Archive for gennaio, 2010

gen 28 2010

IL PD SENZA SGUARDO DRITTO E APERTO NEL FUTURO

C’era d’aspettarselo. Quando un Partito non ha bussola, non ha linea politica e perde il contatto con la gente, non ne imbrocca una giusta e sembra sbandare come un pugile suonato. L’ultima, dopo la Waterloo delle primarie in Puglia, è l’accordo siglato con Di Pietro che rinnova l’alleanza con il proprio carnefice e ne legittima la linea politica fatta esclusivamente di odio, giustizialismo, manette e santificazione delle procure, in una parola di antiberlusconismo puro dove non c’è nulla di cervello e di cuore, ma c’è solo e soltanto pancia, pancia e ancora pancia.

Si potrà dire che era un percorso obbligato, che non c’era altra scelta per evitare la catastrofe delle regionali di fine marzo e che, quindi, era necessario bersi la cicuta che passa il convento anche perché è troppo ridotto il tempo per recuperare politicamente ed è, quindi, opportuno rinviare ad altri tempi il ‘chiarimento’ con lo scomodo alleato. Ma è solo un pia illusione perché il risultato è quello di prolungare l’agonia che sta portando inesorabilmente il PD verso l’estinzione. Tra l’altro è un film già visto e rivisto.

Prima D’Alema e il Mugello con il seggio sicuro ‘regalato’ all’ex poliziotto sperando di poterlo mettere sotto ‘tutela’ così come normalmente facevano i vecchi dirigenti del PCI con gli intellettuali di sinistra; poi Veltroni e la sua sciagurata scelta dell’esclusione di tutte le frange ex comuniste e socialiste per imbarcare un soggetto che da solo non avrebbe mai superato lo sbarramento del 4% e che il giorno dopo, malgrado il ‘regalo’ ricevuto, diventò il vero nemico del partito della sinistra; quindi Franceschini, fotocopia dell’ex pm manettaro, che facendo finta d’ignorare che, normalmente, in assenza di contenuti, si preferisce l’originale, ha teso a inseguirlo sul terreno a Di Pietro più congeniale, quello della forca sulla pubblica piazza.

Adesso è impegnato Bersani ad aggravare la situazione del PD che all’esodo verso altri lidi (Alleanza per l’Italia) sta registrando un altro esodo verso l’IDV che non potrà essere fermato dalla condiscendenza del Segretario piddiino che si presenta all’appuntamento senza un progetto politico ma, come il suo predecessore, copiando l’alleato-rivale. E tutto per difendere qualche Regione che potrebbe cambiare colore rinviando a dopo i conti col sanguisuga. Ma il percorso per liberarsi dall’abbraccio mortale sarà, dopo, molto ma molto più difficile.

La rottura con Di Pietro andava fatta oggi senza lasciarsi incantare dalle dichiarazioni come ‘non attaccherò più Napolitano’ strombazzate dal trattorista di Montenero di Bisaccia. Il rischio della perdita di qualche regione sarebbe stata poca cosa rispetto al rischio estinzione che sovrasta la vita di quel che resta dello amalgama mal riuscito del vecchio ‘compromesso storico’. Ma anche Bersani, non riesce ad essere ‘guerriero con un piede nel passato e lo sguardo dritto e aperto nel futuro’, non sa affrontare la battaglia per ridimensionare il suo vero nemico che può essere messo alle corde con la ricostruzione di un pensiero politico che serve all’Italia anche dalla postazione dell’opposizione.

La legittimazione di Di Pietro, con l’operazione alleanza, determinerà nuovi e violenti scenari nei prossimi mesi e, contemporaneamente, lo sconquasso dello stesso PD. Se, infatti, all’interno c’è chi sarcasticamente sottolinea la negatività dell’operazione con un ‘fino a ieri eravamo per l’alleanza strategica con l’UDC, da oggi siamo per l’alleanza con Di Pietro. Ottimo e abbondante, soprattutto chiaro’, c’è anche chi come Prodi afferma, in modo netto, d’essere dispiaciuto nel ‘vedere che ormai sembra sempre più debole, la ragione dello stare insieme’.

