viene distrutto per le disgrazie alluvionali, e quindi non è obbligato a scegliere le priorità da affrontare. Se così non fosse, di sicuro, non saremmo la settima potenza industriale del mondo, e non guarderemmo sempre avanti. E con il Ponte continuiamo a farlo.

Il primo meeting delle città del Mediterraneo, tenutosi a Reggio Calabria, lo ha confermato. L’interesse dell’uditorio e delle delegazioni presenti per il travolgente intervento del Commissario Straordinario per il Ponte, Pietro Ciucci, ne è stata una conferma, come conferma è l’assedio subito da Ciucci da parte della stampa. A nessuno, infatti, può sfuggire, se non è annebbiato da una persistente retorica negativa, l’indispensabilità dell’opera che ha spinto il governo a riprendere e accelerare l’iter del Ponte che va letto per quello che effettivamente è: il non voler rinunciare ad una scelta strategica che può determinare una grande inversione di tendenza per l’intero Mezzogiorno.

Smettiamola dice Pietro Ciucci con la mistificazione e gli imbrogli “quello del 23 dicembre è un appuntamento reale e importante, e si tratta davvero della posa della prima pietra del Ponte sullo Stretto”. Duro, quindi, nella polemica e in difesa dell’opera che non serve solo a unire le aree limitrofe di Reggio e Messina, e che sarà anche una grande attrattiva turistica. Il Ponte come rileva Zamberletti, Presidente del CdA Stretto di Messina Spa, ”è particolarmente strategico per il Sud perché, con il completamento del programma di alta velocità, il Mezzogiorno sarà collegato con il sistema ferroviario europeo rappresentando così un importante fattore di sviluppo per tutte le regioni meridionali”. La vera novità del Ponte, rileva ancora Zamberletti, ”è che si tratta di un ponte ferroviario, e non solo stradale, che permetterà ai porti siciliani di diventare porti europei strategici con un grande vantaggio per quanto riguarda i costi di trasporto delle merci. Le merci in partenza dalla Germania e dirette verso l’Oriente, ad esempio, guadagnerebbero cinque-sei giorni di navigazione se dopo un transito in treno venissero imbarcati in Sicilia”.
Nel Mediterraneo oggi transita il 30% del commercio mondiale dal Nord Europa al Medio e Estremo Oriente, e viceversa, per cui da subito bisogna rendere efficiente il corridoio 1, deciso dall’UE, e di cui il Ponte è parte integrante. Col Ponte, quindi, si darebbe l’avvio a grandi opere di infrastrutturazione a monte e a valle, e con esso sarà indispensabile collegare Calabria e Sicilia all’Alta velocità rendendo appetibile il corridoio Berlino-Palermo, e togliendo le regioni periferiche del Paese dal perenne isolamento in cui si trovano.

Chi grida contro il Ponte, anche con la diffusione di paure per le infiltrazioni mafiose che uno Stato forte può e deve saper controllare, è un nemico vero, giurato e in malafede. E’ chiaramente un nemico della Calabria, del Mezzogiorno e dell’Italia. Che lo siano i Verdi passi, ma che lo diventi anche Loiero è veramente il colmo.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 21.10.2009

No responses yet

ott 17 2009

NON RIESCONO A GUARDARE OLTRE IL PROPRIO NASO

Da quello che si capisce erano andati (la sinistra e i suoi giornali) a suonare e sono stati suonati. Credevano di distruggere il premier con il colpo finale della bocciatura del Lodo Alfano (con relativi sogni fatti di processi, condanne ed arresti) e si trovano ad aver regalato allo stesso premier un percorso che lo porta dritto dritto alla prescrizione dei reati, quelli che si continua a volergli cucire addosso con la speranza, però ormai in soffitta, di liquidare il ‘nemico’ per via giudiziaria. Credono che ciò basti a cambiare la testa degli italiani che non vogliono sentir parlare di ‘sinistra’ comunque mimetizzata. La verità è che non riescono a guardare al di là del proprio naso.

E’ successo come per gli ultimi referendum, quelli elettorali, che, alla fine, gli stessi organizzatori (Di Pietro e &), dopo aver raccolto centinaia di migliaia di firme, hanno scelto di boicottare. Si son resi conto in ritardo, ma la colpa è di madre natura, che con l’approvazione di quei referendum regalavano la maggioranza assoluta all’odiato Berlusconi. Ricordiamo tutti che uno dei quesiti prevedeva la concessione del premio di maggioranza non alla coalizione ma al partito che avrebbe preso più voti e cioè al PdL.

Stesso film anche oggi, con la differenza che ieri ci fu la ciambella di salvataggio di un referendum fallito, mentre oggi il pronunciamento della Consulta non può più essere modificato e le conseguenze, dal loro punto di vista, saranno disastrose. Con il Lodo Alfano, Berlusconi e le altre alte cariche dello Stato non potevano essere processati nel periodo di assolvimento del loro incarico, e in quel periodo il decorrere del tempo sarebbe stato bloccato. Era un meccanismo che permetteva la guida del paese senza scossoni, garantiva tranquillità nel ruolo istituzionale e consentiva, successivamente, lo svolgimento dei processi senza ledere anche la garanzia della difesa. Processi e riavvio del tempo, infatti, sarebbero stati ripresi solo alla fine del mandato istituzionale.

Con l’abolizione del Lodo lo scenario è totalmente cambiato e con esso la stessa sorte del Cavaliere (o meglio la sorte del poter governare tranquillamente) per cui si acquietino gli assetati di sangue, e si tranquillizzino i preoccupati. Il perché è presto detto, dato che è la stessa Consulta che, forse, preoccupata dal gran ‘casino’ determinatosi, sembra voglia indicare la via d’uscita rappresentata da quanto scritto nella sentenza Previti. La Corte Costituzionale, infatti, aveva scritto che, nel caso un imputato sia anche componente di un ramo del Parlamento, il giudice ha “l’ònere di programmare il calendario delle udienze in modo da evitare coincidenze con i giorni di riunione degli organi parlamentari“.

