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	<title>Partito Socialista Nuovo PSI - il blog &#187; Giovanni ALVARO</title>
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	<description>liberi pensieri dei Socialisti Italiani - blog ufficiale del nuovo PSI</description>
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		<title>MA E&#8217; IL &#8216;SAPERE SCIENTIFICO&#8217; CHE SMENTISCE BIANCHI</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sfugge al professore Alessandro Bianchi, già Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che il Convegno di Catania, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri di quella città, non era una iniziativa politica (con l’obiettivo di esaltare la bontà del Ponte), quanto un convegno di esperti del ‘sapere scientifico’ che tanto appassiona l’ex Ministro del Governo Prodi resosi famoso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sfugge al professore <strong>Alessandro Bianchi</strong>, già Rettore dell’<strong>Università Mediterranea di Reggio Calabria</strong>, che <strong>il Convegno di Catania</strong>, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri di quella città, non era una iniziativa politica (con l’obiettivo di esaltare la bontà del Ponte),   quanto <strong>un convegno di esperti del ‘sapere scientifico’ che tanto   appassiona l’ex Ministro </strong>del Governo Prodi <u>resosi famoso per la sortita, un minuto dopo il suo giuramento al Quirinale, con la quale annunciava lo stop al Ponte sullo Stretto che, infatti, fu delittuosamente bloccato.</u><br />
A <strong>Catania</strong>, salvo alcuni saluti di prammatica, <u>la scena è stata tenuta da rettori, professori, ingegneri, architetti ed esperti di ponti, sia impegnati in Italia che a livello mondiale</u>. L’iniziativa si è avvalsa del sostegno di un <strong>Comitato Scientifico di alto livello </strong>coordinato da <strong>Luigi Bosco </strong>(Commissione Monitoraggio Nuove Norme Tecniche del Consiglio Superiore LL.PP.) e dal <strong>prof. Enzo Siviero </strong>(Ordinario di Ponti IUAV di Venezia); dell’esperienza di tre esperti mondiali del settore quali il <strong>danese Klaus H. Ostenfeld</strong>, il <strong>cinese Man-Chung Tang </strong>e l’<strong>americano Peter Sluszka</strong>; e del contributo di professionisti, ordinari e cattedratici delle nostre Università.<br />
In parole semplici, <u>il ‘sapere scientifico’, attualmente alla base delle più ardue elaborazioni tecniche, è stato reso ‘leggibile e fruibile’ all’attentissimo pubblico presente</u> che è venuto a conoscenza di quanto siano diffusi i ponti in ogni parte del mondo, di quanti ve ne siano attualmente in costruzione e di quanti sono nella fase di studio ed elaborazione, incluso <strong>quello di Gibilterra</strong>. Ma è venuto anche a conoscenza di quanto siano ristretti, in tutto il mondo, i tempi necessari alla decisione politica, all’elaborazione progettuale, all’appalto dell’opera ed alla sua realizzazione.</p>
<p><strong>Solo in Italia e, soprattutto, solo nel Mezzogiorno</strong>, c’è come una maledizione divina, un accanimento contro ogni ipotesi di ‘salti di qualità’ nella infrastrutturazione, e nella ricerca di nuovi percorsi per una diversa prospettiva economica. E <u>le parole di Bianchi che ha sostenuto che non è stato condizionato da   ‘pregiudizi’ ideologici, lasciano, pertanto, il tempo che trovano</u>. La sua  posizione (l’opposizione alla costruzione del Ponte), ha teso a sottolineare, nasce da un “’giudizio’ molto ponderato, che discende da <u>studi multisettoriali, documentati e approfonditi</u>”. <strong>Ma gli studi multisettoriali, documentati e approfonditi sono anche quelli degli esperti del Convegno che sono stati messi, a differenza di quanto abbia potuto fare Bianchi, a ‘battesimo’ dall’applicazione pratica</strong>. O l’ex Rettore pensa d’avere l’esclusiva del ‘sapere scientifico’ e che detto ‘sapere’ non sia soggetto ad evoluzioni in virtù della ricerca e degli studi?<br />
<strong>Perché </strong>entra, a gamba tesa, nella discussione e ‘<strong>aggredisce’ l’attuale Rettore </strong><u>reo di essersi permesso di ‘dissentire’, timidamente e con molte cautele, esplicitate dal successivo goffo chiarimento con una debolissima motivazione</u>, dall’<strong>ipse dixit di Alessandro Bianchi? </strong>Solo il ‘pregiudizio’ può essere la risposta in grado di giustificare questo atteggiamento che, nella pratica, nega oltre che lo sviluppo della ricerca, anche quello del libero pensiero.<br />
Il ‘<strong>sapere scientifico</strong>’ ci ha fornito, <u>con il Convegno di Catania, un dato certo</u>: <strong>non esistono difficoltà che l’attuale livello delle ricerche e delle applicazioni non siano in condizioni di affrontare e risolvere sia per la costruzione del Ponte che per la sua difesa da ogni rischio </strong>(terremoti, venti, smottamenti e quant’altro). Si trovino, quindi, <u>altre argomentazioni per ‘sparare’ contro il Ponte ed alimentare un becero ‘provincialismo</u>’, vincente fin’ora perché sul campo c’erano solo i detrattori dell’opera. Oggi che sono scesi in campo anche gli esperti ‘silenti’ del settore è impossibile, per i negazionisti, mantenere l’appeal di prima, anche perché, per fortuna, non siamo in regimi dal pensiero unico.<br />
                                         Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 25.5.2010</p>

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		<title>DA CATANIA UN NUOVO APPROCCIO AL PONTE</title>
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		<pubDate>Mon, 24 May 2010 20:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Peccato, veramente peccato che il Convegno sul Ponte di Messina, organizzato a Catania dall’Ordine degli Ingegneri di quella provincia, e che ha visto cimentarsi nel dibattito il fior fiore dei professionisti delle più ardue soluzioni costruttive di tutto il mondo, sia stato vissuto solo dai partecipanti all’iniziativa, stante l’assenza dei media nazionali, sia della carta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Peccato, veramente peccato che il <strong>Convegno sul Ponte di Messina</strong>, <u>organizzato a Catania dall’Ordine degli Ingegneri di quella provincia</u>, e che ha visto cimentarsi nel dibattito <strong>il fior fiore dei professionisti delle più ardue soluzioni costruttive di tutto il mondo</strong>, sia stato vissuto solo dai partecipanti all’iniziativa, stante l’assenza dei media nazionali, sia della carta stampa che delle televisioni. Si è registrata solo la presenza della stampa locale e di diversi siti web.  </p>
<p>		Peccato che il grande pubblico non abbia potuto ‘godersi’ le <u>esposizioni degli esperti, degli ingegneri e, stavolta, col sostegno dei professori universitari che hanno abbandonato il terreno della contestazione ‘ideologica’ dell’opera </u>che, finalmente, viene vista come elemento di reale sviluppo delle aree interessate e dell’intero Paese. La logica che sta alla base dell’entusiasmo degli addetti ai lavori è racchiusa nelle semplici ma formidabili parole con cui uno degli organizzatori del convegno, <strong>il prof. Enzo Siviero </strong>(Ordinario di Ponti all’Università IUAV di Venezia), ha <u>sottolineato la valenza positiva del Ponte</u>, quando ha detto: “<em>La costruzione dei ponti è sinonimo di pace, mentre la loro distruzione significa guerra</em>”  e quando ha ricordato le parole di <strong>Giovanni Paolo II </strong>che incitava a “<em>distruggere i muri perché dividono, ed a costruire ponti perché uniscono</em>”.</p>
<p>		Si, è proprio così. <strong>Da tempo immemorabile la Sicilia vuole essere unita al ‘continente’ e, assieme alla Calabria, vuole essere unita al resto dell’Italia</strong>. Ormai è chiaro a tutti, infatti, che il Ponte è la leva non solo dell’unità fisica del Paese, ma è essenzialmente elemento di ‘moltiplicazione’ della rete infrastrutturale così deficitaria, a 150 anni dal Risorgimento, in tutto il profondo Sud. <strong>Senza il Ponte l’alta velocità, come Cristo ad Eboli, sarà condannata a restare eternamente a Salerno</strong>, e senza il Ponte <u>il Corridoio europeo 1  </u>(Berlino-Palermo e Catania) <u>fallisce l’obiettivo per cui è nato </u>che è quello di fare del Mezzogiorno la base logistica dell’intera Europa, e fare dell’area dello Stretto la vera cerniera tra Europa ed Africa.</p>
<p>		 Il Convegno, che avrà una seconda puntata a Reggio Calabria, nelle prossime settimane, ha dato un formidabile contributo su questo terreno. La parte più appassionante, seguita da una sala affollatissima e attenta, è stata comunque l’<strong>excursus sullo stato dell’arte</strong>, e su quanto nel mondo, dall’Europa agli States ed alla Cina, si sta facendo nel settore dei ponti. Dalla traduzione simultanea degli interventi del <strong>danese  Klaus H. Ostenfeld </strong>(Presidente onorario Cowi) e del <strong>cinese Man-Chung Tang </strong>(Presidente T.Y. International Usa) è emerso un dato certo, che liquida tutte le assurdità sparse, a piene mani negli anni passati, dai detrattori del Ponte: <strong>non esistono difficoltà che l’attuale livello delle ricerche e delle applicazioni non siano in condizioni di affrontare e risolvere sia per la costruzione del Ponte che per la sua difesa da ogni rischio </strong>(terremoti, venti, smottamenti e quant’altro). </p>
<p>		Legittimo lo sfogo di altro componente del Comitato scientifico, <strong>Luigi Bosco</strong>: “<em>cadono le braccia a sentire ripetere, come disco incantato, le assurdità sulle difficoltà costruttive</em>”. Gli slider proiettati, la panoramica presentata, le realizzazioni in ogni parte del mondo fatte conoscere (Danimarca, Cina, USA) e le progettazioni in corso un pò dovunque fanno capire il ‘provincialismo’ degli atteggiamenti contrari e la chiusura costruita sul nulla. <u>Ma che l’aria che si respira sia cambiata sensibilmente è dimostrato dal nuovo atteggiamento dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che fu feudo di Alessandro Bianchi, massimo esponente del no ideologico. </u></p>
<p>		L’attuale Rettore, <strong>Massimo Giovannini </strong>non si è tirato indietro e, liquidate vecchie impostazioni, ha affermando che “<em>le infrastrutture non hanno colore politico e che l’area dello Stretto, col Ponte, diverrà luogo di straordinari cambiamenti</em>” che bisogna vivere da protagonisti. Su questi cambiamenti si è soffermata la <strong>prof.ssa Laura Thermes </strong>che, malgrado il blocco del Ponte degli anni passati,  ha informato del lavoro fatta in Architettura a Reggio “<em>prefigurando quali cambiamenti il Ponte imporrà</em>”. Cambiamenti da governare e non da subire perché saranno altre e importanti occasioni da sfruttare economicamente ed esteticamente.</p>
<p>		<strong>Insomma una giornata formidabile</strong>. Un tuffarsi nel regno privato degli specialisti e degli scienziati con la capacità di coniugare la tecnica con le esigenze delle popolazioni e del territorio respingendo il ricatto del ‘costo’ dell’opera. Ci ha pensato il <strong>sottosegretario Reina </strong><u>ricordando che un braccio della metropolitana di Roma costa più del Ponte</u>. Aggiungiamo noi che Mose, Tav, variante di valico, Expo di Milano, e le altre infrastrutture in cantiere al Nord, non sono mai stati considerati, al Sud, da accantonare perché costano troppo. Sono opere necessarie e vanno fatte. <strong>Anche il Ponte è necessario e se deve farsi carico lo Stato del suo costo, ciò non deve diventare scandalo, soprattutto al Sud</strong>. Chi finanzia l’opera avrà diritto ai pedaggi sia se si tratti di privati che se si dovesse trattare dello Stato.</p>
<p>		<strong>Appuntamento a Reggio, quindi, per la seconda puntata</strong>. Ma a Reggio si farà in modo di determinare quell’attenzione nazionale che a Catania non c’è stata.</p>
<p>						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 22.5.2010</p>

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		<title>TRA NUOVE ELEZIONI E SVILUPPO DELLA MAGGIORANZA</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 21:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		No, non è stato poi tanto difficile resistere agli attacchi a cui è stato sottoposto <strong>Berlusconi </strong>nel corso di questi anni anche <u>perché era chiara la natura strumentale degli stessi</u>. L’obiettivo era abbastanza palese: tenerlo sulla graticola sperando di poterlo scalzare definitivamente dalla guida del paese. ruolo che gli italiani gli hanno chiaramente affidato. <u>Oggi si è passati a colpire le cosiddette ‘casematte’, gli uomini della squadra che lo affiancano, sperando di fargli il vuoto attorno</u>. </p>
<p>		La manovra è più subdola anche se l’obiettivo è sempre lo stesso: <strong>capovolgere il responso elettorale disfacendo quanto la volontà popolare ha deciso</strong>. Si punta a cogliere in fallo alcuni tra gli uomini più vicini, e mettere all’indice gli altri sperando in un loro crollo psicologico che potrebbe, come effetto domino, trascinare nello sfascio l’intera maggioranza. Se a ciò si aggiunge l’<strong>incredibile vicenda finiana</strong>, ci si rende conto delle difficoltà reali che si stanno attraversando e del terreno minato su cui si opera. </p>
<p>		<strong>Oggi, comunque, non basta più resistere</strong>. Si sentono, infatti, scricchioli nel rapporto con la gente tra la quale rischia di passare un messaggio profondamente sbagliato su una ipotetica corruzione generalizzata, sull’identica situazione rispetto al passato, sui cosiddetti privilegi della ‘casta’, il tutto alimentato dallo sfrenato e improvvido qualunquismo che è la nuova bandiera dei mass-media e dell’intera sinistra. Se a ciò si aggiunge che <u>tra la gente serpeggia il dubbio sulla reale possibilità di realizzare le riforme, il quadro è completo</u>.</p>
<p>		 <u>Che fare? si sarebbe domandato Lenin</u>. <strong>Nient’altro che accelerare l’iter sulle scelte di fondo</strong>: quelle economiche per rendere più stabile la situazione italiana; quelle della realizzazione infrastrutturale per accelerare la ripresa produttiva; quelle riferite alla modernizzazione dell’impalcatura costituzionale per dare più potere agli organi esecutivi; quelle sulle competenze per riportare ad un unico centro decisionale scelte di interesse nazionale quali l’energia e le grandi opere; <u>quelle del federalismo non per accontentare la Lega ma per determinare profonde correzioni nella gestione della cosa pubblica; quelle riferite alla giustizia per togliere il paese dal perenne condizionamento di uno dei ‘poteri’ sugli altri due.<br />
</u><br />
		<strong>Si obietterà che è facile a dirsi, ma ch’è difficile a farsi </strong>stante, le difficoltà che vengono dall’interno della maggioranza. Se le cose stanno così ci sono due alternative: <u>o si determina una situazione di ingovernabilità andando, quindi, a nuove elezioni</u> per liberare il campo da velleitari condizionamenti e vergognosi ricatti, <u>o bisogna pensare all’allargamento della maggioranza</u> non solo per neutralizzare disegni paralizzanti e logoranti, ma anche per rimettere al servizio del Paese una forza, come l’<strong>UDC </strong>o come vorrà chiamarsi prossimamente, che <strong>si è ‘autopunita’ abbastanza </strong>nel corso di questi ultimi due anni e che va pienamente recuperata.</p>
<p>		<strong>Bossi </strong>dice che <strong>Casini è come Fini </strong>e che, quindi, è inutile. <strong>Io penso che Casini sia stato come Fini </strong>ma che la ‘quarantena’ e anche i recenti risultati elettorali lo abbiamo fatto ‘rinsavire’. Bossi, perciò, dovrebbe riflettere sul fatto che, forse, senza l’allargamento della maggioranza (leggi Casini) si rischia di mandare in fumo un lavoro sul federalismo che si persegue da troppo tempo, e si rischiano nuove elezioni con tutto quel che ne consegue.</p>
<p>		<strong>Se si ragiona nell’interesse del Paese e non nell’interesse del proprio orticello non ci possono essere dubbi</strong>: si tratta di rafforzare un Governo e non di sostituirlo. La crisi economica, le difficoltà dell’euro, le storture del sistema politico italiano, <u>la necessità del ‘fare’, debbono prevalere sui giochi e i giochini da prima Repubblica </u>che anche gente che sembrava vaccinata è impegnata purtroppo a perseguire.</p>
<p>		 					Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 20.5.2010</p>

