mar 04 2010

BIPOLARISMO? E’ MEGLIO E PIU’ FACILE VINCERE DA SOLI

Quanto si è verificato a Roma e in Lombardia, con le esclusioni, almeno finora, delle liste del PdL e del listino di Formigoni, è qualcosa di veramente sconcertante come sconcertanti sono le dichiarazioni seguite che azzerano, in un sol colpo, tutte le filosofie sul bipolarismo. E’ chiaro infatti che senza uno dei contendenti la partita è inesistente e il bipolarismo è praticamente scomparso.

La cosa certamente esalta chi non assaporava la vittoria da molto tempo, ed era destinato a non assaporarla neanche adesso, e crede che ottenerla, con qualunque mezzo, sia un dono del cielo che non si può rifiutare. Tra essi ci sono i radicali che sono stati i protagonisti delle due vicende, a Roma vietando con la violenza l’accesso agli uffici circoscrizionali, e in Lombardia con un ricorso ben orientato di Marco Cappato. Ma ci sono anche i signori del PD con in testa Bersani che ripete in modo monocorde ed ossessivo che le regole sono regole e vanno rispettate.

Che in Lombardia ci sia solo un 40% che li sostiene è irrilevante, che nel Lazio il malgoverno e le vicende Marrazzo non vengano sottoposte al giudizio degli elettori e che questo giudizio non possa influire sulla ricerca di una nuova classe dirigente, è pure là di secondaria importanza. Ma chi se ne importa che è solo una minoranza a determinare le scelte politiche nelle contrade lombarde? E chi se ne frega, dicono sinistri e radicali, che a Roma non vi sia partita sulle vicende passate e sui programmi futuri, e si porta alla Presidenza della regione una mangiapreti come Emma Bonino?

L’importante è vincere e, parafrasando Borrelli, vincere, vincere, vincere. Conquistare posti di potere ed occuparli con qualunque mezzo e con qualunque colpo di fortuna sembra l’imperativo categorico che anima l’incolore e monocorde Pierluigi Bersani. Il lungo digiuno di potere patito, soprattutto in Lombardia, dal partito da lui diretto, ha fatto letteralmente perdere la testa ai soloni della sinistra, e ad una miriade di partiti, partitelli e movimenti, i cui dirigenti sperano, come Bobo Craxi, che la vicenda regali loro qualche briciola come una elezione che prima era soltanto un improbabile sogno.

I problemi della democrazia, e il vulnus ad essa inferto, (dimostrando quanto sia ‘alta’ la capacità di guardare oltre il contingente) passano in secondo ordine. Adesso è il momento d’incassare (se è possibile incassare), e tutti sono in fila chiedendo rispetto delle regole. In questo coro di possibili ‘miracolati’ c’è solo una voce diversa. Sembra assurdo, incredibile, sconvolgente ma è così soprattutto per Bersani e company che stavolta sono stati scavalcati a destra, o meglio, che stavolta hanno subìto una lezione politica inimmaginabile. C’è un signore, infatti, che vuole vincere sul campo, che rifiuta la vittoria a tavolino, tanto inseguita e pretesa dai suoi alleati, che chiede una soluzione politica all’intera vicenda. Incredibile, ma vero, si tratta di Antonio Di Pietro.

Non crediamo a improvvise conversioni democratiche sulla via di Damasco del trattorista di Montenero di Bisaccia. Se Di Pietro, infatti, sceglie la politica, e vuol trovare una soluzione al problema, vuol dire che non vuole che i suoi alleati vincano in alcune regioni. Li preferisce all’opposizione dove egli è un gran maestro e sa dirigere il ballo, o forse li conosce meglio di altri e li vuol tenere lontani dal potere visto come l’hanno gestito Antonio Bassolino e Agazio Loiero.

Ma la ‘conversione’ di Di Pietro, qualunque sia la motivazione, è una lezione a chi ciancia di democrazia, di Costituzione e si schiera contro la maggioranza di intere popolazioni.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 4.3.2010

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feb 25 2010

SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA

No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘bianco che più bianco non si può’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, nascondono propositi forcaioli.

Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del Palazzo d’inverno, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’introduzione di forti e illimitati poteri ai PM.

Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘golpista’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘via italiana al potere’; con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via.

Ed è ciò che avvenne. Anche oggi con la vicenda ‘liste pulite’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.

Giustificare il cedimento con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, è solo un gravissimo errore. E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste (cosa normale e giusta e che già era prassi costante) sarà sufficiente, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, saranno di sicuro possibili malfattori.

E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘scarnificare’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani e quant’altri è gesto semplicemente gratuito. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai De Magistris di turno la composizione delle liste, ben sapendo che i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.

E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 25.2.2010

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feb 11 2010

IL DI PIETRO ROBESPIERRE SULLA VIA DEL TRAMONTO?

Chi l’avrebbe mai pensato che anche l’ex poliziotto molisano potesse usare toni più pacati e meno giustizialisti nelle sue esternazioni? Eravamo così abituati all’assenza della politica nei ragionamenti dipietreschi, al posizionamento su off dell’interruttore del cervello, e all’uso smodato della pancia, che siamo rimasti basiti per la correzione che il trattorista di Montenero di Bisaccia ha dedicato alle affermazioni stupefacenti che il nuovo idolo dei manettari, Gioacchino Genchi, ha fatto al Congresso dell’IDV.

Superata però la fase dello stupore, e perché abituati a tentare di leggere e interpretare ciò che si muove dietro le quinte, ci si è sforzati di capire i motivi di questa incredibile giravolta e ciò che bolle nella pentola dell’Italia dei Veleni. La ‘correzione’, comunque, se è servita a disinnescare il caso che stava montando all’esterno del Partito, non è servita per nulla a far rientrare le differenze all’interno dell’IDV. Infatti la ‘correzione-reprimenda’ al Genchi non ha liquidato la fronda interna, se è vero come è vero, che gli stessi concetti sono stati ripetuti, il giorno dopo, a Porta a Porta, dall’altro idolo dei pancisti, Luigi De Magistris.

Nel caso della giravolta di Di Pietro si può pensare ad un esaurimento della ‘spinta propulsiva’ dipietresca, come avrebbe detto Berlinguer, che ha fatto venir meno il sostegno di quei poteri forti che hanno allevato, sostenuto ed appoggiato il leader dell’IDV. Non è il Giornale di Feltri, infatti, che stavolta dirige l’orchestra, ma il Corrierone che ‘sbatte il mostro in prima pagina’ con foto conviviale dove l’unico a non essere dei servizi è, ufficialmente, solo Di Pietro.

La cosa sorprende innanzitutto l’interessato che non sa darsi una spiegazione e, nel dubbio su chi e perché, preferisce un ombrello protettivo quale può essere l’esperienza del PD. Alleanza elettorale, quindi, col partito di Bersani, dopo mesi e mesi di scontri sanguinosi, e sullo stesso altare il Tonino nazionale è costretto a toni concilianti ed a bere, addirittura, la cicuta rappresentata del candidato a Governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che fino a qualche giorno prima veniva attaccato come plurinquisito e non degno del sostegno dell’IDV.

Reprimenda e fronda sembrano svilupparsi per evitare la caduta del vecchio leader e ottenere l’ascesa dei nuovi protagonisti interpreti delle spinte più giacobine ed oltranziste esistenti nel paese e che di volta in volta si sono proiettati sul palcoscenico del Paese come girotondi, V-day, No-B day, e che hanno individuato nell’IDV il movimento più adeguato alle aspettative forcaiole. Non si tratta quindi di scelte tattiche riconducibili solo alle elezioni prossime, ma di scelte obbligate per la sopravvivenza da una parte, e dettate dalla necessità di chiudere l’esperienza dell’attuale leadership, dall’altra. La fronda odierna, che cresce giornalmente nel Partito, è una fronda pericolosissima, e può portare alla stessa decapitazione del nostrano Robespierre.