I compagni di merenda, comunque, ringraziano anticipatamente.

(Giovanni ALVARO)

Reggio Calabria 27.1.2010

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gen 21 2010

QUANTI ALTRI ‘BETTINO CRAXI’ L’ITALIA SARA’ COSTRETTA A RIVALUTARE?

La valutazione positiva dell’azione politica di Bettino Craxi non ha avuto bisogno d’essere demandata ai politici ed agli storici che non hanno vissuto, per nulla, le terribili vicende che hanno sconvolto l’Italia nei primi anni novanta con la ‘falsa rivoluzione’ che ha decapitato tutti i partiti di Governo spianando, illusoriamente, la strada per la presa del potere dei post comunisti.

Quest’anno, che segna il decennale della morte dello statista, a ricordare la figura e il ruolo nella modernizzazione del Paese non c’era solo la sparuta pattuglia dei craxiani doc e dei garantisti, senza se e senza ma, che annualmente, in quel di Hammamet, rinnovavano il rito del ricordo mai sopito. Stavolta nessun riflettore è rimasto spento e a tesserne le lodi si sono messi tutti, non considerando, ovviamente, fra di essi quelli che, come Antonio Di Pietro, hanno capacità di ragionamento circoscritta alla propria pancia.

Del resto non poteva che essere così. Grande è stato, infatti, l’apporto di Bettino nel saper rompere il gioco delle parti tra i due più grandi partiti dell’epoca, PCI e DC, che stavano stritolando tutti con il compromesso storico che, in definitiva, era una copertura per gestire il potere anche se da postazioni diverse, quali possono essere governo e opposizione, ma col meccanismo dell’inciucio. La grandezza dell’uomo sta inizialmente proprio in questa sua capacità di non lasciarsi intimorire dai due colossi che lo osservavano con sufficienza, e successivamente di procedere con risolutezza sul terreno delle scelte operative.

Quattro sono stati i punti focali della sua azione. Una delle prime iniziative è stata quella di mettere sotto controllo l’inflazione, ch’era ormai vicina al 20%. Con il decreto di San Valentino furono soppressi 4 punti di scala mobile bloccando il circolo vizioso che vedeva la rincorsa salari-inflazione. Contro quel decreto si scatenò l’ira del PCI di Berlinguer che promosse un referendum abrogativo che gli italiani respinsero a larga maggioranza: l’inflazione scese, nei quattro anni successivi, dal 16 al 4%, e Craxi colse sia la vittoria sull’inflazione, portando l’Italia a diventare la 5’ potenza industriale del mondo, che quella sul Pci avendo dimostrato che non poteva condizionare le scelte economiche e politiche del Governo.

Nello stesso anno Craxi riuscì a regolarizzare i rapporti con la Santa Sede definendo il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, che sostituiva integralmente quello del 1929, e con il quale si abbandonava la nozione di ‘religione di Stato’ e la ‘congrua’ (quel sistema di contributi che lo Stato italiano versava ai parroci) sostituendola con l’8 per mille.

In politica estera era chiara la scelta occidentale che fu sottolineata dalla decisione, dinanzi ai tentennamenti della solita Europa, di schierare gli euromissili a Comiso che provocarono lo smantellamento degli SS 20 sovietici, puntati su tutte le capitali europee, e che aprirono un processo che portò al disfacimento del blocco sovietico e della stessa URSS (scelta questa che cozzò con il ‘pacifismo’ a senso unico dei comunisti, e con le iniziative dell’arcobaleno del tempo). La scelta occidentale, infine, non poteva, per Craxi, significare rinuncia all’autonomia del Paese che, anzi, con la vicenda di Sigonella riceveva un’orgogliosa difesa: la sovranità italiana sul proprio territorio non poteva essere messa in discussione.