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		<title>TRASPORTI: C&#8217;E&#8217; PURTROPPO CHI REMA CONTRO</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 20:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il collegamento navale Messina-Salerno imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il <strong>collegamento navale Messina-Salerno </strong>imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, <strong>e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano</strong>. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima unità, ha già raggiunto, come sembra, le quattro navi che fanno la spola tra i due terminali, <u>non si riesce a capire “l’aiuto” che gli viene fornito dalla Rete Ferroviaria Italiana, un aiuto che accentua ulteriormente l’isolamento della regione Calabria nei confronti del Paese</u>.</p>
<p>		Il <strong>Gruppo Fs </strong>non solo non ha in calendario la realizzazione dell’<u>Alta Velocità da Salerno verso le zone del profondo Sud</u>, ma addirittura <u>sta smantellando quel poco che serviva ad evitare mezzi di trasporto diversi dalle rotaie </u>se è vero, com’è vero, che sono stati <strong>cancellati 12 treni ad lunga percorrenza verso Milano e Torino</strong>; <strong>la liquidazione della mitica ‘Freccia del Sud</strong>’ che negli anni del boom economico trasportava la forza-lavoro meridionale verso il triangolo industriale del Nord; <strong>lo smantellamento della divisione Cargo; e la dismissione di alcuni impianti a Paola</strong>.  </p>
<p>		<strong>Una vergogna </strong>che ha determinato la proclamazione di uno sciopero regionale tra il 12 e 13 maggio da parte di tutte le sei sigle sindacali, la presa di posizione di quanti, tra uomini politici nazionali e regionali,  sono fortemente preoccupati per l’<strong>arrogante indifferenza del gruppo dirigente della Rfi </strong>che, in ultima analisi, penalizza soprattutto le popolazioni calabresi e la loro aspirazione a diventare parte integrante della nazione che a 150 anni dalla sua creazione non ha ancora risolto il nodo del Mezzogiorno d’Italia.  </p>
<p>		La scelta di smantellamento della rete ferroviaria è ancor più grave e assume aspetti veramente paradossali dopo le decisioni dell’<u>autorità portuale di Gioia Tauro </u>a cui ha contribuito la nuova Giunta Regionale della Calabria, di <u>riduzione consistente della tassa di ancoraggio per le navi</u>. Scelta questa indispensabile per favorire una inversione di tendenza nei processi di sviluppo dello scalo marittimo più importante del Mediterraneo, ma che verrebbe vanificata da scelte suicide e penalizzanti di una Regione che rischia di diventare un classico binario morto nel sistema dei trasporti italiani.</p>
<p>		E’ necessario, quindi, <u>sostenere le iniziative sindacali se esse non si riducono alla difesa dell’esistente o addirittura ad uno sconsolante e deprimente mercanteggiamento sulle unità di trasporto da ripristinare </u>correggendo, semplicemente, la strategia di spoliazione in atto da parte del gruppo dirigente della Rfi. <strong>Va ottenuto pienamente e subito un tavolo di trattative che </strong>superando immediatamente le assurde scelte effettuate, <strong>affronti</strong>, passando dalle parole ai fatti, <strong>tutto quanto diventerà necessario con la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina </strong><u>che ha la sua ragion d’essere proprio nell’aggancio al corridoio europeo 1 (Berlino-Palermo e Catania) ed all’Alta Velocità oggi bloccata a Salerno</u>.</p>
<p>		Il Sud ha una grande carta da giocare legata all’attraversamento stabile dello Stretto, e questa carta non va sprecata. <u>Se c’è qualcuno che rema contro al futuro del Mezzogiorno che può e deve diventare una base logistica dell’intera Europa</u>, <strong>deve essere messo in condizioni di non nuocere anche a costo di dover procedere a vere e proprie ‘epurazioni’ di manager </strong>che stanno dimostrando di badare solo all’interesse del piccolo ‘orticello’ che hanno avuto affidato,  e non all’insieme dei problemi del Paese.  <strong>Per fortuna che, in questo Paese, c’è un Governo che sa governare, e che se lasciato governare sa pensare in grande</strong>.</p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 10.5.10</p>

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		<title>ULTIMI E DISPERATI TENTATIVI DI BLOCCARE IL PONTE</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 21:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata sulla scena del dibattito, pro o contro il Ponte sullo Stretto, la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivata sulla scena del dibattito, <strong>pro o contro il Ponte sullo Stretto</strong>, <u>la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor</u>. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, <u>il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte a campata unica, come alternativo allo stesso</u>, con la speranza, neanche tanta nascosta, di poterne bloccare l’iter realizzativo.</p>
<p><strong>Anche la proposta di Ponte galleggiante conferma così il furore nichilista di quanti, per scelta ideologica, cavalcano aprioristicamente qualunque ipotesi che sia in opposizione al Ponte sullo Stretto</strong>. <u>Ed è stato così anche al Convegno di presentazione del progetto del Ponte galleggiante dove sembrava di assistere, con qualche timida eccezione, alla celebrazione del No</u>, caratterizzata, oltre che dai soliti catastrofismi (venti, terremoti, smottamenti, finanziamenti, difficoltà di costruzione, disastri ambientali) da subdole ipotesi sospensive che possiamo così sintetizzare: ‘<em>il ponte galleggiante abitato è il non plus ultra nel settore dei ponti e, ergo, sarebbe opportuno che ci si fermasse un attimo per valutare se la medicina alternativa proposta è veramente innovativa</em>’.</p>
<p>Pura e semplice irragionevolezza giocata contro il Ponte che ha già subìto un iter quanto basta travagliato e lungo, che ha visto una <u>gara d’appalto regolarmente espletata, con gli aumenti di capitale della Società Stretto di Messina decisi, con gli stanziamenti del Cipe effettuati, e che si trova adesso nella fase di progettazione esecutiva da rendere concreto entro il 30 settembre prossimo</u>. Ma questa scellerata  illogicità va diritto contro gli interessi delle popolazioni calabre e sicule che sull’attraversamento stabile dello Stretto fondano le loro speranze di un sano riscatto economico e sociale. Ma onde evitare d’essere accusati di identico aprioristico atteggiamento contro l’ultima proposta avanzata, facciamo un minimo di ragionamento. </p>
<p><strong>I due Ponti supposti alternativi </strong>(a campata unica o galleggiante) <strong>non sono per nulla tali per tre importanti motivi</strong>: <u>la localizzazione, le ipotesi di finanziamento e le motivazioni che li sorreggono</u>. Nel caso della localizzazione, il Ponte a campata unica sarà costruito nel punto più vicino tra le due sponde e, attraverso una serie di viadotti e gallerie, si eviterà il massacro del territorio determinando l’amalgama con le zone abitate. La seconda ipotesi progettuale, vale a dire il Ponte galleggiante, avverrebbe diversi chilometri più a sud, vale a dire direttamente tra due zone densamente abitate delle due città, che non sarebbero sorvolate ma interessate massicciamente e direttamente, e con le tante difficoltà operative che è ingenuo sottovalutare.</p>
<p><strong>Il finanziamento</strong>. Nel primo caso oltre al 40% di capitale pubblico, pari a 2,5 miliardi di euro, già deciso e deliberato, si ricorrerà al project finance per il restante 60% pari a 3,8 miliardi di euro; per il ponte galleggiante abitato si ipotizza un autofinanziamento con la congetturata vendita di 3 milioni di mq. di abitazioni ed altro!</p>
<p><strong>Diverse profondamente le motivazioni delle due opere</strong>. Per il Ponte galleggiante si tratta di realizzare un collegamento che sia propedeutico all’interscambio tra le due città e le due province. In poche parole è un’opera finalizzata al pendolarismo o, se proprio si vuol andare oltre, utile alla conurbazione ed alla creazione della <strong>Città dello Stretto</strong>. Valore importante per le due realtà urbane e per i cittadini dei due territori, ma senza una rilevante portata economica per un tangibile sviluppo delle aree meridionali. <strong>Il Ponte sullo Stretto, quello per intenderci già appaltato e avviato alla realizzazione, è nato come collegamento tra le due sponde ma è diventato, nelle scelte europee, segmento importante del corridoio 1 Berlino-Palermo</strong> il cui obiettivo è quello di  ridurre i tempi di percorrenza  delle merci da e per il Nord Europa da e per Medio ed Estremo Oriente.</p>
<p>Non può sfuggire a nessuno, salvo preconcetti e furori ideologici, l’importanza di captare il traffico merci che nel Mediterraneo ammonta al 30% dell’intero traffico mondiale,  e delle ricadute che tale captazione determinerà nelle regioni meridionali che diventeranno una reale base logistica dell’Europa. <strong>Né potrà sfuggire che il Ponte determinerà un’infinita serie di ricadute infrastrutturali le più importanti delle quali saranno </strong>l’Alta velocità, oggi ferma a Salerno, che toglierà anche la Calabria e la Sicilia dall’isolamento in cui si trovano; il potenziamento dei porti che attorno all’hub principale di Gioia Tauro necessariamente dovranno essere sorretti e potenziati (da Siracusa a Catania, da Palermo a Milazzo, da Messina a Reggio e Vibo Valentia); la conclusione del rinnovo della A3, della Statale Jonica 106 e delle pedemontane. Questa lista non esaustiva di conseguenze positive per l’intero territorio fanno difetto nell’ipotesi alternativa.</p>
<p>C’è troppo in gioco per permettere che venga rimesso in discussione quanto, faticosamente, si è riusciti a far partire. La baricentricità mediterranea del Ponte rispetto ai Paesi rivieraschi ne fa un’opera che può saldare il Sud d’Italia con i paesi che si affacciano nel Mediterraneo: una cerniera tra Africa ed Europa. Dovrebbero solo far sorridere i lai di quanti pensano che basta avere un minimo di visibilità per sentenziare sul futuro di intere popolazioni.</p>
<p><strong>Nessuno osi toccare il futuro del Mezzogiorno</strong>.</p>
<p>							Bruno SERGI*<br />
							Giovanni ALVARO</p>
<p>* Docente Facoltà Economia Università di Messina</p>
<p>Cofondatori del ‘Comitato Ponte Subito’</p>
<p>Reggio Calabria 4.5.2010</p>

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		<title>ORA BISOGNA REALMENTE FARE FUTURO</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 08:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La riunione della Direzione nazionale del PdL segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da Gianfranco Fini con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La riunione della <strong>Direzione nazionale del PdL </strong>segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da <strong>Gianfranco Fini </strong>con il Presidente del Consiglio <strong>Silvio Berlusconi</strong>.  <u>E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel partito appare, come tale, all’opinione pubblica, dimostrando d’essere all’altezza della situazione</u> più di quanto non fosse apparso nello stesso Congresso nazionale dove tutto sembrava predisposto, meccanico e già deciso.</p>
<p>		Un salto di qualità che non solo ‘<strong>sdogana’ il PdL dall’etichetta di partito di plastica </strong>ma dimostra anche, con la diretta sulla riunione, che la democrazia nel Partito è così fortemente presente che non c’è stata preoccupazione nel rendere pubblico lo scontro in atto, e che quanto <u>blaterato da Fini sulla necessità d’avere legittimità di dissenso, e poter dire ciò che voleva, era solo una richiesta  strumentale, falsa e ipocrita</u>, e che altrettanto strumentali, false e ipocrite sono state le ‘cosiddette’ motivazioni politiche sbandierate, in particolare quelle sulla <strong>Lega</strong>, quando da mesi gli argomenti del ‘controcanto’ si erano concentrati su tutt’altri piani.</p>
<p>		Ma c’è un altro punto che dimostra la validità della scelta di affrontare a viso aperto l’<u>atteggiamento di Fini </u>che, detto per inciso, stava provocando una fase di forte e continua fibrillazione. Mantenere l’equivoco e sottostare al fuoco di fila di Gianfranco, infatti, stava logorando sensibilmente la leadership del PdL e la capacità d’azione del partito. <u>Era necessario e urgente bloccare quello che sembrava un tentativo di cottura a lento fuoco e isolare, quanto più possibile, una manovra paralizzante.</u></p>
<p>		<strong>L’obiettivo è stato centrato</strong>, ma non possono escludersi <strong>pericolosi colpi di coda</strong>, in conseguenza dell’emersione del bluff, sulla reale consistenza degli ‘ammutinati’.  Difatti l’aver contato 11 o 12 voti contrari al documento finale, su 172 membri della Direzione (di cui 54 provenienti dall’ex AN), oggettivamente <strong>incattivisce ulteriormente il Presidente della Camera </strong>le cui affermazioni, sulla lealtà verso il partito e la necessità di realizzare il programma votato dagli elettori, appaiono semplicemente vacue. </p>
<p>		Non sembra, infatti, che lo ‘sconfitto’ sia intenzionato a rispettare le scelte della maggioranza, né di rientrare nel ruolo di <u>Presidente della Camera assolvendolo con spirito ‘super partes</u>’ se è vero, come sembra (mancando una smentita in proposito), <strong>che abbia minacciato ‘scintille’ in Parlamento</strong>. E la cosa è gravissima sia perché espressa dalla terza carica dello Stato, ma anche perché la sinistra, così sollecita a rintuzzare ogni virgola di <strong>Silvio Berlusconi</strong>, non ha trovato niente da ridire sull’ipotesi di un uso non consono della funzione ricoperta da <strong>Gianfranco Fini</strong>. Anzi, egli viene osannato in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo, come nuovo idolo.</p>
<p>		Ora c’è chi tenta, e va apprezzato lo sforzo, di ricucire gli strappi, ma sarà fatica inutile: <strong>troppa acqua è passata sotto i ponti </strong>e miserrime sono le motivazioni per poter ottenere una reale marcia indietro. <strong>Gianfranco è troppo innamorato del suo io </strong>per avere questo coraggio e troppo ansioso di vendette per accettare supinamente la perdita del proprio ‘esercito’ e la fine dei propri disegni. Gli errori commessi fino ad oggi saranno moltiplicati perché l’ira come si sa rende praticamente ciechi e il deragliamento ormai è un dato immodificabile.</p>
<p>		Il cammino che ha condotto all’Auditorium della Conciliazione colui che, <strong>impropriamente, viene chiamato il co-fondatore del PdL</strong>, è iniziato molto tempo fa (com’è testimoniato da scritti inediti di Bettino Craxi, che pubblicheremo quanto prima n.d.r.), ma ha subito una accelerazione dalla fase di costruzione del PdL che lui, come <strong>Casini</strong>, non intendeva assecondare. ‘<em>E’ stato un errore </em>-ha ripetuto a Berlusconi- <em>essere entrato nel PdL</em>’.  Ma è stato anche un errore, diciamo noi, aver pensato di poter liquidare in pochi mesi, per sostituirlo, l’autore del ‘predellino’.</p>
<p>		L’attesa, mista alla speranza che il vento che soffiava forte nelle vele issate da Berlusconi cessasse, diventava sempre più insopportabile. <u>Il premier mieteva vittorie su vittorie, e reggeva agli attacchi sistematici di una sinistra incapace di produrre una seria politica </u>e che, per ciò, <strong>affidava le proprie sorti al gossip, ai pentiti, alle intercettazioni, alla Magistratura militante</strong>. Da questo susseguirsi di successi nasceva il ‘controcanto’, l’atteggiamento da maestrino, fino alla manifestazione di Piazza San Giovanni che platealmente ha voluto disertare, magari perché speranzoso di un ‘flop’ che, con la vicenda dell’esclusione della lista PdL di Roma, <strong>poteva compromettere il risultato elettorale</strong>. </p>
<p>		Ma non è andata così: <strong>la Polverini</strong>, abbandonata al suo destino, è stata trascinata alla vittoria dal premier. E il premier si è assunto direttamente l’onere della campagna elettorale in tutt’Italia contribuendo a <strong>rafforzare le splendide vittorie di Caldoro in Campania, di Scopelliti in Calabria e di Cota in Piemonte. </strong>E’ mancata al Sud la <strong>Puglia </strong>dove, sembra, abbia messo lo zampino anche il nostro eroe. <strong>Ma questa ormai è acqua passata.</strong></p>
<p>		<strong>Adesso bisogna fare futuro </strong>non escludendo nessuna opzione per evitare di ripiombare nella guerra di logoramento che di fatto blocca le ipotesi di riforme che il Paese attende da anni, da <u>quelle costituzionali a quelle sulla giustizia, dalle politiche energetiche alle grandi opere, dall’ammodernamento dello Stato alla riforma fiscale</u>. Su quest’altare si possono pagare dei prezzi, ma ne varrà la pena perché si tratta di passare definitivamente <strong>dalla prima alla seconda Repubblica</strong>.</p>
<p>							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 26.04.2010</p>