La differenza rispetto al passato sta nel fatto che le fronde di ieri si sviluppavano partendo da ‘insoddisfazioni’ personali, magari riferite ai rimborsi elettorali, e le rotture con relative espulsioni dal partito non avevano nulla di politico: i frondisti venivano facilmente additati come gli ‘attentatori’ della linea giustizialista del leader ed eliminati, come zavorra inutile. Le fronde odierne si sono espresse solo dopo aver conquistato i cuori dei ‘pancisti’ ai quali si sono presentati come reali interpreti delle pulsioni giustizialiste che animano il corpo del Partito, e vengono individuati dalla base come reale alternativa politico organizzativa che, a differenza dell’ultimo Di Pietro, mantengono alta la bandiera dell’odio con un linguaggio appropriato e abbastanza forbito.

Se le cose stanno così sembra veramente un percorso programmato (servizi?), per poter passare ad un’altra fase. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 10.2.2010

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giu 21 2009

E adesso che fare?

Published by Redazione under Generale

I cambiamenti dell’ordine del Mondo, le mutazioni della Politica Internazionale aprono, inevitabilmente, nuovi scenari e nuove prospettive anche nel nostro Paese.
Da troppo tempo si sta vivendo in uno stato di Patologia, ove alla politica si sostituisce il culto della personalità, del velinismo e la strategia dello screditamento.
Tutto ciò provoca inevitabilmente assenza di strategia, carenza di obbiettivi, pessima gestione delle Amministrazioni a tutti i livelli e classe dirigente che occupa spazi politici perchè garantiscono un buon stipendio.
Ma, in un Mondo che cambia, con una crisi Economica che sta notevolmente mutando equilibri, con Paesi considerati normalmente sotto sviluppati che diventano dei nuovi protagonisti, in un’Europa che ha perso la propria identità mostrando mai come ora una debolezza strutturale politica ed economica, l’Italia che già è debole mostra maggiormente la propria incapacità di cogliere le mutazioni e adeguarsi all’evoluzione del Mondo.
Tutto questo ha certamente un “peccato originale”, ed è il modo in cui nel recente passato si è voluto mettere alla gogna e cancellare una classe politica, sostituendola con un’altra assolutamente impreparata.
Una volta eseguita la diagnosi è però necessario attuare una terapia.
Il fallimento dei quesiti Referendari ci consegna una situazione nella quale non è ancora maturo il Bipartitismo, così come del resto molto lo si era già evidenziato nella ultima tornata elettorale, nella quale, alle elezioni per il Parlamento Europeo, in cui si usa un sistema Proporzionale con sbarramento ed in cui si è cercato di ridurre al massimo l’intervento del cittadino, creando in alcune circoscrizioni, liste “pseudo-bloccate”, diverse erano le liste che hanno voluto evitare di essere “annesse” a contenitori maggiori.
Noi lo scorso Marzo abbiamo aderito alla costituzione del Popolo delle Libertà.
Un progetto certamente interessante e di novità che ad oggi però presenta il grande vuoto della progettualità.
L’unico elemento che ci sembra di cogliere, è quello di costituire un unico gruppo al Parlamento Europeo che si è iscritto al Partito Popolare Europeo.
Manca ad oggi un progetto concreto, evidente, che permetta a realtà diverse, che vogliono combattere il dogmatismo e l’integralismo, di condividere un percorso.
Ed in più non sono ancora chiari gli equilibri delle varie componenti all’interno del nuovo soggetto.
Quello che viceversa si rende evidente è il vuoto lasciato da un’area Laica, Socialista Liberale che non è adeguatamente rappresentata né dai cosìdetti Socialisti di Forza Italia, che hanno viceversa svenduto Storia Ideali ed hanno gravemente nuociuto allo sviluppo di una corrente di pensiero che richiamasse gli ideali del riformismo Europeo, né dai Socialisti che partecipando ad una lista con i dogmatici ex-PCI hanno cancellato ogni velleità di presenza, né tantomeno da noi che con il Nuovo PSI abbiamo scelto, spesso, troppo spesso, la via del tatticismo, del silenzio timido.
Se è vero che in un Mondo che cambia, necessariamente serve una filosofia di pensiero adeguata allo sviluppo dei tempi, è altrettanto vero che rinunciare alla propria identità culturale ed alla propria autonomia di pensiero ci indirizza in un vicolo cieco nel quale ogni percorso ideale e politico viene a mancare a scapito di nuove regole, che non essendo quelle della politica, sono per noi che viceversa ne abbiamo da sempre fatto un’abitudine di comportamento, incomprensibili e impossibili da utilizzare al meglio.
Si rende così necessario adeguare la nostra azione politica ad una scenario che certamente non è più quello della fine 800 inizi del Novecento, ma dell’epoca della tecnologia della globalizzazione dei mercati, della cultura delle abitudini di vita.
Una nuova forma di riformismo che sappia cogliere le nuove necessità, sappia interpretare il nuovo Mondo e sappia prevedere la possibile direzione che lo stesso andrà ad assumenre nel futuro.
È necessario passare dalla fase del tatticismo a quello dell’iniziativa e della proposta politica, rivendicando con grande coraggio la nostra chiara identità culturale e la nostra autonomia, rafforzando il contenitore Partito sul territorio riempiendolo di contenuti che ad oggi sono stati completamente assenti.

I dati elettorali conseguiti alle ultime elezioni non sono certamente dati confortanti.
Escluso quelli ottenuti in alcune, pochissime a dir la verità , province che ne fanno esclusivamente un fattore Localistico, quasi da lista Civica, il Nuovo PSI in molte situazioni non riesce ad ottenere nemmeno il vecchio voto di simbolo, ma si attesta notevolmente al di sotto.
Se da un lato vi è l’ipocrita considerazione che il dato di rilievo è stato che la presenza del Partito è stata evidente sul territorio, dall’altro è evidente che non vi erano motivi alcuni per i quali gli elettori dovessero votare il Nuovo PSI.
Troppo spesso siamo stati supinamente in silenzio su argomenti di fondamentale importanza, non siamo stati in grado di fornire ai dirigenti periferici indicazioni e percorsi, né siamo stati in grado di coinvolgere il Partito nelle scelte di opportunità politiche, dalla PDL alla compilazione delle liste, che avrebbero mobilitato i quadri.
Viceversa il senso è stato quello di un diffuso rompete le righe per il quale molti anche dei nostri dirigenti si sono sentiti coinvolti e interpreti di un opportunismo politico che alla fine sta comportando la conclusione di una battaglia che da quindici anni stiamo ostinatamente portando avanti.
È necessario cambiare marcia, affrontare con consapevolezza le sfide che ci si pongono davanti, superare la timidezza dell’opportunismo, costruire con le giuste ambizioni un progetto politico, che sappia, all’interno del contesto che strategicamente abbiamo identificato come naturale, quello del PDL, raccogliere tutti gli innovatori, moderati e riformisti.
Riempire uno spazio lasciato vuoto, ritornare all’utilizzo delle regole della Politica, abbandonare la logiche personalistiche di sopravvivenza, rilanciare viceversa un progetto di “fisiologia politica”, nel quale il confronto, il ragionamento, la strategia, l’intuizione e l’interpretazione del tempo moderno siano la base della moderna Politica.
Se il Partito Socialista così come eravamo abituati a considerarlo non sarà più lo stesso, allo stesso modo, non è venuto meno la necessità di un moderno soggetto Socialista Liberale.
A noi raccogliere la sfida e saper essere i Nuovi Socialisti.
L’alternativa è sparire.