Sono quattro facce di una capacità di governo forte, di un leader che amava il proprio Paese e l’Occidente nel quale l’Italia era collocata, di uno statista che badava soprattutto agli interessi dello Stato che dirigeva. Una personalità indiscutibilmente scomoda da mettere, il più presto possibile, fuori gioco. E questo poteva avvenire scoperchiando il sistema del finanziamento illegale che foraggiava tutti i partiti, e contemporaneamente modificando corposamente i poteri dei PM. Il sistema giudiziario diventava un sistema in cui i PM erano i ‘padroni’ e gestori di ogni iniziativa accusatoria che è quella che serve per ‘rivoluzionare’ un paese. Questo è avvenuto, però, dopo essersi assicurati, lor signori, la cancellazione dei reati, inerenti il finanziamento illecito dei partiti, fino al 1989.

Si ruppe allora, come giustamente ricordava il Presidente della Repubblica, nella lettera inviata ad Anna Craxi, l’equilibrio tra politica e giustizia, e con l’accanimento su Craxi si ebbe la certezza (sottolineata da Napolitano) di quanto fosse profonda tale rottura. Quell’equilibrio continua ad essere fortemente sbilanciato rispetto alla politica, e l’accanimento contro Berlusconi ne è una prova lampante. Se non si interviene velocemente ci saranno altri che potranno cadere sotto la mannaia dei PM onnipotenti , e ci saranno altre rivalutazioni, tra 10 o 20 anni, che dovranno essere fatte.

E’ chiaro che sarebbe interesse di tutti ripristinare la ‘divisione dei poteri’, ma se si continua a fare un passo avanti e due indietro, è estremamente necessario procedere con la propria forza e i propri voti. Sarebbe questo il miglior regalo da fare alla memoria di Bettino Craxi.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 21.01.2010

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gen 12 2010

‘CAPIRE’ LA PORTATA STORICA E MEDITERRANEA DEL PONTE

Il tanto atteso Ponte sullo Stretto di Messina, un gioiello della tecnica ingegneristica che potrebbe vedere la luce tra circa sette anni, meriterebbe intelligenti meditazioni e non disprezzo pretestuoso e sconclusionato. Dato per scontato che il Ponte rispetterà le risorse paesaggistiche e ambientali dello Stretto e che resisterà a scosse sismiche anche di intensità pari a quelle che, il 28 dicembre 1908, hanno raso al suolo le due belle città di Reggio e Messina, proviamo a riflettere sui suoi aspetti positivi evidenziando l’interesse sulle sue enormi potenzialità.

Un primo aspetto da sottolineare è la natura di un investimento che, nel Mezzogiorno e nella stessa Area dello Stretto, rompe con gli inutili investimenti a pioggia degli anni ’70, che hanno generato corruzione ed inefficienze, aprendo una fase nuova con effetti trainanti sull’intera economia. Questo obiettivo era stato affidato ai fondi europei che si sono rivelati, purtroppo, un totale fiasco progettuale, un altro grande veicolo di corruzione e l’ennesimo insuccesso volto a determinare la ‘rottura’ di cui aveva ed ha bisogno l’intero Mezzogiorno d’Italia.

Si lega a questo primo aspetto la seconda riflessione. Lo scarto infrastrutturale del Sud nei confronti del Paese è francamente enorme e, a dire il vero, anche l’Italia soffre un gap di questa natura con il resto del continente europeo. Gli indicatori elaborati dal World Economic Forum sul ritardo infrastrutturale complessivo dell’Italia, infatti, “classificano” l’Italia al 72° posto in una graduatoria di 134 paesi. La dotazione in strade, ferrovie, porti e l’offerta elettrica non è paragonabile a quella esistente in Germania o in Francia. La stessa Spagna, che accusava ritardi trentennali, è oggi al 28° posto in graduatoria! E chiaro che il sud presenta una situazione più critica registrando una sottodotazione di infrastrutture di trasporto sia quantitativa che qualitativa. Senza un elettrochoc, e il Ponte ha anche questa funzione, il sud non avvierà mai un virtuoso processo di crescita.