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		<title>IL CONTROCANTO DI FINI AI SUCCESSI DI BERLUSCONI</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 18:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il controcanto, quello in cui si è specializzato Gianfranco Fini, quello che viene recitato ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere, ma è la confessione nuda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Il controcanto, quello in cui si è specializzato <strong>Gianfranco Fini</strong>, quello che viene recitato ogni volta che <strong>Silvio Berlusconi </strong>apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un <u>grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere</u>, ma è la confessione nuda e cruda della mancanza di idee, il rifugio dove rintanarsi quando si è a corto di proposte e deficitari di iniziativa politica, e quando si pensa che non c’è altro da fare che <strong>vestire i panni dello sfascista</strong>.</p>
<p>		I poveri di spirito possono anche appassionarsi per i <em>refrain finiani </em>che se bastano a prendere le distanze da chi si intende criticare, non servono, però, per  diventare leader amato e rispettato; <u>né bastano la facilità di linguaggio, l’atteggiamento da maestrino</u>, messo in mostra ad ogni piè sospinto, <u>e il ruolo di terza carica dello Stato</u>, per affermarsi, in modo indiscutibile, quale leader di un <strong>popolo che non è solo di destra </strong>ma coinvolge <u>moderati di diversa estrazione, riformisti difficilmente inquadrabili, liberali e libertari con diversa sfumatura,  socialisti anticomunisti senza se e senza ma, garantisti con spiccata sensibilità e democratici sinceri</u>. <strong>In parole semplici il Popolo della Libertà.<br />
</strong><br />
		E’ un popolo così composito che è impossibile piegare alle proprie aspirazioni, <u>impossibile guidare senza un forte pensiero politico, e senza quel quid che si chiama ‘carisma’. </u>E’ un popolo, quello della libertà, che ha <strong>testa, cuore e pancia</strong>, e che rimane coeso se si ha capacità di parlare con semplicità a tutte e tre le componenti. Scegliere di <strong>parlare solo ai ‘pancisti’ stimola adesioni, risveglia sopite speranze, attiva il cosiddetto popolo di nicchia</strong>, ma non va oltre. Se è questo che vuole <strong>Fini </strong>non è difficile ottenerlo ma, è chiaro, che non potrà diventare leader della maggioranza, ma deve accontentarsi d’essere semplice capo di settori marginali della società. </p>
<p>		Tra l’altro è un popolo che non perdonerà mai che le <strong>riforme, per modernizzare lo Stato e ripristinare la divisione dei poteri</strong>, che tanti guasti ha causato al Paese, giunte quasi in dirittura d’arrivo, possano correre il rischio d’essere vanificate.  E perché poi? Quali sarebbero le motivazioni del controcanto?  Su quale altare bisognerebbe immolare i successi mietuti negli ultimi anni, quando più virulento si era fatto l’attacco al premier e al PdL? Ma ciò che fa più rabbia è il fatto che <u>tutto avviene quando la sinistra attraversa la più grave crisi della sua esistenza</u>.</p>
<p>		Si ha l’impressione che si stava sulla riva del fiume sperando di vedere transitare il <strong>cadavere di Silvio Berlusconi</strong>, a partire dalla vicenda dei <strong>rifiuti di Napoli</strong>, e poi del <strong>terremoto de L’Aquila</strong>, e poi ancora del <strong>G8</strong>. <u>Successi inimmaginabili e stupefacenti che anziché determinare soddisfazione provocavano fastidio </u>a qualcuno che, forse, sognava che il premier si incartasse da solo, e magari sperava (<em>fuorionda galeotto</em>) che cadesse nella rete tesagli con ‘<u>pentiti’ considerati erroneamente ‘da bomba atomica’ ma che erano semplici squinternati</u>, o che infine restasse fulminato per le intercettazioni su <strong>Bertolaso </strong>e per quelle di <strong>Trani</strong>.  </p>
<p>		<u>Infine il controcanto su tutto, la presa di distanza sulle iniziative parlamentari del Governo, l’illusione di un possibile flop della manifestazione di Piazza San Giovanni </u>(‘la terza carica dello Stato non può partecipare a iniziative di piazza’), <u>e chissà forse la speranza di un crollo elettorale </u>che con le vicende delle liste si poteva appalesare. Ma niente di questo è avvenuto, anzi <strong>il sole continua a splendere sul Cavaliere</strong>. E questo è stato, forse, troppo, incattivendo le posizioni e determinando accelerazioni che possono portare <strong>i protagonisti in un vicolo cieco</strong>.<br />
						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 21.04.2010</p>

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		<title>IL SISTEMA ELETTORALE E’ UN FALSO PROBLEMA</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 15:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di Gianfranco Fini centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi ad un modello elettorale a doppio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier <strong>Silvio Berlusconi </strong>sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. <u>Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di <strong>Gianfranco Fini </strong></u>centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi  ad un modello elettorale a doppio turno, non spiegando però, come il doppio turno potrebbe dare  legittimità  al semipresidenzialismo, mentre il turno unico lo penalizzerebbe. </p>
<p>		E’ bastato, quindi, poco per spostare la discussione <u>dai reali obiettivi posti da Berlusconi, ai modelli elettorali che appassionano gli ‘esperti’ del settore </u>e non certamente la grande maggioranza dei nostri concittadini. E su questo terreno se ne sono sentite di tutti i colori: <u>maggioritario, maggioritario a collegi uninominali, proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, turno unico, doppio turno alla francese, mixer alla tedesca, sistema spagnolo, intreccio tra maggioritario e proporzionale, mattarellum, porcellum e così via</u>. Discussione ‘interessante’, ma chiaramente fuori tema. </p>
<p>		Nel recente passato le motivazioni per usare un sistema piuttosto che un altro <strong>vertevano sulla necessità di garantire stabilità al governo al Paese</strong>. E detta stabilità è stata garantita per 5 anni, <strong>nel 2001</strong>, con il sistema maggioritario a collegi uninominali e quota proporzionale; ed <strong>oggi</strong>, siamo già a due anni, la stabilità sembrerebbe garantita con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Mentre <strong>nel 2006 </strong>il <strong>Governo Prodi </strong>entrò in crisi, per impossibilità di coesione tra i propri alleati, e si dovette andare a nuove elezioni. Ma fu un  passaggio obbligato stante l’impossibilità ‘politica’ di procedere alla formazione di un Governo frutto di alchimie parlamentari come era avvenuto in altre occasioni.</p>
<p>		<u>Il sistema elettorale vigente</u> (proporzionale con premio), pur dotando la maggioranza di un ampio margine per garantire la governabilità, <u>presenta delle lacune</u>, ma non tali  pervenire alla liquidazione dello stesso. Esso necessita di qualche aggiustamento e va accompagnato da provvedimenti legislativi che colgano pienamente quanto sta alla base della proposta di Berlusconi. <u>L’aggiustamento più importante è la reintroduzione della preferenza per evitare che gli eletti vengano percepiti come ‘nominati’ dalle segreterie dei partiti, anziché essere visti come scelte decise dagli elettori</u>.  </p>
<p>		Ma è indispensabile il <strong>varo di provvedimenti </strong>che fanno definitivamente uscire l’Italia dalla fase di prima repubblica indipendentemente dal sistema elettorale. Fra questi provvedimenti, <strong>il più urgente è quello di chiudere, una volta per tutte, la prassi che liquida il bipolarismo, con il quale si affronta una campagna elettorale, e lo si sottopone alla vecchia pratica dei giochi di corridoio arrivando magari a veri e propri ribaltoni.</strong> E’ una pratica che mortifica le scelte fatte dall’elettorato, ma è anche una pratica che tiene il <strong>Presidente del Consiglio </strong>ed il suo governo in uno stato di perenne ricatto parlamentare. Il potere del Presidente del Consiglio, che deriva direttamente dall’elettorato, non può essere menomato da ricatti che di politico hanno ben poco, ma deve essere garantito per  legge per permettergli di governare compiutamente. </p>
<p>		<u>E’ chiaro che obiettivi simili vengano osteggiati da chi, fuori e dentro l’attuale maggioranza, sogna di ottenere con gli intrighi di palazzo</u>, magari con il supporto dei poteri forti, quanto non è stato in grado di ottenere dalle urne. La posta in gioco è, come si vede, abbastanza importante, perché la governabilità che si persegue non è riferita solo alla durata del governo, ma alla sua qualità che può affermarsi se viene sottratta agli sgambetti, ai sotterfugi ed ai ricatti. <strong>In quest’ambito il sistema elettorale è, quindi, un falso problema.</strong><br />
						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 15.04.2010</p>

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		<title>MALATO TERMINALE PERCHE’ NON HA IL SENSO DELLO STATO</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 17:11:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le dichiarazioni fatte dal Segretario del PD, Pierluigi Bersani, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale e che, vivendo in un paese virtuale, sta tirando avanti come una specie di malato terminale. Si, affermare, infatti, che ‘dal voto non giungono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Le dichiarazioni fatte dal <strong>Segretario del PD, Pierluigi Bersani</strong>, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile <u>crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale </u>e che, vivendo in un paese virtuale, <u>sta tirando avanti come una specie di malato terminale</u>. Si, affermare, infatti, che ‘<em>dal voto non giungono elementi di sfiducia</em>’ verso il proprio partito e, addirittura, dichiarare, senza scoppiare a ridere, che si può parlare ‘<em>di inversione di tendenza</em>’ è la dimostrazione lampante del totale isolamento dalla realtà. </p>
<p>		La battuta più feroce, nei confronti di <strong>Bersani</strong>, l’ha espressa il <strong>Grillo genovese </strong>che lo ha liquidato con un “<em>delira, rimuovetelo</em><strong>”. Ma non è l’unico. Altri, <u>49 senatori</u>, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Segretario; altri ancora lanciano proclami; ed altri, <u>esterni (?) al PD</u>, come </strong><strong>Di Pietro</strong>, affondano la lama nella ferita è chiedono un passo indietro al vecchio gruppo dirigente e la promozione di una nuova generazione di quadri. Ma <u>nel tempo necessario perché essa nasca, cresca e si affermi, lui </u>‘<em>soldato e non generale</em>’, come si è autodefinito, <strong>può candidarsi a guidare la sinistra</strong>.</p>
<p>		Pochi, pochissimi, però, hanno fatto analisi serie e proposto percorsi concreti, e fra essi, quel <strong>Niki Vendola </strong><u>che ha stracciato, mortificato e sconfitto il leader maximo della sinistra post e neo comunista a cui è rimasta ormai solo l’etichetta di leader e quella di maximo</u>, dato che nelle analisi dimostra un totale obnubilamento che lo fa continuare, infatti, ad arrovellarsi il cervello su tattiche e giochi di corridoio contro l’eterno rivale <strong>Ualter Veltroni</strong>.  Vi è di più. Persevera nell’errore dell’<u>isolamento rifiutando il dialogo sulle riforme con la maggioranza e bollando come ‘scellerate trasversalità</u>’ ipotesi di accordi col nemico giurato <strong>Silvio Berlusconi</strong>.</p>
<p>		Quel che dimostra che non c’è speranza, per i sinistri, di un loro rientro nell’agone politico vero <u>non è solo lo snobbare quanti dichiarano che si rischia di restare al palo per molti anni</u>, quanto l’atteggiamento del <strong>Bersani </strong>che dinanzi agli attacchi non trova di meglio che dichiarare <u>che vuole parlare con tutti, dai 49 senatori protagonisti del ‘pronunciamiento’ allo stesso Grillo</u>. Si continua a pensare, quindi, che tutto possa essere  ricondotto a <strong>incontri, trattative, confronti ed accordi</strong>, <u>dimenticando che a muovere idee e persone sono solo le politiche</u>, le scelte vere che per essere tali non debbono, per forza, essere diverse da quelle della maggioranza.</p>
<p>		Le scelte vanno commisurate agli <u>interessi dei cittadini</u>, alla <u>costruzione di un Paese normale</u>, alla <u>fuoruscita dalla crisi</u>, al <u>ripristino della divisione dei poteri</u>, all’<u>isolamento ed alla messa fuori gioco dei settori più scatenati della magistratura </u>che deve ritornare ad essere semplice gestione della giustizia senza ‘missioni di redenzione della società’, alle <u>scelte economiche che guardino all’interesse dell’Italia</u>, alla <u>riforma del fisco ed al suo federalismo</u>, alle decisioni sulle <u>grandi opere</u>, in una parola ad <strong>un serie di scelte che dimostrino il ritorno, di questa importante forza politica, tra quelle che hanno il senso dello Stato</strong>.</p>
<p>		<strong>La gente ha espresso il suo disappunto</strong>, con l’astensione o con il cambio di schieramento, anche perché non condivide atteggiamenti che considerano positive alcune scelte se a farle è il centrosinistra, e negative se sulle stesse si impegna il centrodestra. <u>Riforma dello Stato, grandi opere, <strong>Ponte sullo Stretto</strong>, energia, interventi militari all’estero, sono tutti esempi di scelte tattiche contingenti <strong>senza  alcun senso dell’interesse vero della Nazione</strong></u>.</p>
<p>		<strong>Senza il ritorno ad una politica che abbia respiro nazionale, sarà impossibile rientrare nel gioco dell’alternanza</strong>, e tutto si ridurrà <u>con o senza Bersani ad inseguire le estremizzazioni </u>che a turno faranno <strong>Di Pietro, Grillo, popolo viola, magistratura militante e</strong>, dulcis in fundo, quello che produrrà <strong>l’eterna lotta tra D’Alema e Veltroni</strong>. L’Italia con le scelte sulle regionali ha già detto che non gli interessano.<br />
                                                     Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 2.4.2010</p>

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		<title>LA ‘CHIAMATA ALLE ARMI’ E’ STATA GIUSTA E NECESSARIA</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 19:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		La discussione che si è innescata sul dopo manifestazione del 20 marzo, se era o non era opportuno che il <strong>PdL </strong>e <strong>Berlusconi </strong>vi ricorressero, ha tutto il sapore di una incredibile discussione sulla lunghezza del dito che indica la luna. Sembra, in definitiva, <u>una discussione sul sesso degli angeli </u>che sta trascurando ciò che la manifestazione ha prodotto e i cui effetti saranno quanto prima visibili sia nel Paese che all’interno stesso della coalizione dei moderati.</p>
<p>		Non tutti, però,  stanno facendo questo errore, che tale non è per quanti tendono a sminuire la portata dell’iniziativa e lavorano per ridimensionare l’appeal che la stessa ha determinato nella società, <u>ma ad alcuni </u>(che non possono certamente essere catalogati nella schiera delle penne e dei  giornali ‘golpisti’ o pseudo indipendenti), <u>è sfuggita la cosa più importante, e cioè l’emersione, con la manifestazione, di un ‘fiume carsico’</u> (poco importa stabilirne il numero esatto) che, malgrado gli accanimenti infiniti contro il premier, <strong>continua a scorrere gonfio e rigoglioso</strong>.</p>
<p>		Ancora una volta <strong>Berlusconi </strong>ha saputo ‘<u>far sgabello delle difficoltà</u>’ e trasformare la situazione in cui si trovava in un vero e proprio trionfo. Ancora una volta ha saputo dire al ‘fiume carsico’ di stare tranquillo perché c’è chi non è per nulla impaurito dell’<u>accanimento mediatico-giudiziario </u>e sa collocarsi saldamente alla sua testa, ed è quello <strong>che il ‘fiume carsico’ voleva sentirsi dire, ma ha anche detto con la sua emersione</strong>.</p>
<p>		<u>Questa emersione </u>è già, di per sé, un fatto rivoluzionario perché <u>ha dato visibilità a quella maggioranza silenziosa che, tradizionalmente, preferisce la riservatezza </u>e che, stavolta, <u>ha voluto rispondere alla ‘<strong>chiamata alle armi’ </strong></u>per dire No agli attacchi tesi a  liquidare un leader col quale si trova in sintonia, e No agli attacchi alla sua squadra considerati tentativi di <strong>liquidare le cosiddette ‘casematte</strong>’ che sono capisaldi della forza di un premier. In parole semplici per <u>difendere la democrazia ed evitare il  ripetersi del film di mani pulite quando si è lasciato un popolo senza classe dirigente e la ‘<strong>gioiosa macchina da guerra’ era pronta per la presa del Palazzo d’inverno</strong>.</u></p>
<p>		Con la <strong>manifestazione di Roma, necessaria e urgente </strong>non solo per l’imminenza del voto regionale, ma anche per dare una dritta all’azione del Governo, <strong>Berlusconi </strong><u>ha voluto parlare non solo al suo popolo (il fiume carsico) ma anche, inutile nasconderlo, ai guastatori che, come cavalli di Troia,  hanno frenato, dall’interno del PdL, l’azione dell’esecutivo </u>su una serie di provvedimenti urgenti (<strong>intercettazioni, separazione carriere e ruoli in Magistratura, par condicio, immunità</strong>, ecc.) che sono l’ossatura per ripristinare l’autorità di un potere messo ultimamente in discussione e fortemente indebolito dall’<u>azione di settori, per fortuna minoritari (ma non per questo meno pericolosi) di un potere antagonista come si può giudicare la parte di PM </u>(una generazione di sessantottini) <strong>che persegue l’aggressione al premier come missione da compiere.</strong></p>
<p>		Chi pensava, <strong>fuori e dentro il PdL, </strong>della imminente fine di <strong>Berlusconi </strong>ha fatto male i suoi calcoli. <u>Il Presidente è più vivo che mai, è il più lucido, il più capace, il più amato dal popolo moderato </u>(ed anche per questo il più odiato dall’altra parte di popolo), e <strong>dopo San Giovanni l’unico vero leader del PdL </strong>che ha ricevuto dalla piazza l’incarico d’andare avanti senza tentennamenti per rifondare il Paese, ripristinare la legalità costituzionale ed evitare l’ascesa al potere degli incapaci. </p>
<p>		Le vecchie strade, fatte di proclami tipo ‘pronunciamienti’ sudamericani, non sono più possibili. <strong>Le pulci fatte, sistematicamente, al premier non possono più essere tollerate</strong>. E’ urgente e necessario rispondere coerentemente all’invito pressante venuto della piazza perché non è più tempo di giochi di corridoio. <strong>Su questo percorso si deve andare avanti senza badare a chi si attarda per strada </strong>(difficoltà d’analisi, speranze represse, convincimenti di indispensabilità o altro) che, anziché badare al paese, pensa sia giusto lavorare a soddisfare il proprio Io.</p>
<p>							Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 22.3.2010</p>