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mag 21 2009

MILLS, LE BOMBE AD OROLOGERIA FANNO SOLO RUMORE

Published by Giovanni Alvaro under Generale

Da quindici anni ormai funziona così. Le bombe usate per la lotta politica esplodono sempre in tempi preordinati, o dopo un flop magari trasformatosi in un vero e proprio boomerang, o alla vigilia di delicati appuntamenti elettorali, o addirittura in ambedue i casi. Nella fattispecie il flop dopo Noemi, e le prossime elezioni europee.

Sempre più incuranti del ridicolo e ben sapendo ch’esso non avrà concretamente alcun effetto pratico, lo schema viene riproposto e viene utilizzato. E, a conti fatti, non potrebbe essere altrimenti. L’assenza infatti di capacità aggregative, la mancanza di respiro politico, la caduta dell’appeal anche nel proprio elettorato, la ‘concorrenza irriconoscente’ del ‘trattorista’ molisano, la lotta interna per ‘gestire’ quel che resta del fu grande partito della sinistra parlamentare spinge, giocoforza, a riproporre schemi già sperimentati nella illusoria speranza che, prima o poi, possano produrre gli effetti desiderati.

Se non altro si riempiono così le loro misere cronache politiche, affidandole al gossip e ai triti e ritriti bollettini giudiziari, e si ha così l’illusione che possa essere ‘la volta buona’ per distruggere il nemico temporale quello che oggi la sinistra considera l’ostacolo alla ‘presa del potere’, e che viene individuato in Silvio Berlusconi. Ma anche su questo versante, pur sapendo che la storia si ripete solo in forma di farsa, i nemici della sinistra sono stati, di volta in volta, individuati in De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti e Bettino Craxi, che poi vengono sistematicamente ‘riabilitati’ dopo la loro morte. Detto questo, però, la sentenza di Milano non può restare terreno di scorribande giustizialiste che puntano ad un uso distorto della stessa, ma deve necessariamente essere studiata per farne emergere le incongruenze che hanno spinto molti commentatori a parlare di sentenza scandalosa.

Il primo problema che emerge, in tutta la costruzione delle motivazioni, è rappresentato da fatto che non è stata provata la ‘dazione’ (brutto linguaggio dipietresco) dei 600 mila dollari all’avvocato Mills, e che, quindi, è assurda la condanna senza il ‘corpo del reato’, cioè senza la prova del misfatto che viene ricondotto al ‘convincimento’ dei giudici. Ma col convincimento si possono avviare indagini e forse decidere rinvii a giudizio, ma non si possono emettere sentenze di colpevolezza che necessitano sempre di prove certe e inoppugnabili.

Come secondo problema bisogna fare un passo indietro ricordando che l’accusa a Mills è di ‘aver detto il falso’ (per proteggere Berlusconi) in due procedimenti giudiziari (Guardia di Finanza 20.11.1997 e All Iberian 12.12.98 ), e aggiundendo che, per evitare la prescrizione il Pm De Pasquale riuscì a spostare la data del ‘reato’ al 28.2.2000, allungando il periodo di prescrizione di 1 anno e due mesi che, attualmente ha tenuto in piedi il procedimento, ma che sarà letteralmente insufficiente nel prosieguo del procedimento.

Ma allora, perché la sentenza contro Mills se è costruita su presupposti facilmente ribaltabili dai successivi gradi di giudizio? Perché questa voglia di arrivare ad una sentenza temporale destinata a sciogliersi come neve al sole? La verità, riallaciandosi a quanto detto all’inizio, è che si punta di più sull’effetto politico dell’annuncio di una condanna che sulla reale condanna degli eventuali rei. E sull’uso politico di una sentenza, anche se evanescente, l’armata Brancaleone ha una grande e collaudata esperienza.

Ma, per l’ennesima volta, va ricordato che non si costruisce un pensiero politico sui gossip e sulle sentenze di primo grado emesse tra l’altro da un giudice, la Gandus, ricusata da uno dei ‘rei’ per le simpatie a sinistra e le dichiarazioni contro il premier. Questo percorso avvantaggia, semmai, solo gli interpreti del sentimento da tricoteuses. Franceschini e & continuano a far scorrere l’acqua nel mulino di Di Pietro, mentre le bombe ad orologeria fanno solo rumore.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria, 20.5.2009

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apr 15 2009

ANNOZERO, SANTORO E L’INDIGNAZIONE POPOLARE

Published by Giovanni Alvaro under Generale, Notizie

L’indignazione popolare per l’ultima trasmissione di ‘Annozero’ ha raggiunto stavolta livelli impensabili, più di quello raggiunto con la trasmissione contro Israele, che costrinse Lucia Annunziata ad abbandonare gli studi televisivi, inseguita dagli impropèri del ‘padrone di casa’ Michele Santoro. Quella nata dalla trasmissione sui bambini di Gaza era, comunque, un’indignazione più per addetti ai lavori e intellettuali fini, al contrario di quella odierna che ha toccato ogni strato sociale ed è stata di dimensioni impensabili.

Ha, certamente, giocato in questa diversità, la dimensione della tragedia vissuta dagli abruzzesi, l’orgoglio di far parte di un Paese che finalmente ha saputo affrontare l’emergenza senza pressapochismi, ma con velocità e capacità, la visibile vicinanza del Paese politico a quello reale, ma, perché no, ha giocato anche il clima di concordia nazionale inaugurato da una opposizione finalmente cosciente che il proprio ruolo non può essere solo e soltanto rappresentato dal muro contro muro. Per la prima volta, i politici, di ogni schieramento non hanno subìto contestazioni e non sono stati sommersi dai fischi che, normalmente, sono la valvola di sfogo degli incapaci e dei disperati senza alcuna prospettiva futura e che hanno come detonatore un Governo imbelle. Al contrario di quanto sta avvenendo in Abruzzo.

Ma se così stanno le cose, e considerando che Santoro non è uno sprovveduto, viene spontanea una domanda. Perché il guru ha voluto tirare la corda e creare una situazione di forte frizione? Cosa nasconde questa manovra? E’ possibile che esso sia alla ricerca del martirio o, che sapendo che nella programmazione, del prossimo anno, Annozero non ci sarà, tenti di uscire a testa alta, oppure che sia gestore di grandi manovre, con diversi obiettivi, come quello di finire su Sky e di liquidarsi una spalla, ormai ingombrante, qual è quella di Marco Travaglio? Tutto, comunque, circoscritto all’ambito professionale.

Credo che sul piano professionale c’è un pezzo di ogni ipotesi avanzata in questi giorni. Uscire dalla Rai con l’onore delle armi, vestire i panni del martire, approdare subito ad altri lidi. Ma non scarterei il risvolto politico che la vicenda, tutta la vicenda Santoro, riveste. Egli usa un linguaggio aggressivo, conduce una trasmissione mettendo il bavaglio alle voci contrarie o costringendole alla cautela, imperversa sapientemente con servizi piegati agli obiettivi da raggiungere, dà voce al megafono delle procure col travaglismo, e, dulcis in fundo, colora le proprie trasmissioni col secco prezzemolo vauriano. E c’è, pure, un furbetto che ha capito la musica e si è subito messo a disposizione come l’ex magistrato De Magistris.

L’operazione di questi anni ha portato il Santoro a liberarsi dalla tutela della sinistra, a cui comunque doveva rendere conto, per costruirsi una corazza autonoma. Ha raccolto di tutto, dai girotondini, ai grilli, agli estremisti, ai superstiti del sol dell’avvenire, a sindacalisti allo sbando, allo stesso Di Pietro. Il linguaggio violento e aggressivo gli è servito, e gli serve, per tenere coesa questa tribù così variegata ma detentrice di un comune denominatore: l’antiberlusconismo. Questa tribù occupa, certamente, una nicchia, se si vuole una nicchia di sopravvivenza, ma è una nicchia importante perché, pur essendo occupata da una minoranza, essa è molto rumorosa e si fa sentire.