La dotazione infrastrutturale è poi indispensabile per il turismo. Tra il 2008 e il 2009 si è sofferto per un calo delle presenze (italiane e non) in Calabria e in Sicilia con riverberi sul terreno occupazionale e, quindi, sul Pil delle due regioni già abbastanza ridotti con il loro 12% di provenienza turistica a fronte di un Pil della vicina Malta che registra un apporto del 34% dallo stesso settore. “Avvicinare” le due regioni al dato maltese, con la crescita occupazionale nel settore turistico, si rivelerebbe in tutta la sua portata positiva. A livello europeo quasi l’80% dei viaggi con l’Alta Velocità avviene per motivi di “svago” e, per buon senso, l’Alta Velocità estesa alle più “lontane” province siciliane genererebbe nuovi flussi di traffico turistico dando fiato ad una vera stagione dell’industria del turismo, un settore che potrebbe finalmente rivelare le sue potenzialità moltiplicative e trasversali sulla formazione del Pil e del lavoro.

Gli “arrivi” turistici a livello mondiale, nel 2008, sono stati pari a 924 milioni e si stima possano salire a 1600 milioni nel 2020. Un minimo di buon senso porta ad affermare che basterebbe intercettare anche una piccola parte di questa crescita per “rivoluzionare” le due regioni. Già il manufatto è elemento di attrattiva turistica e con l’Alta Velocità diventerebbe più ‘visitabile’ della stessa Torre Eiffel o dei famosi ponti newyorkesi o londinesi. A dire il vero, il Ponte sarà sinergicamente valorizzato con gli altri magici tesori paesaggistici, artistici, storici e culturali della Calabria e della Sicilia e “sedurrebbe” milioni di turisti garantendo un nuovo turismo di benessere e ricchezza.

Una quarta prospettiva meritevole di attenzione è che la costruzione del Ponte metterà in moto una mole di lavoro con benefici diretti ed indiretti sin da subito. Decine di migliaia di persone, da manovali ad eccellenze di qualità e, nel medio e lungo periodo, rafforzerà la cultura d’impresa. Il Ponte sarà, per forza di cose, non solo funzionale al turismo, ma anche agli imprenditori, ai pochi che già operano in Sicilia e Calabria e ai tanti, nuovi italiani e stranieri, che potrebbero finalmente decidere di investire da noi utilizzando le nuove infrastrutture e mettendo a profitto la posizione geografica decisamente interessante perché al centro del Mediterraneo.

Una rete moderna ed efficiente di infrastrutture, di linee ferroviarie ad alta velocità, di più vie del mare, di porti adeguatamente ristrutturati, di aeroporti più dinamici e aperti ai flussi turistici, e di ogni altra forma di comunicazione internet veloce, tutto ciò abbasserebbe gli attuali costi di trasporto dando maggiore competitività al sud che diventerebbe, così, una vera “cerniera” tra l’Europa e il Nord Africa, un collante tra due realtà che avranno nei prossimi decenni un ruolo strategico nell’economia mondiale. Il Mezzogiorno diventerà, giocoforza, una piattaforma logistica di immenso interesse per l’intera Europa.

Le motivazioni favorevoli al Ponte sono, quindi, molteplici e forti. Il no al Ponte è, invece, un atteggiamento “subalterno” a logiche contrarie al vero sviluppo, che sconfina in una sorta di antimeridionalismo. La classe politica “pensante” deve avere ben chiaro che le polemiche in corso cresceranno fino a diventare rumorose perché l’organizzazione che vi ruota attorno ha l’interesse ad appellarsi ad inutili ampollosità, a furbesche manipolazioni delle relazioni economiche, ad irresponsabili catastrofismi.

In qualsiasi altro Paese del mondo il Ponte sarebbe già realtà da tantissimi decenni, ma l’Italia sconta troppe lentezze burocratiche, molte indecisioni politiche, tantissima speculazione culturale. Per un rilancio economico delle due regioni, anche in chiave mediterranea, diciamo sì al Ponte.