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		<title>PONTE: ORA LA SFIDA PER UN’AREA D’ECCELLENZA</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 16:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si fa un gran parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. Sia all’interno dell’Area dello Stretto sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo adesso il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si fa un gran parlare del <strong>Ponte sullo Stretto di Messina</strong>. Sia all’interno dell’<strong>Area dello Stretto </strong>sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo <u>adesso il suo iter sembra aver imboccato la strada giusta </u>e ci vorranno forse sette anni prima di poterlo ammirare nel 2017, anno della sua entrata in funzione.</p>
<p>Sarà per questo che <u>il confronto delle posizioni ha raggiunto livelli incredibili</u> che si sostanziano, malgrado tonalità intermedie, <strong>tra un sì ragionato e il no incondizionato</strong>, espresso dai paladini del non fare. E dato che il parlare è uno degli sport più diffusi nel Paese, di certo, nel corso dei prossimi mesi ed anni, <u>si assisterà ad un crescendo rossiniano con grida di dolore prive d’originalità</u>, e totalmente sganciate dalle opportunità che il Ponte potrà garantire in termini di crescita economica e di nuova capacità d’impresa. </p>
<p>C’è, quindi, il rischio che si continuerà a banalizzare sul costo complessivo dell’opera, volgarizzare il rapporto tra pedaggio e costo totale dell’investimento, polemizzare sulle discariche, disegnare scenari catastrofici sulle tonnellate di cemento e di acciaio necessarie alla realizzazione, teorizzare anche sul costo del singolo bullone, <strong>criminalizzare il Ponte per ogni minimo problema </strong>che potrà presentarsi. Un modo di agire che sta già mostrando tutti i suoi lati negativi nascondendo la più totale incapacità alla lungimiranza e l’assenza di una visione d’insieme per lo sviluppo. Semplicemente, forse, per non metterci alla prova.</p>
<p><u>Con questo non si vuole affermare che la costruzione del Ponte non possa presentare aspetti che meritano attenzione e cautela</u>, <strong>ma questi vanno lasciati agli addetti ai lavori, e non alle sterili discussioni e dibattiti che appassionano gli improvvisati ingegneri, architetti e tecnici vari</strong>. Se le discariche devono essere limitate e circoscritte, per ridurre l&#8217;impatto ambientale, queste dovranno essere ‘lasciate’ alla sapienza degli ingegneri e dei geologi delle due regioni interessate alla costruzione. <u>Se è necessario, come è necessario, contrastare le possibili infiltrazioni mafiose, vanno stimolate le istituzioni pubbliche che sembrano, comunque, avervi già posto mano col protocollo d’intesa dei giorni scorsi</u>. Se vi sarà l’aumento del costo dell’acciaio esso sarà un problema per i tecnici della società contraente, e non lo si faccia diventare elemento di leggeri ragionamenti economici. </p>
<p><strong>La realizzazione a regola d’arte dell’opera </strong>coniugata con la necessità che il costo non lieviti neanche di un euro oltre la somma preventivata – malcostume diffuso nel caso dei lavori pubblici in Italia – <strong>lasciamola ad imparziali e diligenti controllori</strong>. E il check-up qualitativo del cemento e dell’acciaio, affinché l&#8217;opera non subisca danni alle piogge di fine agosto o alle prime scosse di terremoto, facciamolo fare ai genuini addetti ai lavori.</p>
<p><strong>La buona politica</strong>, non quella volta agli interessi di bottega o quella costruita su vuoti discorsi dei sobillatori del non fare, <strong>dovrebbe preparare l’appuntamento del 2017 </strong>con una visione seria dello sviluppo in un’ottica italiana e mediterranea. Il Ponte sarà il nostro &#8220;<em>Cavallo di Troia</em>&#8220;, in quanto implica una sfida con noi stessi! Se il Ponte avrà la campata unica più lunga al mondo grazie alla tecnologia più avanzata, se il Ponte ci garantirà un palcoscenico di visibilità unica e rara, se il Ponte sarà, oggettivamente, una ‘meraviglia’ che attirerà masse di visitatori, <u>perché non ci prepariamo all’evento con tutte le carte in regola?</u></p>
<p>Continuando a spendere fiumi di inchiostro si rischia di rimanere fermi al palo, e di <u>arrivare al 2017 certamente con un solenne risultato ingegneristico di livello mondiale, ma realizzato in un debole contesto culturale e sociale</u>. Di sicuro non ci sarà il deserto attorno al Ponte, come alcuni maestri del cattivo pensiero tentano di far credere, ma certamente non primeggeremo in niente. I tanti segmenti della nostra società, della cultura, del mondo imprenditoriale e quant’altro <u>dovrebbero raccogliere la sfida – a prescindere dal sì o dal no al Ponte &#8211; immaginando lo scenario del 2017 </u>per una forte Area dello Stretto, capace di reggere la competizione all’interno del Mediterraneo e diventare vero polo di attrazione. </p>
<p>Pochi esempi sono illuminanti. Una nuova filosofia dello sviluppo urbano che collochi le nostre città tra le più vivibili e verdi al mondo. Un moderno sistema di servizi delle pubbliche amministrazioni, locali e regionali, per dotare il territorio di un efficiente braccio operativo. E perché non darci un piano ambizioso per la cultura universitaria dell&#8217;<strong>Area dello Stretto del 2017</strong>, volto a costruire una realtà universitaria a livello mondiale? <strong>Un’unica Università dello Stretto o federando le tre oggi in attività (Messina, Mediterranea e per Stranieri) con l’obiettivo di collocarsi tra le prime 200 al mondo.</strong> E poi centri di ricerca davvero di eccellenza secondo i criteri internazionali. L’aspetto decisivo in un nuovo modo di operare, comunque, sta nel confrontarsi con una realtà che necessita di obiettivi precisi senza i quali si continuerebbe a mancare la meta, a confondere gli strumenti con gli obiettivi, e, soprattutto, a nascondere responsabilità ed incapacità. <strong>Serve una classe politica ed amministrativa capace di implementare pochi e ambiziosi propositi</strong>, con un nuovo modo di fare ‘sistema’. Governi regionali capaci d’utilizzare  le tante risorse europee sino ad oggi spese goffamente, e un Governo nazionale che sappia aiutare questa nuova stagione dell’eccellenza e le aspirazioni delle aree interessate.</p>
<p>Al contrario, invece, <u>si continua a discutere solo e soltanto di tematiche estranee alla scadenza del 2017</u> e si persevera nell’errore di polemizzare su cose che ci sospingono indietro nel tempo. Forse non si ha il coraggio di <strong>vedere il Ponte calato in un’altra realtà</strong>, e si preferisce mantenerla identica ad oggi. Sarebbe, però, un gravissimo errore che ci allontanerebbe anni luce da processi di sviluppo che debbono, invece, accompagnare la costruzione dell’opera. </p>
<p>Non è difficile fare, fino in fondo, la nostra parte e prepararci alla scadenza del 2017. Bisogna, però, agire subito per avere il tempo di elaborare <strong>piani d’insieme per il prossimo quinquennio</strong>. Non servono nuovi o enormi investimenti come alcuni potrebbero credere, ma soltanto ripensare la strategia della mano pubblica con le giuste idee. Programmi semplici ma ambiziosi, che siano di dominio pubblico, con obiettivi intermedi e finali da valutare, scadenze da rispettare, centri di responsabilità da osservare. Coniugando idee, piani, rigore scientifico e sforzo realizzativo. </p>
<p>Se non si è in grado di raccogliere questa sfida, programmando il tempo che ci separa dal 2017, dando il meglio di noi stessi all’interno delle nostre aree di competenza, se non si è in grado di ragionare e formulare sin da subito percorsi veramente virtuosi da tradurre in realtà esaltanti, <strong>allora gli amministratori farebbero bene a fare un passo indietro, anzi forse due.</strong></p>
<p>Bruno SERGI*<br />
Giovanni ALVARO**</p>
<p>* Università di Messina<br />
** Direzione nazionale Nuovo PSI</p>
<p>Reggio Calabria 19.3.2010</p>

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		<title>NON UN PASTICCIO MA UN TENTATO ‘FURTO ELETTORALE’</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 16:53:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ normale che subito dopo le notizie delle esclusioni delle liste del PdL e dei listini di Formigoni e Polverini, a Roma e in Lombardia, si sia parlato di caos delle liste, del pasticcio delle liste, del pasticciaccio elettorale, di dilettanti allo sbaraglio, di presunzione e faciloneria, crocifiggendo i vertici del partito delle due regioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		E’ normale che subito dopo le notizie delle esclusioni delle <strong>liste del PdL e dei listini di Formigoni e Polverini</strong>, a Roma e in Lombardia, si sia parlato di <u>caos delle liste, del pasticcio delle liste, del pasticciaccio elettorale, di dilettanti allo sbaraglio, di presunzione e faciloneria</u>, crocifiggendo i vertici del partito delle due regioni e poi ‘massacrando’ i presunti responsabili individuati nei presentatori della documentazione agli Uffici Circoscrizionali. </p>
<p>		Via via però che passava il tempo e via via che dalla nebbia emergevano i veri contorni della vicenda si è delineata quella che <strong><u>appare una  vera e propria manovra politica </u></strong>che sembra avere nei radicali i killer delle operazioni e negli antiberlusconiani gli ideatori. Sembrava assurdo, infatti, che solo il <strong>PdL </strong>fosse incappato nelle maglie inflessibili di una burocrazia che non ammette deroghe, o che <u>solo il PdL fosse così poco accorto nel realizzare la documentazione necessaria alla presentazione delle liste elettorali</u>. <strong>Due assurdità incredibili ed praticamente impossibili. </strong></p>
<p>		<u>Gli errori formali</u>, infatti, possono esserci ma (come per i sondaggi) <u>sono equamente distribuiti</u>. Dimenticanza di qualche firma, uso di bollo lineare e non tondo, mancanza della citazione dell’art. 14 legge 53/90, assenza della data di raccolta delle firme, assenza della qualifica dell’autenticatore, trascrizione del firmatario in stampatello o in corsivo, assenza di alcuni certificati d’iscrizione alle liste elettorali, e così via. <u>Sono errori formali presenti chiaramente in tutte le documentazioni, anche quelle curate da superpignoli</u>. E sono errori che, il più delle volte, vengono trascurati dagli uffici stante la loro non influenza nel determinare la volontà dell’elettore.</p>
<p>		Anche per la presentazione i delegati a farla, la fanno anche dopo lo scoccare dell’ora x. Vige infatti la regola che siano ammessi tutti coloro che, nel preciso istante della scadenza, si trovano nei locali predisposti all’accettazione e che debbono attendere il loro turno. Ciò perché essendo normale presentarsi all’ultimo momento e dovendo perdere almeno 20/30 minuti, a lista, per la consegna e la ricezione del relativo verbale, le operazioni conseguenti arrivano anche a superare di due ore la scadenza prevista delle ore 12. <u>Tra coloro che attendono il loro turno, tra l’altro, si crea un clima di reciproca solidarietà e tolleranza </u><strong>perché questo passaggio (il deposito delle liste) non è stato mai considerato parte fondamentale dello scontro tra i partiti, nè occasione per ‘sgambetti’.<br />
</strong><br />
		Stavolta non è stato così. <strong>Alfredo Milioni e Giorgio Polesi</strong>, protagonisti di decine di presentazioni, quindi <strong>persone esperte</strong>, sono stati oggetto di un vergognoso ‘sgambetto’. In barba ad ogni civile rapporto tra ‘colleghi’, <u>si è approfittato</u>, infatti, da quel che hanno raccontato i due presentatori di Roma e che regolarmente è stato inserito nel ricorso,  <u>di un momento di distrazione per il cambio a ‘tenere la fila’, per trovarsi bloccati e impediti a rientrare nei confini delimitati da una ipotetica linea gialla, dai signori radicali</u> (aiutati dal Presidente dell’Ufficio e dalla forza pubblica) malgrado oltre la linea ci fossero i plichi depositati. </p>
<p>		A <strong>Milano </strong>è andata ancora peggio e <strong>Formigoni </strong>lo ha denunciato energicamente. L’Ufficio Circoscrizionale ha accolto un <u>ricorso dei radicali </u>(<strong>che non ne avevano titolo</strong>), e ha consegnato loro <strong>la documentazione della lista del Presidente che è stata spulciata, studiata e non si sa cos’altro, per ben 12 ore senza la presenza del rappresentante legale della lista stessa </strong>(altra anomalia). Tanta solerzia non si è usata per le altre liste sulle quali ha chiesto poi di verificare il <strong>Governatore </strong>uscente che, alla presenza dei rappresentanti delle rispettive liste, ha riscontrato in esse diversi e svariati errori.  </p>
<p>		<strong>E’ assurdo che ancora oggi i media continuano a parlare di pasticcio delle liste</strong>, e che lo facciano anche i giornali amici dei moderati, <strong>mentre c’è da parlare di tentato furto elettorale</strong>, perché si è tentato di ottenere, con l’eliminazione dell’avversario, una vittoria altrimenti impossibile. Il risultato del ‘furto’ sarebbe stato quello di eleggere governi regionali con la partecipazione di poco meno del 40% degli elettori in Lombardia, e meno del 50% nel Lazio. </p>
<p>		<strong>Di Pietro </strong><u>aveva dichiarato di volere la vittoria sul campo e non a tavolino, ma guarda caso ha cambiato idea quando l’avversario è di nuovo spuntato all’orizzonte</u>. Forse mentiva per dimostrare la sua disponibilità e ottenere qualche insperato sostegno. Di certo è così impaurito del confronto democratico che è totalmente andato su di giri con la <strong>richiesta di impeachment per Giorgio Napolitano </strong>reo d’aver aiutato a ripristinare la legalità democratica facendo partecipare al voto <strong>milioni di elettori che con il tentato ‘furto’ erano stati esclusi.</strong></p>
<p>						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 6.3.2010   </p>

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		<title>BIPOLARISMO? E’ MEGLIO E PIU’ FACILE VINCERE DA SOLI</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 23:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		Quanto si è verificato a <strong>Roma </strong>e in <strong>Lombardia</strong>, con le esclusioni, almeno finora, delle liste del <strong>PdL </strong>e del <strong>listino di Formigoni</strong>, è qualcosa di veramente sconcertante come sconcertanti sono le dichiarazioni seguite che azzerano, in un sol colpo, tutte le filosofie sul bipolarismo. E’ chiaro infatti che senza uno dei contendenti la partita è inesistente e il bipolarismo è praticamente scomparso. </p>
<p>		<u>La cosa certamente esalta chi non assaporava la vittoria da molto tempo, ed era destinato a non assaporarla neanche adesso</u>, e crede che ottenerla, con qualunque mezzo, sia un dono del cielo che non si può rifiutare. Tra essi ci sono i <strong>radicali </strong>che sono stati i protagonisti delle due vicende, a <strong>Roma </strong>vietando con la violenza l’accesso agli uffici circoscrizionali, e in <strong>Lombardia </strong>con un ricorso ben orientato di <strong>Marco Cappato</strong>. Ma ci sono anche i signori del <strong>PD </strong>con in testa <strong>Bersani </strong>che ripete <u>in modo monocorde ed ossessivo che le regole sono regole e vanno rispettate</u>. </p>
<p>		Che in <strong>Lombardia </strong>ci sia solo un 40% che li sostiene è irrilevante, che nel <strong>Lazio </strong>il malgoverno e le <strong>vicende Marrazzo </strong>non vengano sottoposte al giudizio degli elettori e che questo giudizio non possa influire sulla ricerca di una nuova classe dirigente, è pure là di secondaria importanza. <u>Ma chi se ne importa che è solo una minoranza a determinare le scelte politiche nelle contrade lombarde? </u>E chi se ne frega, dicono sinistri e radicali, che a Roma non vi sia partita sulle vicende passate e sui programmi futuri, e si porta alla Presidenza della regione <strong>una mangiapreti come Emma Bonino</strong>?</p>
<p>		L’importante è vincere e, parafrasando <strong>Borrelli</strong>, vincere, vincere, vincere.  Conquistare posti di potere ed occuparli con qualunque mezzo e con qualunque colpo di fortuna sembra l’<strong>imperativo categorico che anima l’incolore e monocorde Pierluigi Bersani</strong>. <u>Il lungo digiuno di potere patito, soprattutto in Lombardia,  dal partito da lui diretto</u>, ha fatto letteralmente perdere la testa ai soloni della sinistra, e ad una miriade di partiti, partitelli e movimenti, i cui dirigenti sperano, come <strong>Bobo Craxi</strong>, che la vicenda regali loro qualche briciola come una elezione che prima era soltanto un improbabile sogno. </p>
<p>		I problemi della democrazia, e il vulnus ad essa inferto, (dimostrando quanto sia ‘alta’ la capacità di guardare oltre il contingente) passano in secondo ordine. Adesso è il momento d’incassare (se è possibile incassare), e tutti sono in fila chiedendo rispetto delle regole. In questo coro di possibili ‘<em>miracolati</em>’ c’è solo una voce diversa. <strong>Sembra assurdo, incredibile, sconvolgente ma è così soprattutto per Bersani e company </strong>che stavolta sono stati scavalcati a destra, o meglio, che stavolta hanno subìto una lezione politica inimmaginabile. C’è un signore, infatti, che vuole vincere sul campo, che rifiuta la vittoria a tavolino, tanto inseguita e pretesa dai suoi alleati,  che chiede una soluzione politica all’intera vicenda. Incredibile, ma vero, si tratta di <strong>Antonio Di Pietro</strong>.</p>
<p>		Non crediamo a improvvise conversioni democratiche sulla <strong>via di Damasco </strong>del trattorista di Montenero di Bisaccia. Se <strong>Di Pietro</strong>, infatti, sceglie la politica, e vuol trovare una soluzione al problema, vuol dire che <strong>non vuole </strong>che i suoi alleati vincano in alcune regioni. Li preferisce all’opposizione dove egli è un gran maestro e sa dirigere il ballo, o forse li conosce meglio di altri e li vuol tenere <u>lontani dal potere visto come l’hanno gestito <strong>Antonio Bassolino e Agazio Loiero</strong></u>.</p>
<p>		Ma la ‘<strong>conversione</strong>’ di Di Pietro, qualunque sia la motivazione, è una lezione a chi ciancia di democrazia, di Costituzione e si schiera contro la maggioranza di intere popolazioni. </p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 4.3.2010</p>