Santoro si serve di questa tribù, e la tribù si pasce di tutte le nefandezze che gli si propinano, perché vive in un mondo irreale, fatto di odio e di razzismo. L’odio contro gli avversari considerati nemici da abbattere, e il razzismo contro gli stessi che sono considerati, comunque, esseri inferiori rispetto a loro che sono superiori politicamente, culturalmente e moralmente. Santoro, anche per questo è un pericolo per la convivenza democratica di questo Paese, e prima lascia la Rai e meglio è.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 14.4.2009

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gen 13 2009

IL FIDEISMO SU DI PIETRO FA VERAMENTE PAURA!

  • Il giustiziere della notte, Antonio Di Pietro , si sentirà sicuramente messo in un tritacarne così come si sentivano, anche per molto meno, i suoi inquisiti che in grandissima parte sono usciti indenni, giudizialmente, dal giogo inquisitorio a cui furono sottoposti. Alcuni non hanno retto alla gogna e, per scelta soggettiva o sviluppo oggettivo, hanno abbandonato questa terra. Doveva aspettarselo, però, il nostro piccolo fustigatore. E non perché è normale che l’inquisitore diventi inquisito, come la storia ci insegna, ma perché quando si costruisce un partito (?), l’IDV, basato solo sulla trasparenza e sull’onestà, sarebbe stato necessario che nell’armadio non ci fossero nè scheletri, nè addirittura qualcosa che gli potesse assomigliare.

    Le difficoltà dell’oggi nascono anche per questo. Se l’opinione pubblica non vuole che il mondo politico sia disonesto, a maggior ragione pretende, da personaggi come Di Pietro, che non ci sia su questo versante veramente nessuna ombra. Se la morale corrente critica i rapporti extraconiugali, la stessa morale li condanna, senza alcun appello, se il presunto protagonista boccaccesco fosse un prete. Sperare di risolvere, quindi, il problema negandolo, o minacciando querele, o parlando di ‘azione criminale’ di qualche giornale, non serve a niente. E’ invece necessario chiarire ogni piccolo particolare. Solo chi vuol tenere gli occhi chiusi si accontenta dell’ipse dixit, anche se purtroppo, tra i suoi seguaci, c’è chi ha deciso di tenerli saldamente chiusi. Non tutti però.

    Alcuni sono rimasti sconcertati, delusi e amareggiati per l’evidente contrasto tra il predicare e il razzolare, ed hanno preso decisamente le distanze dall’incantatore targato IDV. Gli perdonavano tutto, proprio tutto, dall’assenza di respiro politico agli strafalcioni grammaticali, ma non l’ipotetica sporcizia sulla bandiera della moralità. Altri invece, sentendo scricchiolare le certezze che avevano, avrebbero deciso di vedere fino in fondo l’attuale ‘partita’, sperando d’essere aiutati a uscire dal guado in cui si sono venuti a trovare anche per evitare di dover confessare a se stessi quanto siano stati ingenui e incauti nella scelta del cavallo su cui avevano puntato le loro speranze. E, infine, c’è chi ha considerato, e considera tuttora quanto sta avvenendo, solo frutto di quel demonio di Berlusconi che una ne fa e cento ne pensa, e si rifiuta addirittura di leggere quanto scrivono molti giornali, non più solo il Giornale della famiglia demoniaca, ma anche altri come ad esempio lo stesso Corriere della Sera.

    Questa terza categoria fa veramente paura. A differenza dell’articolo dell’avvocato Li Gotti che ha solo il sapore dell’aggressione nei confronti del Direttore de il Giornale, e quello della ‘captatio benevolentiae’ nei confronti di chi decide vita o morte politica dei propri parlamentari, è il fideismo esasperato che fa tremare i polsi e le vene d’ogni sincero democratico. Perché il fideismo porta a rifiutare l’approfondimento della vicenda, porta ad ignorare quanto dicono gli ‘altri’, si pasce della verità sola e unica del suo predicatore, accoglie a occhi chiusi il ‘verbo’ del capo perché non può essercene un altro al di fuori di quello, spinge a inveire, offendere, attaccare e minacciare. I blog di Di Pietro e dell’IDV sono letteralmente infarciti di ogni contumelia.

    Non c’è dubbio che si tratti di un pezzo di ‘popolo’ assolutamente minoritario, che ragiona con la pancia, e che considera la campagna mediatica una terribile invenzione dei nemici del proprio idolo. Esso, l’idolo, era, è e sarà sempre immacolato. Ma anche un pezzo minoritario, incolto, retrogrado e qualunquista, può diventare un pericolo se trova, come ha trovato, un proprio discreto organizzatore le cui iniziative spingono verso derive populiste e verso sbocchi impensabili.

    Quanta responsabilità, signor Veltroni, si è assunto nella cronaca odierna che ogni democratico si augura non diventi mai storia!

    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria, 13.1.2009

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    dic 28 2008

    Film su Craxi Sabato 3 Gennaio

    Published by Redazione under Generale, Notizie, Rassegna Stampa

    Sabato 3 gennaio in seconda serata ore 22.30 su Canale 5 viene trasmesso il Film su Bettino Craxi “La mia vita è stata una corsa” con la regia di Paolo Pizzolante.

    Una vita vissuta di corsa, fatta di scatti d’orgoglio («non prendiamo lezioni dai
    comunisti»), di responsabilità («se perdo il referendum sulla Scala Mobile mi dimetto
    un minuto dopo»), d’onore (Sigonella), di giustizia (aiuto al dissenso internazionale).
    Lasciando ai documenti, senza filtri, illustrare la rivoluzione giudiziaria del ’92, le ultime
    scene del film accendono il faro sull’esilio ad Hammamet, dal 1994 al 2000: «Io la
    considero la morte. Perché per me, la mia libertà equivale alla mia vita».

    Approfitto per formulare a tutti i migliori auguri di buon anno.

    Giovanni Bertoldi – Segretario Nuovo PSI Emilia Romagna

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    dic 01 2008

    OH, VECCHIA SINISTRA, QUANTO CI DELUDI

    L’invito di Berlusconi a Veltroni a rompere la sua alleanza con Di Pietro per avviare un rapporto diverso e collaborativo tra maggioranza e opposizione non è certamente una reale necessità per svelenire la situazione. Tra Veltroni e Di Pietro non si scorgono infatti ‘diversità’ sostanziali essendo, i due, in continua rincorsa tra loro. E la improbabile rottura, tra l’altro, non risolverebbe il problema di un rapporto civile con la maggioranza.

    La rincorsa o la concorrenza, infatti, continuerebbero, e a maggior ragione, se la rottura si avverasse, perchè esse sono frutto di un’assenza di bussola, di una mancanza di leadership, e di una terribile paura per un ipotetico svuotamento del proprio bacino d’influenza a tutto vantaggio del vero attuale avversario politico. E se, ad un simile aggrovigliato problema, si volesse aggiungere la ‘fronda’ interna al PD, capeggiata da mille contestatori, tra i quali il tradizionale e storico ‘gemello’ (baffino), la partita è irrisolvibile.