Bruno SERGI* – Giovanni ALVARO

*prof. Economia Internazionale
Università di Messina

Reggio Calabria 11.01.2010

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gen 06 2010

PROCURA: UNA BOMBA CHE APRE SCENARI SCONVOLGENTI

Uno tra i più abusati commenti sulla bomba, quella fatta esplodere dinanzi al portone della Procura Generale di Reggio Calabria, è che essa punti a intimidire i Magistrati per la loro attività contro i boss e i sequestri dei loro patrimoni. L’obiettivo sarebbe quello di farli recedere da questa posizione e farli diventare più docili e malleabili. E’ una tesi, però, che non sta né in cielo né in terra.

E vediamo perché. Gli stessi che oggi si accontentano di una lettura riduttiva hanno dipinto, in tutti questi anni, la ‘ndrangheta come una delle più potenti organizzazioni criminali, poco penetrabile per la sua struttura organizzativa fondata soprattutto sull’affiliazione familiare e, quindi, poco incline al pentitismo. Un’organizzazione in grado di mantenere rapporti internazionali, soprattutto col Canada e la Colombia, e diventare punto di riferimento del flusso della droga e del commercio delle armi, e in grado dei riciclaggi finanziari. Una struttura, quindi, non rozza, accattona e folkloristica, che sa usare solo le armi, ma struttura che ha menti lucide e capaci, in grado di ‘ragionare’ e saper ‘leggere’ gli scenari che un proprio atto può determinare.

In sostanza un’organizzazione che, a differenza della mafia di Riina, è poco incline all’esposizione mediatica ed è molto protesa a vivere nell’ombra. Il livello degli ‘affari’ è così alto che le attività illecite realizzate in Calabria hanno solo l’obiettivo di finanziare la rete organizzativa locale e mantenere il proprio dominio su un territorio che è soprattutto base logistica delle attività internazionali. Tra l’altro, la capacità di leggere gli scenari, non poteva non far escludere che l’obiettivo di un allentamento delle procedure di sequestro dei patrimoni non si sarebbe potuto ottenere perché l’azione di intimidazione collettiva come, a prima vista, è sembrato l’obiettivo della ‘bomba’, non è mai producente. I riflettori accesi, l’attenzione nazionale alle stelle, la necessità dello Stato di dare risposte immediate avrebbero giocato, come stanno giocando, contro l’ottenimento di visibili risultati. Mentre lo può essere l’attività intimidatrice individuale.

Ma se questo è vero bisogna capire a chi la bomba ha voluto parlare, e bloccare subito un processo di condizionamento che, con l’andar del tempo, provocherebbe una vera e propria sudditanza ai voleri della ‘ndrangheta da parte di chi, per debolezza o altro, ha ceduto magari una volta o così è apparso ai suoi interlocutori. Questa è comunque una ipotesi che ci si augura non sia vera e lo speriamo ardentemente. Se questo, però, non è vero bisogna prendere in considerazione l’altra ipotesi che è tutta interna alle organizzazioni mafiose.

Ecco perché. La falcidia di boss caduti nella rete (ben 11 tra i 30 più pericolosi sono ‘ndranghististi) delle squadre ‘catturandi’ per l’azione sempre più incisiva degli organi dello Stato, inclusa la Magistratura che, ultimamente, non è stata attratta dalle luci della ribalta com’è avvenuto in passato quando si inseguivano teoremi e si perseguivano colletti bianchi, può aver spinto forze emergenti della mafia ‘chianota’ (cioè della Piana di Gioia Tauro) a tentare di rompere la tradizionale ‘autonomia’ delle cosche reggine per puntare alla piramidizzazione mafiosa sul modello siciliano. Se gli esecutori dell’attentato sono della Piana l’ipotesi finisce d’essere tale e lo scenario che si apre sarà abbastanza sconvolgente: si assisterà all’inizio di una terza cruenta e feroce guerra di mafia che mette in discussione poteri consolidati e certezze acquisite.

Nell’un caso e nell’altro i tempi che ci attendono saranno abbastanza delicati, e questo quando Reggio si era affrancata, nazionalmente, dal marchio di città violenta e mafiosa.

(Giovanni ALVARO)

Reggio Calabria 6.01.10

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