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		<title>SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 23:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘bianco che più bianco non si può’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘<strong>bianco che più bianco non si può</strong>’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, <strong>nascondono propositi forcaioli</strong>. </p>
<p>		Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia <u>la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare</u>. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del <strong>Palazzo d’inverno</strong>, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’<strong>introduzione di forti e illimitati poteri ai PM</strong>. </p>
<p>		Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘<strong>golpista</strong>’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da  possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si <u>promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘<strong>via italiana al potere</strong>’; </u>con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via. </p>
<p>		<strong>Ed è ciò che avvenne</strong>. Anche oggi con la vicenda ‘<strong>liste pulite</strong>’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte <u>spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM</u>; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che <strong>sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia </strong>dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.</p>
<p>		<strong>Giustificare il cedimento </strong>con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, <strong>è solo un gravissimo errore</strong>. <u>E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste </u>(cosa normale e giusta e che già era prassi costante) <u>sarà sufficiente</u>, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e <u>indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia</u>, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, <strong>saranno di sicuro possibili malfattori</strong>.</p>
<p>		E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘<strong>scarnificare</strong>’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici <strong>Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani </strong>e quant’altri <strong>è gesto semplicemente gratuito</strong>. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma <u>togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai <strong>De Magistris di turno </strong></u>la composizione delle liste, ben sapendo che <u>i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero</u> ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, <strong>dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.	</strong></p>
<p>		<strong>E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? </strong> <u>Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri</u>.  </p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 25.2.2010</p>

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		<title>PONTE: BASTA CON L’IPOCRISIA SPECULANDO SU TUTTO</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 12:12:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ un ritornello che non cambia mai, ed è un ritornello che non produce alcun effetto anche se viene cantato da un trio d’eccezione (si fa per dire) qual è quello che si è appalesato dopo la frana che ha investito il paesino di Maierato nel Vibonese in Calabria. Un Presidente nazionale dei Verdi, un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> 		E’ un ritornello che non cambia mai, ed è un ritornello che non produce alcun effetto anche se viene cantato da un trio d’eccezione (si fa per dire) qual è quello che si è appalesato dopo la frana che ha investito il <strong>paesino di Maierato nel Vibonese in Calabria</strong>. <u>Un Presidente nazionale dei Verdi, un Segretario regionale dei Comunisti Italiani, e un autocandidato a Governatore della Calabria successivamente targato IDV</u>, hanno cantato una strofa a testa che, con piccole varianti, sostanzialmente era questa: “<em>Fermiamo il Ponte sullo Stretto ed usiamo quei fondi per finanziare un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio</em>”.</p>
<p>		<strong>I tre signor No</strong> si atteggiano a novelli ‘<em>salvatori della patria</em>’  con una buona dose di ipocrisia finalizzata, (nelle loro misere speranze), a ‘rubacchiare’ qualche voto nella ormai imminente consultazione regionale. E ciò incuranti del ridicolo a cui si espongono ma di cui non si preoccupano. <u>‘Rubacchiare’ voti, anche se tra di loro e con i loro alleati, è l’ultima frontiera del loro impegno politico</u>. Ma l’atteggiamento strumentale, con i forti lai per la gravità della situazione idrogeologica del territorio, è <strong>chiaramente intriso di malafede</strong>.</p>
<p>		I tre sanno, <u>e se non lo sanno si dedichino ad altre attività</u>, che i fondi del Ponte sono quelli deliberati dal <strong>Cipe </strong>(<strong>1,3 miliardi di euro</strong>), e quelli frutto dell’aumento di capitale da parte della <strong>Società ‘Stretto di Messina</strong>’ (che ai <strong>300 milioni iniziali </strong>ne ha aggiunti <strong>altri 900 </strong>qualche settimana fa). La parte di intervento pubblico, quindi, ammonta a 2,5 miliardi ed è pari al 40% del costo dell’opera. <u>Il restante 60% sarà reperito sul mercato internazionale col <strong>sistema del project financing</strong></u>.</p>
<p>		Di detti fondi, gli utilizzabili per altro sono solo quelli stanziati dal Cipe, così come fece, a suo tempo, il <strong>Governo Prodi </strong>sensibile, per mantenere unita l’armata Brancaleone, alle <u>sollecitazioni verdi, rosse e arcobaleno</u> di cui si era fatto interprete l’allora <u>Ministro delle Infrastrutture, <strong>Alessandro Bianchi</strong></u>. Di quello storno, che bloccò l’iter esecutivo dell’appalto del Ponte, facendo perdere ben due anni, non si è vista alcuna traccia, tanto che nessuno saprebbe dire <strong>a cosa son serviti quei fondi, se veramente son serviti. </strong></p>
<p>		<strong>Basta, quindi, con l’ipocrisia</strong>. Spostare  1 miliardo e 300 milioni non serve a nulla. Il piano che viene pomposamente richiesto per <u>mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale costerà decine e decine di miliardi di euro</u> e, quindi, non è possibile affrontarlo in tempi ravvicinati. Così come non lo ha potuto affrontare il Governo della cosiddetta sinistra che alternativamente, in questi 15 anni, è stato alla guida (?) del Paese, mentre qualcuno del trio <strong>è stato ed è ancora Assessore regionale</strong> della martoriata terra di <strong>Calabria </strong>distinguendosi per le campagne sul No e per i suggerimenti  a <strong>Loiero </strong>che già da solo era in condizione <strong>di mal governare </strong>e di non comprendere la valenza strategica del <strong>Ponte sullo Stretto per il Sud e per l’intero Paese</strong>.</p>
<p>		Il <strong>Ponte </strong>sarà, infatti, l’occasione che il <strong>Mezzogiorno </strong>dovrà saper utilizzare pienamente, perché <u>non si tratta di costruire solo la struttura che permetterà l’attraversamento stabile dello Stretto ma di agganciarla ad un tracciato ferroviario che sopporti l’Alta Velocità (oggi ferma a Salerno)</u>, che si colleghi ad una autostrada che sia finalmente praticabile, e che sia supportata da una rete di porti che, attorno a <strong>Gioia Tauro</strong>, soddisfino la domanda di trasporto dal <strong>corridoio 1 </strong>verso il Medio ed Estremo Oriente e viceversa.  Solo i ciechi e chi è in malafede non capisce che tutto ciò comporterà massicci interventi anche di salvaguardia e di difesa del territorio. </p>
<p>		Speculare sulle disgrazie delle nostre popolazioni è quanto di più aberrante possa essere fatto. <strong>Ma tant’è, questa è la classe dirigente che ha distrutto il Mezzogiorno e che è necessario spazzare via definitivamente.</strong></p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 18.2.2010</p>

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		<title>IL DI PIETRO ROBESPIERRE  SULLA VIA DEL TRAMONTO?</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 23:43:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chi l’avrebbe mai pensato che anche l’ex poliziotto molisano potesse usare toni più pacati e meno giustizialisti nelle sue esternazioni? Eravamo così abituati all’assenza della politica nei ragionamenti dipietreschi, al posizionamento su off dell’interruttore del cervello, e all’uso smodato della pancia, che siamo rimasti basiti per la correzione che il trattorista di Montenero di Bisaccia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Chi l’avrebbe mai pensato che anche l’<strong>ex poliziotto molisano </strong>potesse usare toni più pacati e meno giustizialisti nelle sue esternazioni? Eravamo così abituati all’assenza della politica nei ragionamenti dipietreschi, al posizionamento su off dell’interruttore del cervello, e all’uso smodato della pancia, che siamo rimasti basiti per la correzione che il <strong>trattorista di Montenero di Bisaccia </strong>ha dedicato alle affermazioni stupefacenti che il nuovo idolo dei manettari, <strong>Gioacchino Genchi</strong>, ha fatto al Congresso dell’<strong>IDV</strong>.</p>
<p>		Superata però la fase dello stupore, e perché abituati a tentare di leggere e interpretare ciò che si muove dietro le quinte, ci si è sforzati di capire  i motivi di questa incredibile giravolta e ciò che bolle nella pentola  dell’<strong>Italia dei Veleni</strong>. La ‘correzione’, comunque, se è servita a disinnescare il caso che stava montando all’esterno del Partito, <u>non è servita  per nulla a far rientrare le differenze all’interno dell’IDV</u>. Infatti la ‘correzione-reprimenda’ al Genchi non ha liquidato la fronda interna, se è vero come è vero, che gli stessi concetti sono stati ripetuti, il giorno dopo, a Porta a Porta, dall’altro idolo dei pancisti, <strong>Luigi De Magistris</strong>.</p>
<p>		Nel caso della giravolta di <strong>Di Pietro </strong>si può pensare ad un <u>esaurimento della ‘spinta propulsiva’ dipietresca, come avrebbe detto Berlinguer</u>, che ha fatto venir meno il sostegno di quei poteri forti che hanno allevato, sostenuto ed appoggiato il leader dell’<strong>IDV</strong>. Non è <strong>il Giornale di Feltri</strong>, infatti, che stavolta dirige l’orchestra, ma il <strong>Corrierone </strong>che ‘sbatte il mostro in prima pagina’ con <u>foto conviviale dove l’unico a non essere dei servizi è, ufficialmente, <strong>solo Di Pietro</strong></u>. </p>
<p>		La cosa sorprende innanzitutto l’interessato che non sa darsi una spiegazione e, nel dubbio su chi e perché, preferisce un ombrello protettivo quale può essere l’esperienza del <strong>PD</strong>. Alleanza elettorale, quindi, col <strong>partito di Bersani</strong>, dopo mesi e mesi di scontri sanguinosi, e sullo stesso altare il Tonino nazionale è costretto a toni concilianti ed a <u>bere, addirittura, la cicuta rappresentata del candidato a Governatore della Campania, Vincenzo De Luca</u>, che fino a qualche giorno prima veniva attaccato come <strong>plurinquisito </strong>e non degno del sostegno dell’<strong>IDV</strong>.  </p>
<p>		Reprimenda e fronda sembrano svilupparsi per evitare la caduta del vecchio leader  e ottenere l’ascesa dei nuovi protagonisti interpreti delle spinte più giacobine ed oltranziste esistenti nel paese e che di volta in volta si sono proiettati sul palcoscenico del Paese come <strong>girotondi, V-day, No-B day</strong>,  e che hanno individuato nell’IDV il movimento più adeguato alle aspettative forcaiole.  Non si tratta quindi di scelte tattiche riconducibili solo alle elezioni prossime, ma di scelte obbligate per la sopravvivenza da una parte, e dettate dalla necessità di chiudere l’esperienza dell’attuale leadership, dall’altra. La fronda odierna, che cresce giornalmente nel Partito, è una fronda pericolosissima, e può portare alla stessa decapitazione del <strong>nostrano Robespierre</strong>. </p>
<p>		La differenza rispetto al passato sta nel fatto che le fronde di ieri si sviluppavano partendo da <u>‘insoddisfazioni’ personali, magari riferite ai rimborsi elettorali, e le rotture con relative espulsioni dal partito non avevano nulla di politico</u>: i frondisti venivano facilmente additati come gli ‘<strong>attentatori’ della linea giustizialista del leader </strong>ed eliminati, come zavorra inutile. Le fronde odierne si sono espresse solo dopo aver conquistato i cuori dei ‘pancisti’ ai quali si sono presentati come reali interpreti delle pulsioni giustizialiste che animano il corpo del Partito, e vengono individuati dalla base come reale alternativa politico organizzativa che, a differenza dell’<strong>ultimo Di Pietro</strong>, mantengono alta la bandiera dell’odio con un linguaggio appropriato e abbastanza forbito.  </p>
<p>		Se le cose stanno così sembra veramente un percorso programmato (<strong>servizi?), </strong>per poter  passare ad un’altra fase.  <strong>A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.<br />
</strong><br />
							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 10.2.2010</p>

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		<title>MILLS, LE BOMBE AD OROLOGERIA FANNO SOLO RUMORE</title>
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		<pubDate>Wed, 20 May 2009 23:43:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Da quindici anni ormai funziona così. Le bombe usate per la lotta politica esplodono sempre in tempi preordinati, o dopo un flop magari trasformatosi in un vero e proprio boomerang, o alla vigilia di delicati appuntamenti elettorali, o addirittura in ambedue i casi. Nella fattispecie il flop dopo Noemi, e le prossime elezioni europee. Sempre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Da quindici anni ormai funziona così. Le bombe usate per la lotta politica esplodono sempre in tempi preordinati, o dopo un flop magari trasformatosi in un vero e proprio boomerang, o alla vigilia di delicati appuntamenti elettorali, o addirittura in ambedue i casi. Nella fattispecie il flop dopo <strong>Noemi</strong>, e le prossime elezioni europee.</p>
<p>		Sempre più incuranti del ridicolo e ben sapendo ch’esso non avrà concretamente alcun effetto pratico, lo schema viene riproposto e viene utilizzato. E, a conti fatti, non potrebbe essere altrimenti. L’assenza infatti di capacità aggregative, la mancanza di respiro politico, la caduta dell’appeal anche nel proprio elettorato, <u>la ‘concorrenza irriconoscente’ del ‘trattorista’ molisano</u>, la lotta interna per ‘gestire’ quel che resta del fu grande partito della sinistra parlamentare spinge, giocoforza, a riproporre schemi già sperimentati nella illusoria speranza che, prima o poi, possano produrre gli effetti desiderati. </p>
<p>		Se non altro si riempiono così le loro misere cronache politiche, affidandole al gossip e ai triti e ritriti bollettini giudiziari, e si ha così l’illusione che possa essere ‘la volta buona’ per distruggere il nemico temporale quello che oggi la sinistra considera l’ostacolo alla ‘presa del potere’, e che viene individuato in <strong>Silvio Berlusconi</strong>. Ma anche su questo versante, pur sapendo che la storia si ripete solo in forma di farsa, i nemici della sinistra sono stati, di volta in volta, individuati in <strong>De Gasperi, Moro, Fanfani, Andreotti</strong> e <strong>Bettino Craxi</strong>, che poi vengono sistematicamente ‘riabilitati’ dopo la loro morte. Detto questo, però, la <strong>sentenza di Milano </strong>non può restare terreno di scorribande giustizialiste che puntano ad un uso distorto della stessa, ma deve necessariamente essere studiata per farne emergere le incongruenze che hanno spinto molti commentatori a parlare di sentenza scandalosa.</p>
<p>		Il primo problema che emerge, in tutta la costruzione delle motivazioni, è rappresentato da fatto che <u>non è stata provata la ‘dazione’ (brutto linguaggio dipietresco) dei 600 mila dollari all’avvocato Mills</u>, e che, quindi, è assurda la condanna senza il ‘corpo del reato’, cioè senza la prova del misfatto che viene ricondotto al ‘convincimento’ dei giudici. Ma col convincimento si possono avviare indagini e forse decidere rinvii a giudizio, ma non si possono emettere sentenze di colpevolezza che necessitano sempre di prove certe e inoppugnabili. </p>
<p>		Come secondo problema bisogna fare un passo indietro <u>ricordando che l’accusa a Mills è di ‘aver detto il falso’ (per proteggere Berlusconi) in due procedimenti giudiziari (Guardia di Finanza <strong>20.11.1997 </strong>e All Iberian <strong>12.12.98 </strong>)</u>, e aggiundendo che, per evitare la prescrizione <strong>il Pm De Pasquale</strong> <u>riuscì a spostare la data del ‘reato’ al 28.2.2000</u>, allungando il periodo di prescrizione di 1 anno e due mesi che, attualmente ha tenuto in piedi il procedimento, ma che sarà letteralmente insufficiente nel prosieguo del procedimento. </p>
<p>		Ma allora, perché la sentenza contro Mills se è costruita su presupposti facilmente ribaltabili dai successivi gradi di giudizio? Perché questa voglia di arrivare ad una sentenza temporale destinata a sciogliersi come neve al sole? La verità, riallaciandosi a quanto detto all’inizio, è che si punta di più sull’effetto politico dell’annuncio di una condanna che sulla reale condanna degli eventuali rei. E sull’uso politico di una sentenza, anche se evanescente, l’armata Brancaleone ha una grande e collaudata esperienza. </p>
<p>		Ma, per l’ennesima volta, va ricordato che non si costruisce un pensiero politico sui gossip e sulle sentenze di primo grado emesse tra l’altro da un giudice, la Gandus, ricusata da uno dei ‘rei’ per le simpatie a sinistra e le dichiarazioni contro il premier. Questo percorso avvantaggia, semmai, solo gli interpreti del sentimento da tricoteuses. Franceschini e &amp; continuano a far scorrere l’acqua nel mulino di Di Pietro, mentre le bombe ad orologeria fanno solo rumore. </p>
<p>							Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria, 20.5.2009</p>