    Perché allora perdere tempo, quando la partita l’ha già risolta il corpo elettorale, sette mesi fa, non solo per aver fatto vincere il PdL ed il suo leader, ma soprattutto per aver tributato loro l’incredibile successo che ha letteralmente mandato in tilt la cosiddetta sinistra, e frantumato definitivamente i propositi di un’opposizione civile e propositiva? Da allora, a partire cioè dall’indomani del responso elettorale, il ‘buonismo’ veltroniano se n’è andato a quel paese, le speranze di un atteggiamento politico serio ha fatto altrettanto, e, improvvisamente, si è tornati al buio dello scontro per lo scontro, e l’avversario da combattere è ridiventato nemico da abbattere.

    Ogni cosa è stata esasperata all’inverosimile. Dal lodo Alfano per salvaguardare le più alte cariche dello Stato dai Garzòn nostrani anche se solo per il periodo del loro mandato; all’abolizione dell’ICI passando, senza alcuna vergogna, dalla critica sfrenata perché andavano esclusi i ‘ricchi’, all’affermazione che tanto era un provvedimento elaborato dalla sinistra; ai provvedimenti sulla scuola mistificando, mentendo e, addirittura, capovolgendo anche vecchie impostazioni del loro schieramento; alla feroce critica della miseria dei 40 euro mensili ai più indigenti, visti come un’elemosina, o ai bonus per le famiglie a basso reddito considerati una vergogna inammissibile; fino all’incredibile attacco per l’aumento dell’IVA alle pay-tv, come Sky, pari a 4 euro mensili che vengono considerati un terribile aggravio per i contribuenti.

    Quest’ultima vicenda ha permesso la riesumazione del trito e ritrito vecchio conflitto d’interessi, dimenticando due cose fondamentali: l’aumento dell’IVA sulle pay-tv colpisce anche Mediaset, per la parte satellitare, mentre non può colpire quella terrestre che viene fornita gratis ai telespettatori. Ma a loro che interessa. Bisogna riattaccare l’odiato nemico. Ed allora serve seminare dubbi, spargere veleni, mettere gli escrementi nel ventilatore. Qualcosa, pensano, alla fine potrà aiutare una loro improbabile ripresa. E comunque, come minimo queste azioni servono a bloccare la crescita di quel caino di un Di Pietro che, accolto alla tavola imbandita della sinistra, vi si è rivoltato contro, quando ha capito che doveva recuperare il proprio pane autonomamente.

    I fessi lo avevano aiutato a restare in vita, evitando, per lui, il mortale voto utile che è stato propinato a socialisti, comunisti senza mimetizzazione, verdi di ogni gradazione, e arcobaleni vari, ed adesso se lo trovano super concorrente. Oh, vecchia sinistra, ma dove stai andando? Non ti rendi conto che ti trovi su un piano inclinato cosparso di olio e grasso? Le lezioni della storia non ti hanno insegnato nulla? Ci deludi profondamente. Nelle loro bare si rivoltano le ossa dei tuoi padri fondatori vedendo quali mani ti stanno gestendo.

    Un consiglio spassionato agli attuali dirigenti: tenete l’anima in pace perchè non esistono scorciatoie. La partita potrà riaprirsi tra due generazioni. Un consiglio anche al nostro leader: non ti curar di lor, ma guarda e passa.

    Giovanni ALVARO
    Reggio Calabria 1.12.2008

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    ott 26 2008

    LE BUFALE DI VELTRONI SUL PALCOSCENICO ITALIA

    C’è chi ha gioito per le dichiarazioni del Walter-Don Chisciotte sulla fine dell’alleanza con Antonio Di Pietro, vuoi perché sembrava avviarsi la chiusura di una stagione vergognosa fatta di corse e rincorse, e di sceneggiate a chi la sparava più grossa, con rilanci sempre più azzardati, vuoi anche perché c’era chi sperava in una possibile riapertura dei giochi, che sembravano definitivamente chiusi, dopo le elezioni politiche, e che la rottura con l’IDV sembrava poterli riaprire.

    E’ bastato poco per capire che si trattava di una nuova bufala. Di Pietro, infatti, per nulla intimorito dal proclama di rottura rintuzzava con sarcasmo le dichiarazioni veltroniane e proclamava che senza il suo apporto il PD non avrebbe vinto neanche una bambolina. A nulla è servito dire che neanche l’IDV poteva sperare di vincere, anche perché a Di Pietro non interessa vincere ma interessa consolidare il suo 4% che è la sua vera ed unica àncora di salvezza. Dopo, comunque, le schermaglie iniziali ha provveduto lo stesso Veltroni a smorzare gli entusiasmi e a bloccare i brindisi già avviati dai vari Nencini, Giordano, Diliberto, Ferrero e Pecoraro Scanio che continueranno ad essere personaggi in cerca d’autore.

    Da una parte Veltroni ha ricordato ch’egli non ha detto nulla di nuovo sul suo rapporto con Di Pietro, dall’altra, onde evitare ulteriori equivoci, ha ribadito la scelta del PD di sostenere a Presidente della Commissione Vigilanza Rai quell’Orlando Cascio dell’IDV a cui però, per i suoi trascorsi, il PdL non può né intende affidagli un ruolo di super partes. Poteva bastare questo per respingere l’accusa di ‘vigliacci’ che gli è stata rivolta da Di Pietro ma ha voluto rincarare la dose, con la sua collaudata faccia di bronzo, tentando un ritorno positivo dalla vicenda. Ha quindi invitato Berlusconi e la maggioranza a fare come hanno fatto loro: “noi vi abbiamo votato il candidato alla Corte Costituzionale, ora voi dovete votarci il nostro candidato alla Vigilanza ch’è Cascio Orlando Leoluca da Palermo”.
    Ma che, fa lo gnorri? Pensa che gli altri siano degli imbecilli? Dimentica cosa è avvenuto? Bisogna ricordargli allora che il candidato alla Consulta era il prof. Gaetano Pecorella e che solo il senso di responsabilità dello stesso e dell’intero PdL ha determinato il ritiro della proposta e, conseguentemente, l’elezione dell’avv.to Giuseppe Frigo. Dimostri Orlando e lo stesso PD eguale senso di responsabilità avanzando una seconda proposta e stiano certi che la vicenda si sbloccherà immediatamente. Ma Veltroni non ha il coraggio di farlo malgrado la presunta rottura dell’alleanza (sic.!). Di Pietro lo fulminerebbe letteralmente e, chissà perché, egli ne è terrorizzato.

    Ce n’è abbastanza per permettere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la individuazione delle responsabilità del mancato scioglimento del cosiddetto ‘nodo dell’asino’ , quel nodo che più lo tiri più si serra. Abbastanza a ché lo stesso Marco Pannella, che ha forzato la mano, con i suoi scioperi, riconosca di chi è la colpa dell’inconcepibile muro di tracotanza eretto dal duo Valter-Tonino. Abbastanza anche per l’Italia ch’era così frastornata e non capiva bene il perché del braccio di ferro, ma a cui, ora, tutto è chiaro.

    Parliamo di quella ‘Italia migliore della destra che la governa’ ma anche, e non ci voleva molto, aggiungiamo noi, “migliore della sinistra a cui ha rifiutato il sostegno inviandola all’opposizione”. E’ proprio questa sua condizione che la eleva a garante della sua stessa democrazia, e ne fa un corpo impenetrabile alle sceneggiate, alle falsità ed alle bufale messe in campo da vecchi e nuovi arnesi della politica italiana. Ne tengano conto Veltroni e Di Pietro.
    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 26.10.2008

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    set 28 2008

    MALGRADO I PROCLAMI, SONO SEMPRE GLI STESSI

    La vicenda Alitalia è emblematica del modo d’essere dei cosiddetti ex o post comunisti. E ciò indipendentemente se a rappresentarli c’è un signore che si chiama Veltroni, o se invece ci fosse un tale chiamato D’Alema o anche un certo Pincopallino. Cambia tutt’al più il tono della voce che può essere suadente, sprezzante o semplicemente incolore, ma il percorso sarà sempre lo stesso. Si spara a zero, si creano mille problemi, si cerca di non farsi scavalcare a sinistra neanche da Di Pietro, ma quando ci si accorge che le cose, malgrado loro e le loro strategie, vanno avanti positivamente e l’opinione pubblica ne è contenta, scatta il famoso arboriano.. indietro tutta.