Muovendo dalla sentenza di quattro anni fa – secondo quanto trapelato da ambienti vicini alla Corte, che affronterà l’argomento nel motivare la bocciatura del lodo Alfano – il conflitto tra esigenze processuali ed extraprocessuali nel caso di alte cariche dello Stato potrebbe essere risolto senza violare il principio di uguaglianza: i processi a Berlusconi, ad esempio, andrebbero avanti, ma i giudici avrebbero l’obbligo di fissare, d’intesa con il premier, un calendario delle udienze che tenga conto degli impegni istituzionali del Presidente del Consiglio, in modo da evitare coincidenze e non compromettere il diritto di difesa.

Ora, non sfugge a nessuno che l’agenda degli impegni istituzionali del premier è così piena che il Presidente, a volte, è costretto a scegliere tra sedute del Parlamento (Camera e Senato), Consigli dei Ministri, riunioni internazionali (Onu e UE), incontri bilaterali, visite a stati esteri, interventi nelle zone in ‘emergenza’ (Abruzzo e Messina), rapporti con le forze sociali e iniziative varie. Il tempo volerà e con la prescrizione gli assetati di sangue resteranno a bocca asciutta.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria, 17.10.2009

No responses yet

ott 10 2009

VICENDA LODO: TERTIUM NON DATUR

A caldo sembra che tutto possa essere ricondotto a due ipotesi: o la capacità della ‘moral suasion’ del Presidente Napolitano è pari a zero, oppure ha bluffato platealmente ‘prendendo in giro’ il Presidente Berlusconi come lui stesso ha declamato ai quattro venti. Nel primo caso si tratterebbe, evidentemente, di pura e semplice incapacità, mentre nel secondo può intravedersi una furbizia non cònsona, però, al ruolo ricoperto.

Tertium non datur. Non esistono, infatti, altre ipotesi credibili come quella di una semplice ingenuità di Napolitano e di una sua sconsiderata fiducia verso il proprio staff organizzativo e politico. Egli è troppo intelligente per ‘fidarsi’ e non controllare di persona l’iter di problemi delicati che interessano il Paese. E’ un politico di lungo corso e non uno sprovveduto che, per caso, è diventato Presidente della Repubblica. E chiaro, quindi, che viene a cadere, senza possibilità d’appello, l’ipotesi della sua incapacità.

Resta l’altra ipotesi, quella d’aver voluto tenere buono il Cavaliere, ben sapendo, a priori, come sarebbe andata a finire. Del resto, basta un pizzico d’analisi per rendersi conto che stavolta sembra esserci stato il richiamo della foresta, con l’obiettivo errato, di buttare, in pasto alle belve, un Presidente del Consiglio che l’Italia ama, apprezza e sostiene per le indubbie capacità operative, il movimentismo costruttivo e il saper realizzare. L’immondizia di Napoli e il terremoto dell’Abruzzo sono le cartine di tornasole delle sue capacità. Ha solo il difetto (!) di non aver voluto sottostare ai voleri dei poteri forti che in Italia continuano a dettar legge.

Ma andiamo oltre l’epidermide. Il voto sul lodo Alfano è stato di 9 a 6, per cui con lo spostamento di due voti si ribaltava la decisione. Il responso finale sarebbe stato: 7 a 8. Tralascio i membri della Consulta dichiaratamente talebani per i propri trascorsi politici, caratterizzati non solo da militanza di sinistra ma anche da attività antiberlusconiana, e mi soffermo solo su due membri della Corte che meritano una riflessione: Francesco Amirante e Paolo Grossi.

Il primo, Francesco Amirante, è nella Corte dal 2001 e proviene dalla Cassazione. Fu relatore nel 2004 del lodo Schifani che fu bocciato non con la motivazione ch’era legge ordinaria e non legge costituzionale, ma con rilievi che il Parlamento ha accolto in toto determinando la firma di promulga di Napolitano che con un ‘accompagno’ metteva in rilievo questa circostanza. L’aver cambiato oggi il proprio orientamento suona come conseguenza di una ‘moral suasion’ all’incontrario.

Il secondo, Paolo Grossi, nella Consulta dal febbraio 2009 per nomina di Giorgio Napolitano è il caso più eclatante. Egli non è stato nominato molti anni fa, per cui, di sicuro, era fuori dalla sindrome di appartenenza per motivi di riconoscenza, ma è stato nominato solo da pochi mesi. Sembra paradossale il suo atteggiamento che chiaramente ha contribuito a colpire prima di Berlusconi lo stesso Presidente della Repubblica che è sembrato essere stato sbeffeggiato dal pronunciamento della Corte. Le conseguenze del quale sono, nell’immediato, la tensione determinatasi tra Palazzo Chigi e Colle che addirittura ha portato, si dice, il Presidente della Repubblica a disertare il funerale di Messina per non incontrare il premier.

Successivamente, però, quello di sottrarre tempo al governo del Paese per permettere a Berlusconi di potersi difendere, da subito, dagli assalti giacobini. Permettere questa difesa fuori dagli impegni di governo, fra qualche anno, è stato presentato come uno scandalo! Ma a loro che importa del Paese? Sono beati e contenti, da Di Pietro, a Franceschini, a Bersani, a Santoro e compagnia cantando. Si, sono contenti che il buon governo debba essere limitato.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 10.10.2009

No responses yet