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		<title>LA CORTA MEMORIA DI FRANCESCHINI SUI CLANDESTINI</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 22:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Deriva razzista”. “Scontro Italia-Onu”. “Tensione in aumento tra Onu e Governo italiano”. Sono tra i titoli più usati per ‘descrivere’ lo stato della vicenda sul respingimento (brutto termine) dei clandestini che intendono entrare nel nostro Paese. Il tutto è accompagnato, con le dichiarazioni sempre più apocalittiche di Franceschini e Livia Turco, ma anche con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>	            “Deriva razzista”. “Scontro Italia-Onu”. “Tensione in aumento tra Onu e Governo italiano”. Sono tra i titoli più usati per ‘descrivere’ lo stato della vicenda sul respingimento (brutto termine) dei clandestini che intendono entrare nel nostro Paese. Il tutto è accompagnato, con le dichiarazioni sempre più apocalittiche di <strong>Franceschini </strong>e <strong>Livia Turco</strong>, ma anche con le prese di posizione di esponenti della <strong>Chiesa cattolica</strong>, come <strong>monsignor Marchetto</strong>; con quelle ‘personali’ del Commissario per i diritti umani del <strong>Consiglio d’Europa, Hammarberg</strong>; con la discesa in campo dell’Alto Commissariato per i rifugiati politici delle Nazioni Unite; e, addirittura, con l’appello del <strong>Segretario Generale dell’ONU, Ban-Ki-Moon.</strong><br />
		Sembra un ‘dejà vu’, non tanto per la vicenda in se, quanto per gli apporti che alle vicende italiane vengono collezionati sul piano internazionale. Si ha l’impressione di una regia che ‘recluta’, i ‘pronunciamenti’ col fine di ‘isolare’ il <strong>Governo Berlusconi </strong>e metterlo in difficoltà. E’ prassi normale per la sinistra, specialista in queste operazioni, che spesso usa giornalisti amici, di testate straniere, per farsi aiutare. Ma non era mai successo che scendesse in campo il <strong>Segretario Generale della Nazioni Unite </strong>a perorare la soluzione di un problema che ha solo un risvolto di vergognosa polemica interna all’Italia.</p>
<p>		Il primo Governo italiano che ha deciso il respingimento dei clandestini è stato il <strong>Governo Prodi </strong>che bloccò, nel 1997, nel <strong>Canale d’Otranto</strong>, l’afflusso degli albanesi, purtroppo, con un risvolto drammatico. Lo speronamento di una imbarcazione albanese si concluse con un centinaio di morti. E il tutto avvenne, allora, senza alcun rispetto per il tanto invocato, oggi, diritto d’asilo. Ma questo <strong>Franceschini </strong>non lo ricorda. </p>
<p>		Dal 2005 al 2008 <strong>l’Unione Europea </strong>ha realizzato il respingimento di ben 150.000 migranti sia via mare che via terra e negli aeroporti. Nei mesi estivi del 2006 e poi nel 2007 (imperante <strong>Prodi</strong>) l’Italia assieme a Spagna, Malta, Francia, Belgio e Grecia, ma sotto l’egida dell’UE, ha bloccato, respinto e rimpatriato con la forza decine di migliaia di clandestini. Ma anche questo il nostro eroe <strong>Franceschini  </strong>fa finta di non ricordarlo. La sua memoria è sempre più corta.</p>
<p>		La novità odierna sta nel fatto che si è, finalmente, realizzato un accordo con la <strong>Libia </strong>che prevede l’accompagnamento dei barconi nei propri porti. Questo accordo fu sollecitato dagli organismi dell’EU perché la maggior parte dei disperati parte proprio dalle coste libiche, e <strong>Piero Fassino </strong>e <strong>Francesco Rutelli</strong>, lo hanno ricordano lealmente. Non altrettanto ha fatto <strong>lo smemorato Franceschini </strong>che pensa di frenare così lo sbriciolamento del suo partito ridotto ormai a fantasma. Per dimostrare, comunque, la falsità delle sue posizioni e l’imbroglio dei sostegni internazionali basta qualche considerazione. </p>
<p>		E’ giusta la preoccupazione degli organismi europei e dell’<strong>ONU</strong>, al netto dell’atteggiamento antiberlusconiano, di individuare tra i clandestini (soccorsi, non lo si dimentichi, in acque internazionali) quelli che sono in fuga da regimi autoritari e spietati. <u>Ma perché questa individuazione non la si può fare in Libia? E perché dopo l’individuazione deve farsi carico di questo problema solo l’Italia?</u> E gli altri paesi dell’EU che fanno, stanno solo a guardare e a fare le pulci al nostro Paese? Su questo l’Italia non ci può più stare.</p>
<p>		Raccogliere migranti in difficoltà in mare è un dovere umanitario indipendentemente dal successivo sbocco. Raccoglierli nelle acque territoriali di un Paese diventano un problema di quel paese. Ma raccoglierli in acque internazionali è un problema di tutta la comunità internazionale. <strong>Gli episodi che hanno fatto smuovere il Segretario Generale dell’ONU sono avvenuti in acque internazionali. Ecco perché le sue parole sono soltanto parole in libertà e sostanzialmente fuori luogo. </strong><br />
								Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria, 13.5.2009		</p>

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		<title>IL DITO TRA MOGLIE E MARITO, SE SI RISCHIA IL BASTONE TRA LE RUOTE</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2009 20:58:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un vecchio detto recita che non bisogna mai mettere il dito nelle vicende che si aprono tra due coniugi. Ed è un adagio, tutto sommato, positivo. Il tirarsi fuori dallo scontro (il non mettere dito) evita lo schierarsi che, il più delle volte, aggrava la tensione tra i due ‘contendenti’ e non aiuta la riconciliazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Un vecchio detto recita che non bisogna mai mettere il dito nelle vicende che si aprono tra due coniugi. Ed è un adagio, tutto sommato, positivo. Il tirarsi fuori dallo scontro (il non mettere dito) evita lo schierarsi che, il più delle volte, aggrava la tensione tra i due ‘contendenti’ e non aiuta la riconciliazione.  Esso va rispettato fin quando lo ‘scontro’ ha conseguenze solo personali. Ma non può essere così se dallo scontro ci sono ricadute che coinvolgono altri interessi.</p>
<p>		Oggi, senza alcun dubbio, ci si trova in questa seconda ipotesi. Basta vedere con quanta ‘voracità’ ci si è buttati sul boccone, veramente inaspettato, che la sinistra di questo Paese si è trovato di fronte. L’interessarsi del problema, quindi, nasce dal fatto che il <strong>Presidente del Consiglio </strong>che, viaggia con un consenso incredibile, rischia di vedere interrotta la propria lunga luna di miele con il popolo italiano con tutto quel che ne consegue in riferimento alle scelte riformiste, al rinnovamento dell’Italia, al rafforzamento dell’appeal internazionale del Premier.</p>
<p>		Stando così le cose, nessuna giustificazione è accettabile, dall’attacco di gelosia, alla difesa dei figli, alla sindrome di moglie trascurata. Bisogna, invece, ricordarsi la sopportazione e la lungimiranza, di altre mogli che hanno totalmente ignorato quanto è avvenuto sotto un tavolo della <strong>Sala Ovale </strong>della <strong>Casa Bianca</strong>, o le scelte di altre che, troncando ogni rapporto, hanno lasciato l’<strong>Eliseo</strong>. Ma neanche può pensarsi ad uno scivolone imprevisto e non preventivato perché non è la prima volta che il <strong>Presidente </strong>vien messo alle corde dalla propria consorte, a cui vengono assicurate le prime pagine dei giornali, non certamente perché si chiama Veronica Lario, ma perché essendo la moglie di <strong>Silvio Berlusconi </strong>può venire usata, con sapiente stimolo del suo amor proprio,  come grimaldello per rompere il fortilizio del forte consenso accumulato.</p>
<p>		Le uscite della signora <strong>Veronica</strong>, tra l’altro, sono inversamente proporzionali ai picchi sempre più alti di questo consenso. Sono lontani i tempi del pacifico ed amorevole “<em>credo di essere stata una moglie perfetta per Silvio, per l’uomo che è. Ha potuto concentrarsi su se stesso e il suo lavoro, avendo una moglie che non gli ha fatto pesare </em>–racconta nel libro Tendenza Veronica- <em>la sua assenza all’interno della famiglia, non ha creato rivalità e non gli ha mai fatto la guerra</em>”. Ma poi si sono fatte sempre più stringenti le scudisciate. Dalla prima, giustificata dal “morso della gelosia”; all’articolo pubblicato su <strong>Micromega </strong>(nemico giurato di Berlusconi) pro pacifisti;  fino alle dichiarazioni pro referendum sulla fecondazione assistita.</p>
<p>		Ma il clou delle dichiarazioni-scudisciate avviene con l’articolo su <strong>Repubblica </strong>(altro storico giornale nemico) col quale la signora <strong>Veronica </strong>chiede, al marito,  pubbliche scuse per una delle tante innocenti estemporanee battute fatte dal <strong>Premier </strong>nei confronti di una bellezza femminile. <strong>Berlusconi </strong>lo fa e il caso rientra. Ma più tardi fa anche di più: suona una serenata alla moglie quando <strong>Veltroni</strong>, dopo una serie di complimenti (personalità di primo piano e grande autonomia intellettuale) la invita ad iscriversi al <strong>PD</strong>. La moglie è lusingata della serenata e anche <strong>Berlusconi </strong>apprezza molto il netto rifiuto di Veronica alla <strong>sirena Veltroni</strong>. </p>
<p>		Oggi la storia continua. Non sappiamo se forse ci ha preso gusto, e le piace occupare la scena, ma a che le serve mettere continuamente in difficoltà il marito?  Perché invece di dire ciò che pensa, non pensa prima a ciò che deve dire? Non guasterebbe riflettere, e riflettere a lungo sulle conseguenze di quanto si dice. Questi scossoni non servono a <strong>Berlusconi </strong>ed al <strong>PdL</strong>, e non servono al Governo del Paese. E solo ‘ciarpame’ che non serve ai terremotati dell’<strong>Abruzzo</strong>, ai disoccupati del Paese, e alle popolazioni che vogliono continuare sulla strada del rinnovamento e delle riforme. </p>
<p>		Certo non si vuol mettere alcun dito tra moglie e marito, ma si vuole evitare che si possano mettere i bastoni sul percorso del Governo. </p>
<p>				Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 30.4.2009</p>

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		<title>CON GLI ‘ANNUNCI’  NON SI RIATTIVA IL PORTO DI SALINE</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Apr 2009 15:45:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un accorato appello, da parte della Società di acquacoltura “Orizon Group”, delle Cooperative di pesca “Stella Maris” e “ Nettuno”, e da parte dei pescatori dell’Area Grecanica, è stato di nuovo lanciato per risolvere il grave problema dell’insabbiamento del porto di Saline Joniche, in Calabria, che sta veramente mettendo in discussione un centinaio di posti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Un accorato appello, da parte della Società di acquacoltura “<strong>Orizon Group</strong>”, delle Cooperative di pesca “<strong>Stella Maris</strong>” e “<strong> Nettuno</strong>”, e da parte dei pescatori dell’Area Grecanica, è stato di nuovo lanciato per risolvere il grave problema dell’insabbiamento del porto di <strong>Saline Joniche,</strong> in Calabria, che sta veramente mettendo in discussione un centinaio di posti di lavoro che, al contrario, potrebbero essere suscettibili di espansione.</p>
<p>		<strong>La vicenda ha del grottesco</strong>. La Provincia dice d’aver fatto il proprio dovere scavando un varco momentaneo e permettendo l’uscita delle imbarcazioni e salvando, così, l’attività di molti operatori, ma adesso c’è necessità di un intervento più risolutivo per dare tranquillità a chi vive di pesca e permettere loro uno sviluppo delle proprie attività. Ma il problema sembra irrisolvibile. La Provincia non ha più soldi, e la <strong>Regione Calabria</strong> dorme sonni tranquilli impegnata, com’è, a tirare a campare, o ad elaborare la nuova legge elettorale.  </p>
<p>		E mentre i problemi languono, <strong>Loiero </strong>pensa di ‘<em>tacitare’ </em>le popolazioni interessate con ‘annunci’ di investimenti  per impianti di produzione fotovoltaica, dopo un discusso protocollo d’intesa con l’<strong>API Energia </strong>, e facendo finta di dimenticare che l’investimento è sulla carta e che il finanziamento è ancora da definire. Ad applaudirlo non ci sono stati né i pescatori, né gli operatori delle Società e delle Cooperative del settore ittico, ma solo tre indomiti protagonisti: l’attuale sindaco di Montebello, <strong>Loris Nisi</strong>, l’on. <strong>Peppe Bova </strong>(nuovo guru della sinistra calabrese) e l’on. <strong>Liliana Frascà</strong>, tutte e tre impegnati, come non mai, a contrastare la costruzione della <strong>Centrale a carbone</strong>. Essi possono permetterselo perché non vivono di pesca, e possono accontentarsi degli annunci, ma i pescatori e gli operatori ittici non lo possono fare, perché hanno bisogno del porto subito e non in tempi biblici. </p>
<p>		<strong>Ecco perché la vicenda ha del grottesco </strong>. Si rifiuta l’investimento CERTO di 1,2 miliardi di euro per costruire la Centrale, si rifiuta assieme a detto investimento la gestione del porto, certamente non in esclusiva, e la sua manutenzione da parte della <strong>Società svizzera Sei</strong>, si dice no alla messa in funzione di un pontile per il piccolo e medio cabotaggio, e no all’eventuale collegamento con le Eolie e la Sicilia. </p>
<p>		Si rifiuta tutto questo, ma si fanno gli annunci e si imbroglia la gente parlando di inquinamento. Anche quà facendo finta di dimenticare che ogni centrale è obbligata, secondo quanto dichiarato dal <strong>Ministro Prestigiacomo</strong>, a dotarsi di un impianto di cattura delle emissioni di CO2; e facendo finta di non conoscere il grado di inquinamento del <strong>silicio</strong>, che si usa per i pannelli fotovoltaici e che è <strong>responsabile della silicosi </strong>contratta da molti nostri concittadini quando erano costretti a lavorare nelle miniere del <strong>Belgio</strong>.</p>
<p>		Se si continua a rifiutare e a dire sempre <strong>NO</strong>, la Regione deve assumere direttamente la gestione del porto e la sua manutenzione, per non depauperare quel poco di occupazione esistente nel settore ittico. Almeno fino a quando questa classe dirigente non sgombrerà il campo.</p>
<p>			Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 27.4.2009</p>

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		<title>IL PONTE E’ UNA SCELTA STRATEGICA IRRINUNCIABILE</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2009 21:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo il terremoto dell’Abruzzo, giocando sul dramma di quelle popolazioni, non si perde occasione per gridare ai quattro venti che mancando i soldi per la ricostruzione è necessario rinviare di qualche anno alcune opere infrastrutturali di grande peso, e fra queste, si chiede a gran voce il rinvio dello stesso Ponte sullo Stretto di Messina. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Dopo il terremoto dell’<strong>Abruzzo</strong>, giocando sul dramma di quelle popolazioni, non si perde occasione per gridare ai quattro venti che mancando i soldi per la ricostruzione è necessario rinviare di qualche anno alcune opere infrastrutturali di grande peso, e fra queste, si chiede a gran voce il rinvio dello stesso <strong>Ponte sullo Stretto di Messina</strong>. Si approfitta della sciagura subìta dagli abruzzesi per tentare di bloccare un’opera strategica per lo sviluppo del <strong>Mezzogiorno</strong>. </p>
<p>		In questa operazione si distinguono i soliti ‘sinistri’ e il <strong>trattorista molisano </strong>che dovunque si trovi, in qualunque trasmissione venga invitato, ripete in modo ossessivo e sguaiato la stessa richiesta di sospensione dell’iter realizzativo del Ponte per dedicare ogni attenzione, operativa e finanziaria, alla ricostruzione del<strong>l’Aquila</strong> e dei paesi colpiti dal sisma. Solo un misto di vergogna e pudore lo blocca nel chiedere la sospensione del <strong>Mose</strong>, della <strong>Tav </strong>e dell’<strong>Expo di Milano</strong>. O forse pensa che scontrarsi col Nord del Paese non sia per nulla salutare, mentre sembrerebbe più facile poterlo fare con il Sud? La <strong>Moratti </strong>è stata chiara, ammonendo con “<em>il terremoto non fermi l’Expo.  Non credo che la risposta sia non fare progetti che dentro di loro hanno capacità di creare ricchezza e posti di lavoro”</em>. <strong>Vale per l’Expo, vale per il Ponte.</strong></p>
<p>		Bisogna, comunque, dire subito che gli interventi, massicci e urgenti, a favore dell’<strong>Abruzzo</strong> non sono per nulla in contrasto con la realizzazione di opere strategiche per l’intero Paese, anche perché non siamo, tra l’altro, un Paese così disastrato da essere messo in ginocchio per un terremoto ed essere sospinto a dover scegliere le priorità da affrontare. Se così fosse stato non saremmo la settima potenza industriale del mondo, e non avremmo potuto dire, alle nazioni amiche, che non avevamo bisogno di interventi finanziari come ha fatto il nostro premier  <strong>Silvio Berlusconi</strong>. </p>
<p>		La decisione di non sospendere l’iter del <strong>Ponte </strong>non va vista sol perché  il problema finanziario è un falso problema, strumentalmente agitato dalla <strong>Casta del NO</strong>, ma deve essere letta per quello che effettivamente è: il non voler rinunciare ad una scelta strategica che può determinare una grande inversione di tendenza per l’intero Mezzogiorno. Pensare, come molti fanno, che il Ponte tutt’al più serve le due aree limitrofe di <strong>Reggio</strong> e <strong>Messina </strong>, e sarebbe una grande attrattiva turistica, il che è anche vero, sarebbe un errore. Il Ponte  come rileva <strong>Zamberletti </strong>, Presidente del CdA Stretto di Messina Spa,  <em>&#8221;è particolarmente strategico per il Sud perché, con il completamento del programma di alta velocità, il Mezzogiorno sarà collegato con il sistema ferroviario europeo rappresentando così un importante fattore di sviluppo per tutte le regioni meridionali&#8221;. </em></p>
<p>		La vera novità del Ponte, rileva ancora <strong>Zamberletti</strong>, <em>&#8221;è che si tratta di un ponte ferroviario, e non solo stradale, che permetterà ai porti siciliani di diventare porti europei strategici con un grande vantaggio per quanto riguarda i costi di trasporto delle merci. Le merci in partenza dalla Germania e dirette verso l&#8217;Oriente, ad esempio, guadagnerebbero cinque-sei giorni di navigazione se dopo un transito in treno venissero imbarcati in Sicilia&#8221;</em>.</p>
<p>		Col Ponte, quindi, si darebbe l’avvio a grandi opere di infrastrutturazione a monte e a valle, e con esso avrebbe senso collegare <strong>Calabria </strong>e <strong>Sicilia </strong> all’<strong>Alta velocità</strong>  rendendo veloce il corridoio <strong>Berlino-Palermo</strong>, e togliendo le regioni periferiche del Paese dal perenne isolamento in cui si trovano. Chi sbraita contro il Ponte, con argomentazioni cervellotiche (l’ombra del ponte disturberebbe il passaggio dei delfini), o con la diffusione di paure per le infiltrazioni mafiose che uno Stato forte può e deve saper controllare, o con subdoli marchingegni che, strumentalizzando il sentimento di pietà degli italiani per i lutti in Abruzzo, <strong>è un nemico  vero, giurato e in malafede.</strong>  E’ chiaramente un nemico <strong>del Mezzogiorno</strong>. Fra questi nemici primeggia <strong>Antonio Di Pietro</strong>.</p>
<p>							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 18.4.2009</p>