    Alitalia atto primo. Il governo Prodi (specialista in materia) tenta la carta della svendita della compagnia di bandiera all’Air France, ma l’operazione non va in porto per l’opposizione dei Sindacati che, in assenza della tenacia di un Gianni Letta, hanno partita vinta. L’Air France si tira indietro pensando che avrebbe potuto avere maggiori chances dopo le elezioni. Chiunque avesse vinto, infatti, essendo con l’acqua alla gola, doveva presentarsi col cappello in mano a pietire un intervento di semplice assorbimento.

    L’atto secondo vede il Governo Berlusconi difendere l’italianità della compagnia di bandiera impegnandosi, in piena campagna elettorale, a promuovere una cordata di imprenditori capace di salvare la Compagnia dal fallimento e in grado di rilanciarla sul mercato. Ricorderanno tutti i frizzi e i lazzi sulla cordata: fuori i nomi; si tratta di sicuro dei suoi figli; è il classico gioco delle tre carte; un imbroglio destinato a sciogliersi come neve al sole dopo le elezioni; se ha fallito Prodi con Air France dove vuole andare il megalomane?; e via di questo passo. A dar manforte a lor signori, come sempre, la grande stampa italiana e, perché no?, anche quella straniera.

    Il terzo atto comincia con la vittoria di Berlusconi. Mentre il premier affronta le emergenze più impellenti come quella dei rifiuti a Napoli, viene tartassato di sollecitazioni a fare i nomi della cordata e il suo silenzio viene propagandato come l’ammissione del bluff elettorale. Superate le emergenze ed affrontati alcuni nodi importanti come la sicurezza dei cittadini, l’immigrazione clandestina, l’abolizione dell’ICI e tutto ciò che si è saputo fare nei primi 100 giorni, Berlusconi affronta il problema Alitalia. La cordata c’è, ne fanno parte fior di imprenditori italiani, e il Presidente è tale Colaninno (padre del giovane imbarcato sul jet di Veltroni, il PD).

    E’ il quarto atto che disvela pienamente l’ipocrisia dei comunisti. Nella cordata, la CAI, non ci sono i figli di Berlusconi, la cordata è abbastanza solida e si lavora anche per avere tra i soci (ma solo di minoranza) una grossa compagnia straniera andando anche aldilà dell’orizzonte francese. Mancano, e questo è drammatico per la sinistra, elementi per poterla attaccare frontalmente e farla fallire sul nascere (che importa per le migliaia di dipendenti senza lavoro?). Ma è un lavoro sporco e si delega a farlo un killer di professione: il Sindacato, e per essere sicuri del risultato si lascia libero il campo andandosene negli States.

    Al ritorno, sul campo di macerie, si potrà dar vita al solito show fatto di attacchi, lamenti, accuse: chissà forse si riuscirà a far cambiare il vento. Ma al ritorno il nostro Walter trova la sinistra isolata, il sindacato alle corde, Berlusconi e il suo Governo alle stelle nei sondaggi, e una opinione pubblica inferocita contro la sinistra e i sindacati, e fortemente favorevole all’accordo pro Alitalia. E allora: indietro tutta. Basta una letterina per dire il merito è mio, soltanto mio. Ma a chi lo dice? Chiaramente solo a se stesso perché neanche i suoi gli possono credere. Figuriamoci il solito Di Pietro che imperterrito continua a cavalcare l’opposizione a prescindere.

    Anche per questo i socialisti del Nuovo PSI di Stefano Caldoro hanno scelto di stare nel Popolo delle Libertà. La doppiezza, l’ipocrisia e la menzogna sono nemici giurati dei riformisti.
    Giovanni ALVARO
    Reggio Calabria 28.09.2008

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    ago 27 2008

    I CENTO GIORNI CHE HANNO SCONVOLTO LA… SINISTRA

    Quando Newsweek ha elogiato il ‘miracolo Berlusconi’ per i suoi primi cento giorni di governo, con giudizi lusinghieri e inaspettati, anche perché eravamo abituati a ben altra sgradevole musica, abbiamo capito che veramente si era imboccata la strada giusta. Sapevamo che si era partiti col botto, ma temevano che la nostra condizione di alleati convinti poteva condizionare il nostro giudizio. In pratica avevamo paura di esprimere solo un giudizio di parte.

    Quando poi, con una furia degna del proprio nome, l’ex Direttore dell’Unità Furio Colombo, ha teso a spostare l’attenzione dal merito dell’articolo alla costruzione di un’ipotesi di giornalista inesistente che, guarda caso, avrebbe libero accesso alle colonne del giornale, ci siamo convinti definitivamente che la strada imboccata è quella giusta, che Berlusconi è un leader più che capace, che l’aggregazione moderata che ha saputo mettere assieme è una maggioranza di governo e non solo elettorale cosa che gli italiani avevano capito perfettamente decidendo di chiudere l’infausta stagione prodiana degli annunci, delle paralisi programmatiche e delle tasse facili e perpetue.

    Il successo dei primi cento giorni, il mantenimento della luna di miele col Governo Berlusconi, e la differenza palpabile, con Romano Prodi, del modo di governare fanno allontanare inesorabilmente la possibilità di un recupero degli antagonisti rendendo super nervosa la sinistra, quella uterina dei grilli, dei travagli, dei colombi fino ad arrivare alla non-sinistra dipietresca, e rende ondivaga, confusa, incapace e senza bussola quella che vorrebbe essere, ma non ci riesce, una sinistra affidabile a cui manca, tra l’altro, anche il senso dello stato.

    I primi cento giorni fanno paura. Tutti gli allarmismi usati contro Berlusconi e la sua aggregazione moderata sono caduti nel vuoto. Gli italiani non credono più al grido continuo e inesorabile di ‘al lupo, al lupo’. Gli italiani hanno apprezzato la soluzione dell’emergenza spazzatura a Napoli (avuta in eredità da Prodi e &), hanno salutato con gioia la stretta di vite sull’immigrazione clandestina e per la sicurezza dei cittadini, non si sono fatti fuorviare sulla raccolta delle impronte digitali dei rom, né hanno storto il naso per l’uso dei soldati in alcune città, hanno gioito per le decisioni sull’ICI e sulla regolamentazione degli straordinari, per la lotta contro i ‘fannulloni’ e l’avvio di processi premiali per i meritevoli, non si sono scatenati per la legge sulle Alte Cariche dello Stato ma l’hanno accettata perché segna la fine di una assurda ed ingloriosa telenovela che durava ormai da oltre quindici anni, e rischiava di paralizzare l’attività di governo.

    Si, i primi cento giorni fanno paura. Essi sono la cartina di tornasole del forte rapporto con i cittadini e del fallimento di una opposizione ottusa e nichilista. Fanno paura perché ai primi cento giorni ne seguiranno altri cento, e si andrà avanti senza alcun tentennamento anche perché incoraggiati e sostenuti da un’opinione pubblica consenziente ai provvedimenti governativi. Avanti tutta quindi con il federalismo fiscale solidale,con la riforma vera della magistratura, con il rilancio delle infrastrutture e delle grandi opere, con la ripresa della costruzione delle centrali nucleari, con la riforma delle istituzioni liquidando gli Enti ‘doppioni’ e inutili, con la lotta al carovita, e con l’avvio di un alleggerimento fiscale.