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		<title>ANNOZERO, SANTORO E L’INDIGNAZIONE POPOLARE</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Apr 2009 22:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’indignazione popolare per l’ultima trasmissione di ‘Annozero’ ha raggiunto stavolta livelli impensabili, più di quello raggiunto con la trasmissione contro Israele, che costrinse Lucia Annunziata ad abbandonare gli studi televisivi, inseguita dagli impropèri del ‘padrone di casa’ Michele Santoro. Quella nata dalla trasmissione sui bambini di Gaza era, comunque, un’indignazione più per addetti ai lavori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		L’indignazione popolare per l’ultima trasmissione di ‘<strong>Annozero’ </strong>ha raggiunto stavolta livelli impensabili, più di quello raggiunto con la trasmissione contro <strong>Israele</strong>, che costrinse <strong>Lucia Annunziata </strong>ad abbandonare gli studi televisivi, inseguita dagli impropèri del ‘padrone di casa’ <strong>Michele Santoro</strong>. Quella nata dalla trasmissione sui bambini di <strong>Gaza </strong>era, comunque, un’indignazione più per addetti ai lavori e intellettuali fini, al contrario di quella odierna  che ha toccato ogni strato sociale ed è stata di dimensioni impensabili.</p>
<p>		Ha, certamente, giocato in questa diversità, la dimensione della tragedia vissuta dagli abruzzesi, l’orgoglio di far parte di un Paese che finalmente ha saputo affrontare l’emergenza senza pressapochismi, ma con velocità e capacità, la visibile vicinanza del Paese politico a quello reale, ma, perché no, ha giocato anche il clima di concordia nazionale inaugurato da una opposizione finalmente cosciente che il proprio ruolo non può essere solo e soltanto rappresentato dal muro contro muro. Per la prima volta, i politici, di ogni schieramento non hanno subìto contestazioni e non sono stati sommersi dai fischi che, normalmente, sono la valvola di sfogo degli incapaci e dei disperati senza alcuna prospettiva futura e che hanno come detonatore un Governo imbelle. Al contrario di quanto sta avvenendo in Abruzzo. </p>
<p>		Ma se così stanno le cose, e considerando che Santoro non è uno sprovveduto, viene spontanea una domanda. Perché il guru ha voluto tirare la corda e creare una situazione di forte frizione? Cosa nasconde questa manovra? E’ possibile che esso sia alla ricerca del martirio o, che sapendo che nella programmazione, del prossimo anno, Annozero non ci sarà, tenti di uscire a testa alta, oppure che sia gestore di grandi manovre, con diversi obiettivi, come quello di finire su <strong>Sky </strong>e di liquidarsi una spalla, ormai ingombrante, qual è quella di <strong>Marco Travaglio</strong>? Tutto, comunque, circoscritto all’ambito professionale.</p>
<p>		Credo che sul piano professionale c’è un pezzo di ogni ipotesi avanzata in questi giorni. Uscire dalla <strong>Rai </strong>con l’onore delle armi, vestire i panni del martire, approdare subito ad altri lidi. Ma non scarterei il risvolto politico che la vicenda, tutta la vicenda Santoro, riveste. Egli usa un linguaggio aggressivo, conduce una trasmissione mettendo il bavaglio alle voci contrarie o costringendole alla cautela, imperversa sapientemente con servizi piegati agli obiettivi da raggiungere, dà voce al megafono delle procure col travaglismo, e, dulcis in fundo, colora le proprie trasmissioni col secco prezzemolo vauriano. E c’è, pure, un furbetto che ha capito la musica e si è subito messo a disposizione come l’ex magistrato <strong>De Magistris</strong>.</p>
<p>		L’operazione di questi anni ha portato il Santoro a liberarsi dalla tutela della sinistra, a cui comunque doveva rendere conto, per costruirsi una corazza autonoma. Ha raccolto di tutto, dai girotondini,  ai grilli, agli estremisti, ai superstiti del sol dell’avvenire, a sindacalisti allo sbando, allo stesso <strong>Di Pietro</strong>. Il linguaggio violento e aggressivo gli è servito, e gli serve, per tenere coesa questa tribù così variegata ma detentrice di un comune denominatore: l’antiberlusconismo. Questa tribù occupa, certamente, una nicchia, se si vuole una nicchia di sopravvivenza, ma è una nicchia importante perché, pur essendo occupata da una minoranza, essa è molto rumorosa e si fa sentire.</p>
<p>		Santoro si serve di questa tribù, e la tribù si pasce di tutte le nefandezze che gli si propinano, perché vive in un mondo irreale, fatto di odio e di razzismo. L’odio contro gli avversari considerati nemici da abbattere, e il razzismo contro gli stessi che sono considerati, comunque, esseri inferiori rispetto a loro che sono superiori politicamente, culturalmente e moralmente.  <strong> Santoro</strong>, anche per questo è un pericolo per la convivenza democratica di questo Paese, e prima lascia la <strong>Rai </strong>e meglio è.</p>
<p>			Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 14.4.2009		</p>

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		<title>FOTOVOLTAICO, UN COLOSSALE… BLUFF DI LOIERO</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Apr 2009 18:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si, è così. Si può, tranquillamente, dire, dopo i recenti ‘annunci’ di investimenti fotovoltaici a Saline Joniche, che la montagna ha partorito… un colossale bluff. Senza alcun pudore Loiero, Governatore dell Calabria, ha presentato, con grande battage pubblicitario, la firma di un protocollo d’intesa con l’API Energia, facendolo passare per un accordo finalizzato SOLO agli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Si, è così. Si può, tranquillamente, dire, dopo i recenti ‘annunci’ di investimenti fotovoltaici a <strong>Saline Joniche</strong>, che la montagna ha partorito… un colossale bluff. Senza alcun pudore <strong>Loiero</strong>, Governatore dell Calabria, ha presentato, con grande battage pubblicitario, la firma di un protocollo d’intesa con l’<strong>API Energia</strong>, facendolo passare per un accordo finalizzato SOLO agli investimenti per Saline Joniche. Senza alcun pudore si sono, successivamente, sperticati nelle lodi, guarda caso, l’on. <strong>Bova</strong>, l’on. <strong>Liliana Frascà</strong> e il sindaco di Montebello Jonico <strong>Loris Nisi</strong>.</p>
<p>		Il primo problema al quale bisogna rispondere è quello dell’assenza, alla ‘<em>storica firma’ </em>di Roma, dell’Amministratore delegato dell’API Energia, <strong>Brachetti Peretti</strong>. Perché era assente? Pur non conoscendone i motivi va, comunque, rilevato che assumono consistenza le voci che circolano su una ‘ritrosia’ dell’Api a sottoscrivere l’accordo che invece è stato <u>sollecitato, preteso e ‘imposto’ dal signor Governatore</u><br />
che aveva ed ha l’urgenza di tacitare una comunità che comincia a percepire che gli ‘annunci’ altro non erano che semplici specchietti per le allodole.</p>
<p>		Ma andiamo per ordine. Leggendo con attenzione i flash d’agenzia, si capì subito che non si trattava di un insediamento da localizzare solo a Saline, ma di diverse promesse (impianto per la produzione del silicio cristallino; filiera fotovoltaica per la produzione di fette, celle e moduli; filiera  eolica per produzione componenti di turbine e relativo assemblaggio; impianto fotovoltaico diviso in varie zone e di una turbina eolica) da localizzare principalmente a <strong>Lametia </strong>(area ex Sir), <strong>Crotone </strong>(zona industriale) e <strong>Saline Joniche </strong>(area ex Officine Grandi Riparazioni della Ferrovie dello Stato). </p>
<p>		Quindi l’occupazione sventolata è una vera chimera, lanciata irresponsabilmente  dal Loiero. Ammesso che tutto verrà realizzato,  esso sarà distribuito nell’insieme del territorio calabrese. <strong>Ma dal dire al fare c’è di mezzo il finanziamento </strong>. La parte pubblica del quale a quanto ammonta? Quando sarà decisa? Ci sono tutte le condizioni tecniche per poterlo fare? E ancora: che mercato ci sarà, per il tipo di produzione ipotizzato, tra cinque o sei anni quando potrebbero entrare in funzione gli impianti promessi? E in attesa di risposte l’area non sarà né industriale, né turistica, ma sede di arrugginite ferraglie elevate a ricordo nazionale degli sperperi effettuati nel Mezzogiorno, e chissà per quante decine di anni ancora.</p>
<p>		I cittadini dell’ <strong>Area grecanica </strong> sono stati, quindi, serviti. Il ringraziamento lo devono a Loiero e a tutti quelli che, improvvisandosi scienziati, tecnici e ingegneri, hanno seminato tra la gente paure ed allarmismi. Oggi ci si trova con un pugno di mosche, perché l’impianto ipotizzato nell’ex Ogr, sarà, né più né meno che una cattedrale, anzi una <strong>chiesetta, nel deserto </strong>. Al contrario del polo energetico, che può essere rappresentato dalla Centrale a carbone, dall’impianto di produzione di pannelli fotovoltaici e da un Centro di ricerca  per le energie alternative, detta ‘chiesetta’ non modifica di una virgola lo status della zona e la vergogna di un porto insabbiato e inutilizzato.</p>
<p>		La strada del confronto sereno e civile, come avevamo proposto, tra <strong>Regione, Enti locali interessati, Api e Sei</strong>, è stata fatta cadere nel vuoto, ma rimanendo la più valida, essa va ripresa e rilanciata perché se da una parte non c’è contrapposizione tra i diversi investimenti ipotizzati, dall’altra non si possono ignorare le recenti indicazioni che vengono da importanti Istituti di Ricerca come <strong>Nomisma </strong>(fondata nel 1981 da <strong>Prodi</strong>) che sollecitano il Governo a reinvestire sul carbone, riequilibrando le fonti energetiche e utilizzando, immediatamente, i siti di <strong>Porto Tolle </strong>(Rovigo-Veneto), <strong>Montalto di Castro </strong>(Viterbo-Lazio) e <strong>Rossano</strong> (Cosenza-Calabria). Non ne sapeva nulla il nostro caro Governatore che sempre più sembra un vero prestidigitatore?</p>
<p>		Sbaglia, comunque, il signor Loiero, se pensa che la partita sia chiusa. La palla a questo punto passa ai cittadini, agli amministratori dell’area e a tutte le forze della maggioranza che non possono stare alla finestra a guardare mentre un imbelle Governo regionale determina l’ennesima ‘porcata’ ai danni delle nostre popolazioni.<br />
							         Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 9.4.2009</p>

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		<title>IL TERREMOTO DELL’ABRUZZO, E L&#8217;’EPPUR SI MUOVE’</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 10:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ha fatto, certamente, impressione l’intervista fatta da Bruno Vespa a Giampaolo Giuliani, la sua tranquillità nel rispondere alle domande, e ancor di più l’intervista pubblicata da Il Giornale con la quale l’interessato illustra il metodo di indagine usato che è basato sulla misurazione della presenza del gas randon che, se rilevato in misura considerevole, anticipa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Ha fatto, certamente, impressione l’intervista fatta da <strong>Bruno Vespa </strong>a <strong>Giampaolo Giuliani</strong>, la sua tranquillità nel rispondere alle domande, e ancor di più l’intervista pubblicata da <strong>Il Giornale </strong>con la quale l’interessato illustra il metodo di indagine usato che è basato sulla misurazione della presenza del gas randon che, se rilevato in misura considerevole, anticipa di almeno sei ore il verificarsi di un terremoto violento.</p>
<p>		Hanno fatto anche impressione i giudizi sferzanti che accademici, esperti, scienziati vari hanno rilasciato contro <strong>Giuliani </strong>fino, addirittura, ad arrivare a precisare che il ‘<em>Giuliani  non è un collaboratore LAUREATO ed è adibito ad altro progetto’</em>. Sapere poi che lo stesso è stato denunciato per procurato allarme mi ha fatto pensare che passano i secoli ma non cambiano i sistemi di difesa delle ‘certezze’  acquisite che vengono difese senza alcuna remora. Non voglio esagerare ma mi è venuto in mente il ‘<em>eppur si muove’ </em>di <strong>Galileo </strong>e la difesa delle verità acquisite che la <strong>Chiesa</strong> allora fece. </p>
<p>		Oggi, liquidando il metodo sperimentale, e ignorando ipotesi di lavoro, da scartare se vengono da NON laureati, la nuova Chiesa dei moderni scienziati, fa la stessa cosa: difende se stessa, i propri ruoli, i propri privilegi, magari guardando e sperando in uno sbocco politico. Certo non penso che lo faccia in malafede, ma è la logica conseguenza dello stare su un piedistallo a crogiolarsi del proprio ruolo, dei riconoscimenti e delle prebende. Il problema di oggi, rispetto ai tempi di Galileo, è che, in materia di terremoti, non si può ignorare un vero e proprio grido d’allarme, perché le conseguenze possono essere spaventose.   </p>
<p>		Sollecitati da <strong>Bruno Vespa </strong>due esperti laureati, in diretta tv, hanno, si, accettato di studiare  i dati raccolti dal non laureato, ma hanno teso a lanciare l’ultimo strale avvelenato dicendo che se si ‘prevede’ continuamente che ci sarà il terremoto prima o poi ci si azzecca. Come dire, ci costringi a verificare quanto prodotto da Giuliani ma fin d’ora ti diciamo ch’egli è solo un ciarlatano senza respiro scientifico perché ‘non è laureato’, e comunque che ci mandi il suo lavoro, lo verificheremo. No, signori, state continuando a sbagliare tutto. Con umiltà dovete correggere il vostro sistema di valutazione ed abbandonare l’idea che ‘non si possono prevedere i terremoti’. Fin’oggi è così, ma la ricerca a che serve? </p>
<p>		C’è un signore, anche se non laureato, ch’è patito della ricerca sui terremoti, che ha inventato una macchinetta, ‘<strong>precursore sismico’</strong>, per misurare il randon, gas che si sprigiona per la compressione tra le zolle sotterranee, e ha usato un sismografo per studiare gli sciami sismici. Questo ‘ciarlatano’ sostiene che bisognerebbe avere diverse postazioni per triangolare i rilievi e individuare con precisione dove si scatenerà il terremoto. A me, uomo della strada, e abitante in una zona altamente sismica qual è Reggio Calabria, sembra ce ne sia abbastanza non solo per verificare i dati raccolti ma soprattutto per avviare un progetto di approfondimento, applicazione, studio ed ulteriori ricerche. Questa del gas poi dimostrerebbe il perché i cani ‘sentono’ l’approssimarsi del terremoto. E’ notorio, infatti, la loro forte capacità olfattiva ch’è ben superiore a quella dell’uomo. </p>
<p>		Risolvere il problema della ‘previsione’, anche se di poche ore, può ridurre quasi a zero il problema dei morti da terremoto. E’ chiaro che vanno approntati efficienti piani di immediata evacuazione dalle zone interessate. La ‘previsione’ non risolverà certamente i problemi dei danni materiali come la distruzione di fabbricati, strade, linee ferrate, linee elettriche, patrimonio artistico e storico. Quelli dipendono dall’uomo, da come costruisce, da come aggira le leggi, da come difende il proprio patrimonio. Il terremoto non uccide si è detto, ma è l’uomo che lo fa con le sue avventatezze. Giappone e California insegnano.</p>
<p>			Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria, lì 8.4.2009</p>