    Su queste cose e su questo programma è schierato il Nuovo PSI di Stefano Caldoro, e viene semplicemente da ridere quando si continua a ripetere, ossessivamente, che una forza socialista deve stare sempre e comunque a sinistra. A fare che? Giocare con gli apprendisti stregoni a sgovernare l’Italia? No grazie, preferiamo stare con chi è capace di riformare il nostro Paese.

    Giovanni ALVARO
    Reggio Calabria 27.8.2008

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    lug 30 2008

    Una grande manifestazione politica dei Socialisti del Nord

    È di questi giorni la notizia del Congresso, previsto per Gennaio-febbraio 2009, di “fondazione” della PDL.
    Una circolare a firma del coordinatore di F.I. Verdini e del reggente di A.N. La Russa, apparso anche nei giornali, tracciano il percorso di un processo che sembra tutto interno ai due principali raggruppamenti.
    La somma dei due partiti insomma che, riprendendo logiche ormai a noi Socialisti ben conosciute, considerano tutto il mondo ruotare attorno a loro e di utilizzare, a seconda delle necessità io piccoli raggruppamenti di turno, Nuovo PSI compreso.
    Un dibattito, che seppur apparentemente non ci può interessare, in realtà ci obbliga a svolgere alcune riflessioni.
    La prima riflessione riguarda al ruolo che una componente laico-liberal Socialista potrebbe e può svolgere all’interno della PDL, ossia senza i “Socialisti” il PDL cosa rappresenta?
    Io sono convinto che la nostra area sia elemento indispensabile per la formazione di un nuovo soggetto politico, moderato, innovatore e aperto alle nuove problematiche. E non lo dico da Socialista convinto quale sono sempre stato, lo dico perché oggettivamente manca oggi in Italia un’area che si riconduca alla politica riformista del Socialismo liberale.
    È conseguenza evidente che senza il Socialismo liberale il PDL è assolutamente assimilabile al PDL senza la L cioè il PD, un’aggregazione che specularmente si trova ad essere conservatrice.
    La seconda riflessione si basa sul fatto se possiamo o meno incidere sulle regole del gioco.
    È altrettanto evidente che la risposta è NO.
    Del resto un ceto politico che si autocelebra e autonomia non può far altro che stringere il cerchio invece che allargarlo poiché se il meccanismo di confronto si dovesse basare sulle capacità politiche, credo, senza esagerare che il 99% degli attuali dirigenti dei maggiori Partiti Politici si troverebbero immediatamente disoccupati.
    E qui si pone per noi il vero problema.
    Se siamo convinti, come lo siamo che non vi siano neppure le minime condizioni per intraprendere un confronto con il PD, dobbiamo allora capire come diventare elementi necessari per la costruzione del VERO PDL.
    Se si modificherà la legge al Parlamento Europeo, se toglieranno cioè le preferenze e metteranno lo sbarramento, se le liste alle Provinciali saranno composte da AN-FI (PDL) da una parte e i partiti minori dall’altra nel ruolo degli utili idioti se si continuerà il processo di mortificazione di un confronto culturale (bene Gasparri!) come si è sempre continuato noi Socialisti Liberali, abbiamo il dovere di imporci con le idee.
    Dobbiamo essere in grado di declinare capillarmente il significato dell’essere Socialisti-Liberali, di essere riformisti di essere innovatori.
    Sono molto preoccupato del fatto che alle prossime elezioni Provinciali, laddove saremo determinanti Verdini e La Russa verranno a chiedere la presenza delle liste del Nuovo PSI.
    Perché se questo dovesse avvenire senza che noi siamo stati in grado di costruire un progetto politico del dopo Berlusconi, verremo corteggiati, qualcuno di noi si sentirà gratificato per essere stato coinvolto, ma il giorno dopo saremo nella disperazione totale.
    A me il PDL così come si sta formando non mi attira molto, almeno per il momento.
    Credo fortemente nel processo federativo che possa veraci coinvolti, ma anche per avere il coraggio di proporci come interlocutori dobbiamo essere in grado di dimostrare di non essere dei questuanti della Politica ma viceversa di avere un progetto.
    Una grande manifestazione dell’Italia Settentrionale che affronti con coraggio e prospettiva il tema del Federalismo Fiscale, della riforma del Lavoro, del miglioramento delle Infrastrutture, del riordino del Sistema Sanitario, che dia il senso di ciò che significa essere Socialisti oggi nell’Italia Settentrionale è quello che mi sono proposto di fare entro la fine dell’anno e che propongo a tutto il Partito Nazionale, affinché ripartendo con delle tesi Politiche dal Nord si possa tracciare un cammino che non sia solo elettorale ma che abbia il coraggio di scommettere sulla Politica.
    Questo sistema non può reggere ancora molto, la politica ha delle sue regole e queste prima o poi ritornano prepotentemente, perché nulla può essere lasciato al caso, né tantomeno all’improvvisazione.
    Solo riuscendo a spostare il confronto sulla politica allora potremmo dire di essere indispensabili.
    Diversamente il nostro sarà un gioco al massacro, fatto di tante delusioni e di poche soddisfazioni.

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    lug 27 2008

    Il percorso costituente del Popolo della Liberta’

    Published by Redazione under Generale, Notizie, Rassegna Stampa

    L’accelerazione data alla semplificazione del quadro politico nazionale con le elezioni di aprile, impone alle forze politiche moderate di dare seguito alla costituzione di quel nuovo partito noto come “Popolo delle Liberta’”. In proposito, pero’, va fatta una considerazione preliminare, che sembra di per se’ ovvia, ma che costituisce elemento di evidente originalita’ : un partito che non c’e’, o almeno non c’e’ ancora nella sua forma giuridica , aggrega, vince, convince, propone, governa un Paese che vive una delle crisi piu’ difficili dal secondo dopo guerra ad oggi . Difronte a questo fenomeno nuovo le forze costituenti dovranno aprire una seria riflessione che investe, a mio giudizio, tre distinti profili: 1) il modello di Partito che si vuole costruire,2) il sistema politico nel quale esso dovra’ essere collocato e dovra’ operare, 3) quali le forze che dovranno interpretare questo nuovo corso . La risposta a questi tre quesiti presuppone pero’ la risposta ad una domanda preliminare : quale modello di democrazia vogliono veramente gli italiani? quello Parlamentare o quello presidenziale? Perche’ al di fuori di questi due modelli non ne esistono altri. Anzi la anomalia tutta italiana di questo lungo periodo di transizione politica che va dalla fine della prima Repubblica, al tramonto della cosiddetta seconda repubblica, e’ stata proprio quella di avere ipotizzato ed applicato un sistema ibrido, fatto di coalizioni onnicomprensive, costituite da formazioni disomogenee per estrazione culturale ed identitaria , di una elevata conflittualita’ all’interno delle stesse coalizioni, e con l’indicazione del premier per finalita’ puramente elettorali , senza che all’eletto, venissero poi effettivamente attribuiti i poteri previsti nei sistemi presidenziali . La risposta a questo quesito la si trova nella Costituzione, la quale ci impone di seguire il modello della democrazia parlamentare imperniato sul principio della centralita’ del Parlamento . Di qui la necessita’ e non solo la opportunita’ di costruire un partito , strutturato capillarmente sul territorio, che sia capace di catalizzare il consenso intorno a ragioni ideali e politiche, omogenee e condivise . Con il voto del 13 aprile scorso il popolo italiano ha dato una indicazione chiara: ha scelto il modello delle grandi democrazie europee, costituito appunto da due formazioni antagoniste attorno alle quali si polarizza la stragrande maggioranza del consenso popolare. Cosi’ il PDL ed il PD hanno raccolto, da soli, ben oltre il 70 per cento dei voti, mentre sono restate escluse dal Parlamento -ad esempio- le formazioni della sinistra radicale e ambientalista oltre che quella riformista moderata che ruotava intorno alla cd. Costituente socialista di Boselli, perche’ esse non hanno saputo evidentemente interpretare le esigenze di tutele reclamate da larghe fasce della popolazione, peraltro le meno garantite e le piu’ bisognose. Sotto tale profilo non puo’ passare inosservato, perche’ il dato e’ di per se’ eclatante, che alle comunali di Roma l’on. Alemanno ha raccolto nei quartieri popolari tradizionalmente di sinistra, piu’ voti del suo antagonista del PD. – Ma il PDL come dicevo oggi non e’ ancora un Partito e cio’ costituisce elemento di precarieta’, se non di confusione, nella attuale situazione politica italiana. Di fronte ad una crisi che e’ diventata crisi di sistema e che attraversa le strutture politiche, sociali ed imprenditoriali del Paese ormai da troppo tempo, non vi e’ altra strada, nell’immediato, che quella di accelerare il percorso costituente di un partito di massa che sia capace di assicurare governabilita’, ricambio della classe dirigente,concentrazione su piattaforme programmatiche omogenee e di ridare autorevolezza e stabilita’ al Parlamento. Perche’ soltanto un parlamento autorevole potra’ avviare la necessaria ed ineludibile stagione di riforme per rendere piu’ moderno, piu’ efficiente e piu’ competitivo il Paese. – Per venire al terzo ed ultimo profilo, quello del CHI dovranno essere gli interpreti della nuova formazione, e’ mia convinzione che elemento imprescindibile debba essere la capacita’ del nuovo soggetto politico di interpretare le istanze, le sensibilita’, le ragioni ideali, se si vuole anche le diversita’ di tutte le componenti ,nell’ambito di una organizzazione democratica. Un Partito cioe’ che sia capace di rimettere la Politica al centro del sistema, di confrontarsi sui programmi , di giocare il suo ruolo sui concetti di ricerca , di innovazione, di meritocrazia, di solidarieta’, di pari opportunita’, di equita’ sociale, di Giustizia. “ RINNOVARSI O PERIRE “ diceva Pietro Nenni. Ed oggi rinnovarsi significa dar voce ad un Paese che vuole riprendere il cammino della crescita adeguando i suoi strumenti alle nuove sfide globali di questo secolo, nell’ottica della integrazione, della tolleranza, della Pace , della sicurezza. E per far questo occorrera’ costruire una organizzazione capace, sin dall’inizio, di aggregare tutte le componenti politiche moderate, di estrazione laica e cattolica, le pluralita’ culturali, nel rispetto delle singole identita’, nell’ambito di quel partito network che Berlusconi immagina come centro di produzione politico culturale, un po’ sul modello dei partiti americani. Con il voto di aprile gli italiani hanno chiesto chiarezza. Linearita’. Rigore. Hanno dato fiducia alle formazioni ed ai partiti collegati all’attuale Premier, affinche’ superate le conflittualita’ e le contrapposizioni, si governi nella coerenza e nella condivisione dei programmi. In una recente intervista l’on. Capezzone, portavoce di Forza Italia, ha detto: “Nessuno dovra’sentirsi ospite in questa nuova casa” . Prendo come buon auspicio questa dichiarazione solenne. Se sara’ vero lo vedremo a breve. Qualora non lo fosse ciascuno di noi riprendera’ – in autonomia- il suo percorso, forte delle proprie idee. Ma in questa denegata ipotesi si sara’ persa forse l’ultima occasione .
    Oreste Campopiano segretario reg.le N.PSI

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    lug 21 2008

    DEL TURCO, ASSURDO CHE NESSUNO RISPONDA DEGLI ERRORI

    Prima di quanto era possibile pensare l’inchiesta sull’arresto di Del Turco e degli altri indagati, presentata in pompa magna, e con tanto di conferenza stampa da parte del PG Trifuoggi, si sta sfaldando inesorabilmente, dimostrando quanto raffazzonata, forzata e costruita solo sulla ‘fiducia’ che, incredibilmente, è stata accordata ad un personaggio, come si legge sulla stampa, non certamente adamantino, qual’è l’imprenditore Vincenzo Angelini.

    L’inchiesta si sta, quindi, rivelando un flop gigantesco dove, nella migliore delle ipotesi, si sono presi fischi per fiaschi e da questa confusione è dipeso poi tutto il resto. Le tre lussuose case di Del Turco, comprate con i ‘proventi della corruttela’, alla fine si sono rivelate una sola casa, di mq. 76, comprata non ai Parioli ma alla Garbatella, con un acconto di 300.000 euro (provenienti dalla vendita di tre quadri di Schifano) e da un mutuo di altri 200.000 euro acceso dal figlio di Del Turco, della durata di 20 anni.

    Dei 6 milioni di tangenti non si trova alcuna traccia, né nei conti correnti, né nelle cassette di sicurezza, né si trovano conti correnti esteri nella disponibilità dell’ex Governatore dell’Abruzzo. Niente di niente. Semplicemente volatilizzati. E il signor Angelini che, notoriamente, da vent’anni, usava il registratore per ‘immortalare’ ogni sua conversazione, perché non ha usato detto sistema per ‘incastrare’ Ottaviano Del Turco? Ma soprattutto, perché, prima degli arresti, non si è sentito il bisogno di sentire gli indagati a loro discolpa? Sembra che ‘l’imperativo categorico’ era quello di procedere, e si è proceduto, in barba ad ogni necessaria cautela come sarebbe stato necessario trattandosi di provvedimenti gravi con conseguenze altrettanto gravi. Si è avviato un percorso che ha messo in discussione la libertà altrui, e questo, in un Paese, che si sente culla del diritto, è semplicemente intollerabile.

    Lo scenario che si presenterà adesso avrà sicuramente due risvolti. Il primo è che i protagonisti della vicenda non saranno così coraggiosi nell’ammettere che hanno sbagliato, ma continueranno a disconoscerlo e, come per la vicenda dei fratellini di Gravina, continueranno a crogiolarsi nelle proprie assurde teorie, dimenticando che dai propri atti dipenderà l’immediata libertà di esseri umani assurdamente dietro le sbarre di un carcere italiano. Meno male che ci sono altri livelli che potranno decidere di porre fine ad una carcerazione inutile e ingiusta come si sta palesando dopo gli ultimi sviluppi.

    Il secondo risvolto riapre la vecchia questione della responsabilità dei magistrati, che già il referendum radicale del 1987, sostenuto da Bettino Craxi, lo aveva preteso con una maggioranza di oltre l’80%. Ma quel pronunciamento è, purtroppo, rimasto lettera morta. Deve riaprirsi il dibattito sull’argomento e si deve, sollecitamente, passare a decisioni concrete così come sta avvenendo per altri argomenti riguardanti la riforma della giustizia.

    E’ urgente e necessario che ciò avvenga. Non lo chiede solo il Nuovo PSI, ma lo reclama a gran voce la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, partendo da un assunto chiaro e netto: se sbaglia il medico, l’ingegnere, il funzionario, il politico e chiunque altro operi nella nostra società, di sicuro è chiamato a risponderne. Se sbaglia, invece, il magistrato, per la regola assurda dell’irresponsabilità dei propri atti, non risponde proprio di nulla. Ed è anche questo che ne fa una casta privilegiata e fortemente protesa a difendere i propri privilegi. Fin tanto che in questo Paese, culla del diritto (?), ci sono aree di privilegio e irresponsabilità, salvo quella del Presidente della Repubblica, non si potrà certamente parlare di Paese fondato sullo stato di diritto.

    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 21.7.2008

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