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		<title>LA STORIA DEL SOLDATO GIAPPONESE NON CI APPARTIENE</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 18:35:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il Congresso costitutivo del PdL , si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Con il Congresso costitutivo del <strong>PdL </strong>, si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati a svuotarsi totalmente, nel corso di pochi anni: il tempo della metabolizzazione concreta del processo di amalgama organizzativo, essendo già più che realizzata l’amalgama politica.</p>
<p>		Disperarsi, come fanno alcuni socialisti, per la possibile liquidazione di simboli e vessilli, non serve a niente: i processi politici vanno avanti comunque indipendentemente dalle singole volontà. La nostra storia, la storia dei socialisti autonomisti, dei socialisti che si rifanno a <strong>Turati</strong>, <strong> Saragat</strong>, <strong>Nenni </strong>e <strong>Craxi </strong>, è ormai storia e nessuno potrà mai cancellarla. Anche altre forze, come il <strong>Nuovo PSI</strong>, rinunceranno ai propri vessilli ed ai propri simboli. Esse avranno sicuramente una storia meno antica ma non per questo la loro è una storia meno vissuta e meno sentita. Sull’altare di un progetto comune di rinnovamento, di riforma  e di modernizzazione del Paese ognuno ha dovuto, deve, sacrificare qualcosa e rinunciare a un brandello del proprio abito. </p>
<p>		Si è scelto, infatti, di liberarsi dei simboli individuali,  parziali e partigiani, rifuggendo dal condizionamento delle ideologie, per privilegiare i comuni denominatori che hanno aiutato il popolo italiano a rifiutare la ‘<em>falsa rivoluzione’ </em>di ‘<em>mani pulite</em>’ stroncando sul nascere la ‘<em>gioiosa macchina da guerra’ </em>messa in campo, dai ‘golpisti’, dopo la decapitazione dei partiti moderati (<strong>DC, PSI, PRI, PSDI, PLI</strong>) che avevano governato l’Italia, la sua rinascita e il suo sviluppo fino a farne la settima potenza mondiale. E già allora, sul terreno dei contenuti, si avviava una convergenza con la destra parlamentare dell’<strong>MSI</strong>. <strong>Craxi</strong>, che puntava a superare l’ingessatura del sistema, rendendo spendibile una forza indispensabile alla trasformazione politica del Paese, dimostrava la propria grande lungimiranza.</p>
<p>		Sorprendersi oggi, ed attardarsi in inutili dibattiti sulle ‘<em>contraddizioni’ </em>delle alleanze non omogenee (?) <strong>ripresenta la storia del soldato giapponese </strong>che non si era accorto che il mondo aveva imboccato un’altra strada. Chi invece percepisce le novità storiche dello scenario politico sceglie, non l’atteggiamento da reduce e combattente, ma quello concreto e fattivo di sostegno ad un processo impegnativo, realizzato su valori di fondo e, di conseguenza, su obiettivi che quei valori debbono esaltare. </p>
<p>		Riformismo, laicismo, liberismo e garantismo sono le cartine di tornasole di questa scelta che deve svilupparsi non ignorando la crisi che sta sconvolgendo tutto l’<strong>Occidente </strong>, le grandi migrazioni extracomunitarie e non, il terrorismo e la instabilità in diverse zone del pianeta, e lo stesso provincialismo di settori della politica italiana. Su detti argomenti l’amalgama moderata e riformista del <strong>Governo Berlusconi</strong>, voluto dagli italiani 10 mesi fa (e che ancor oggi ha il gradimento della stragrande maggioranza della popolazione), sta operando con grande e apprezzata determinazione. Il Governo, oltre al suo leader, ha ministri di levatura incredibile che sono vanto per l’intera comunità italiana.</p>
<p>		Le misure anticrisi hanno visto il nostro Paese anticipare un percorso cui si sono poi accodati tutti: aiuto alle imprese in crisi, sostegno ai redditi bassi, più efficienti e corposi ammortizzatori sociali ai lavoratori licenziati, avvio o rilancio delle grandi opere infrastrutturali (<strong>Ponte,Tav, Mose</strong>, autostrade), prime ‘pietre’ di una nuova fase energetica del Paese, e da ultimo il <strong>Piano case</strong>; la forte migrazione, sostanzialmente non negativa per il Paese, ha dovuto essere controllata con misure più adeguate a gestire i flussi e atte a liquidare penetrazione e formazione di sacche di criminalità che hanno, ultimamente, allarmato l’opinione pubblica; e in politica estera il protagonismo dell’Italia ha evitato il proprio isolamento e ha aiutato il ruolo di mediazione in difesa della pace e per il controllo e la soluzione dei focolai esistenti. Su ogni provvedimento si è dovuto, purtroppo, assistere all’abbaiare alla luna di una opposizione sempre più alla ricerca di autori.</p>
<p>		Il <strong>Nuovo PSI </strong>è parte integrante di questa politica e di questo processo. Lo vuole vivere non da spettatore ma da protagonista, nei limiti della propria forza, certamente, ma con la voglia di mettere a disposizione della coalizione, l’esperienza, la passione e la competenza dei propri quadri, almeno quelli rimasti, avendo il grosso dei socialisti, già da tempo, fatto questa scelta.</p>
<p>			      Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 26.3.2009</p>

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		<title>GIANFRANCO FINI, DEMOCRATICO AFFIDABILE?</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 15:51:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Anche se la telenovela di un Fini uomo di sinistra è diventata veramente stucchevole, essa si presta ad alcune considerazioni sulla doppiezza dei post e catto-comunisti, e merita qualche riflessione. E’ un’esigenza che sentono, soprattutto, i socialisti quelli, per intenderci, che hanno rifiutato l’egemonia di lor signori, e sono stati ripetutamente tacciati di ‘tradimento’ perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Anche se la telenovela di un <strong>Fini </strong>uomo di sinistra è diventata veramente stucchevole, essa si presta ad alcune considerazioni sulla doppiezza dei post e catto-comunisti, e merita qualche riflessione. E’ un’esigenza che sentono, soprattutto, i socialisti quelli, per intenderci, che hanno rifiutato l’egemonia di lor signori, e sono stati ripetutamente tacciati di ‘<em>tradimento’ </em>perché ad un’alleanza ‘normale’, a sinistra, hanno preferito  fare una scelta di campo considerata ‘<em>scandalosa’</em>.</p>
<p>		Ricordano un po’ tutti, ma soprattutto gli interessati, che il liet-motiv della polemica era rappresentato dal disgusto per un’alleanza con gli ‘<em>eredi del fascismo’ </em> rappresentati dai vecchi ma anche dai nuovi dirigenti dell’ex <strong> MSI</strong>. In particolare veniva attaccato proprio Fini, e a nulla serviva dire che, dopo <strong>Fiuggi </strong>essi si erano ‘mondati’ del peccato originale rappresentato dall’essere uomini provenienti da una ideologia sconfitta dalla storia, ed erano ormai una forza genuinamente riformista e sicuramente democratica.</p>
<p>		Valevano, nel ragionamento dei socialisti craxiani, le scelte garantiste e riformiste decise da <strong>AN </strong> assieme all’intera coalizione, prima, della Casa e, dopo, del <strong>Popolo delle Libertà</strong>. Per anni, invece, gli ex comunisti hanno coperto di contumelie ed indicato al pubblico ludibrio quanti risultavano alleati di <strong>Silvio Berlusconi </strong>e di <strong>Gianfranco Fini.</strong> </p>
<p>		Ma son bastate alcune dichiarazioni del <strong>Presidente della Camera</strong> per cambiare registro e musica. Non le dichiarazioni tipo: <em>‘le leggi razziali sono state un’ignominia’</em>, o addirittura ‘<em>il fascismo è stato il male assoluto’</em>. No, non queste, ma quelle più, terra terra, tipo: <em>- no al cesarismo; &#8211; no all’abusato ricorso ai decreti legge; &#8211; no alla tassa agli immigrati; &#8211; no all’obbligo per i medici a denunciare i clandestini curati; &#8211; si al voto agli immigrati; &#8211; no al voto delegato ai capigruppo; </em>ed altre simili. Non, quindi, le dichiarazioni che dimostravano la rottura col proprio passato ideologico, ma le dichiarazioni che potevano essere interpretate come una presa di distanza dal suo maggiore alleato, cioè il <strong>Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.</strong><br />
		E allora Fini diventa un uomo politico con una solida e condivisibile cultura democratica di base, addirittura un democratico di cui ci si può fidare, né più e né meno di un <strong>Veltroni </strong>prima e di un <strong>Franceschini </strong>dopo. Anche la proposta, avanzata scherzando, che lo vedeva come novello Segretario del <strong>PD</strong>, s’inquadra in questo <em>corteggiamento</em>, in questo improvviso innamoramento, che liquida in un colpo solo tutte le frasi fatte sull’uomo nero, il fascista impenitente, l’erede degli stragisti, l’essere immondo da cui tenersi alla larga.</p>
<p>		Ebbene: o hanno visto giusto, e in anticipo, i socialisti riformisti e craxiani del <strong>Nuovo PSI </strong> accettando Fini come alleato, o si pensa di forzare alcune posizioni per puntare, illusoriamente, allo scardinamento della solida alleanza che sta portando verso la costruzione del <strong>PdL</strong>. Comunque tutte e due le ipotesi sono valide perché se i socialisti avevano visto giusto, aldilà di un’inutile e non richiesta certificazione dell’attuale sinistra, i catto-comunisti strumentalmente pensano di creare problemi ad una coalizione realizzata su dati valoriali e non elettorali.</p>
<p>		Si ripete la vecchia storia del <strong>Bossi </strong>‘<em>costola della sinistra’</em>. Ma è un giochetto senza respiro politico basato solo su qualche accarezzamento che risulta offensivo dell’intelligenza dell’interessato. <strong>Ogni discesa</strong>, è opportuno ricordarlo, <strong>è anche una salita</strong>. Sarà difficile dire domani che Fini è invece un uomo nero.<br />
			      Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 18.3.2009</p>

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		<title>IL PONTE SULLO STRETTO VERSO LA REALIZZAZIONE</title>
		<link>http://www.partitosocialista.org/574-il-ponte-sullo-stretto-verso-la-realizzazione/</link>
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		<pubDate>Sat, 07 Mar 2009 22:59:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Com’era prevedibile le decisioni del CIPE di finanziamento di importanti opere pubbliche e, con esse, del Ponte sullo Stretto di Messina, ha scatenato una marea di dichiarazioni negative, al centro come in periferia, sulla sua inutilità, sulla sua dannosità, e sul fatto che esso sia addirittura devastante (sic!). Si affermano così concetti netti, come verità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<li>	Com’era prevedibile le decisioni del <strong>CIPE </strong>di finanziamento di importanti opere pubbliche e, con esse, del <strong>Ponte sullo Stretto di Messina</strong>, ha scatenato una marea di dichiarazioni negative, al centro come in periferia, sulla sua inutilità, sulla sua dannosità, e sul fatto che esso sia addirittura devastante (sic!). Si affermano così concetti netti, come verità rivelate, senza un briciolo di supporto scientifico e di rispetto dell’intelligenza altrui.   </p>
<p>		Si sbizzarriscono, in questo coro univoco, dalle Alpi alle Piramidi, non solo i tradizionali signori del ‘verde’ che da esso traggono la loro ragion d’essere, ma anche le stesse forze politiche d’opposizione che tentano di cavalcare così qualunque argomento sperando di recuperare punti di consenso nell’opinione pubblica, non comprendendo però quanto la gente, di destra e di sinistra, consideri il ‘NO’ urlato soltanto un specie di accanimento pregiudiziale e politico contro un’opera che, non solo nell’immaginario collettivo, viene vista come la possibile svolta socio-economica delle nostre terre.</p>
<p>		Viene comunque da ridere dinanzi alle affermazioni perentorie dei ‘<strong>signor NO’ </strong>tra le quali spicca quella della <strong> Francescato </strong>(Verdi) che, dopo aver affermato, nei mesi scorsi, l’esilarante preoccupazione  del disturbo che veniva causato, alla millenaria rotta dei delfini,  per l’ombra proiettata sulle acque del mare, oggi afferma che “<em>quella della realizzazione del Ponte sullo Stretto è solo un megaspot pubblicitario pensato da Berlusconi per oscurare la grave crisi economica che sta avvolgendo il nostro Paese”</em>. Capito? E’ solo uno spot pubblicitario per distrarre la gente dalla crisi che interessa tutto il mondo occidentale. E mentre <strong>Barack Obama </strong>viene applaudito, anche dalla Francescato, per il ‘colossale progetto di interventi’ per opere pubbliche e infrastrutturali, il Governo italiano, presieduto dall’odiato <strong>Silvio Berlusconi </strong>, viene sistematicamente attaccato.</p>
<p>		Stavolta, però, i signori del ‘<strong>NO’</strong> che argomentano che ci sia altro da fare al posto di faraoniche realizzazioni, hanno avuto le unghie spuntate perché assieme al finanziamento del Ponte, nella stessa seduta, il Cipe ha finanziato anche, per la Calabria, il completamento dell’<strong>A3 </strong>e il terzo megalotto per la <strong>Ss 106 jonica</strong>, e le loro dichiarazioni sulla dannosità e sulla devastazione causata dell’opera perché ‘sconvolgerebbe’ il territorio, risultano semplicemente patetiche. Chi non conosce queste nostre terre viene chiaramente tratto in inganno, ma chi le conosce rimane allibito: qual è questa terra che si sconvolgerebbe? Forse il brullo altipiano di Santa Trada? Bisognerebbe smetterla di far ridere i polli. Ben venga, quindi, il Ponte.</p>
<p>		Esso unirà, anche fisicamente, le due sponde, con tutto ciò che questo comporta per superare l’isolamento, abbattere i tempi di percorrenza tra continente ed isola, accelerare il processo di avvicinamento dell’Italia ai paesi rivieraschi dell’Africa, creare, finalmente reali e consistenti correnti turistiche, e concrete correnti di flusso merceologico col resto d’Italia e dell’Europa. E’ anche l’UE che ce lo chiede con la individuazione del famoso <strong>corridoio Berlino-Palermo. </strong><br />
		L’opera, veramente gigantesca, è una grande occasione occupazionale nella fase di costruzione, un chiaro investimento anti crisi e un’occasione di avanzamento tecnologico delle nostre imprese. Essa sarà  un punto di riferimento e di attrazione che determinerà una reale svolta economica per l’intera area interessata. La mafia, infine, è solo uno spauracchio: lo Stato ha i mezzi per contrastarla adeguatamente. Avanti, quindi, <strong>Governo della Libertà</strong>, recupera il tempo che il <strong>Governo Prodi </strong>ci ha fatto perdere.</p>
<p>						 Giovanni ALVARO<br />
			         giovannialvaro.wordpress.com    </p>
<p>Reggio Calabria, lì 8.3.2009
</li>

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		<title>PER L&#8217;ENERGIA VANNO CENTRALIZZATE LE COMPETENZE</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 12:34:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo aver allevato generazioni di ‘signor NO’, i più grandi ‘guru ecologisti’ del mondo (Mark Linas, Stephen Tindale, Chris Smith of Finsbury, Chis Goodall) hanno dichiarato d’avere sbagliato a criminalizzare le centrali nucleari, aprendo, quindi, le porte ad una stagione di razionalità. Il processo innescato sarà, però, veramente positivo se altre riflessioni seguiranno per liquidare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<li>	Dopo  aver allevato generazioni di ‘signor NO’, i più grandi ‘<em>guru ecologisti’ </em>del mondo (<strong>Mark Linas, Stephen Tindale, Chris Smith of Finsbury, Chis Goodall</strong>) hanno dichiarato d’avere sbagliato a criminalizzare le centrali nucleari, aprendo, quindi, le porte ad una stagione di razionalità. Il processo innescato sarà, però, veramente positivo se altre riflessioni seguiranno per liquidare i luoghi comuni sul carbone (troppo a lungo  considerato una specie di peste bubbonica), e aiutare lo sdoganamento di una fonte <strong>meno costosa </strong> per la produzione di energia, <strong>meno soggetta ai ‘ricatti’ </strong>dei fornitori di gas e di petrolio, o meno condizionata dalle crisi politiche regionali. </p>
<p>		I ‘<em>signor NO’ </em>, allevati ad essere  ‘<em>contro’ </em>, con l’alibi della difesa dell’ambiente, si sono sistematicamente opposti a tutto quello ch’era investimento e sviluppo economico. Le crociate hanno riguardato sia la produzione di energia, perché, ‘inquinerebbe’ indipendentemente dai progressi tecnici e scientifici realizzati; che le infrastrutture perché sconvolgerebbero il territorio e perché ci sarebbe sempre qualcos’altro da fare prima. </p>
<p>		Come i replicanti della fantascienza, i <em>signor NO </em>pullulano e si moltiplicano senza sosta (soprattutto in Italia), e condizionano purtroppo ogni attività produttiva. Ciò è avvenuto a <strong>Civitavecchia</strong>, nel Lazio; si stava producendo a <strong> Polesine Camerini</strong>, nel Veneto; e sta avvenendo a <strong>Saline Joniche </strong>, in Calabria. Le tre situazioni citate hanno in comune il NO pregiudiziale degli ambientalisti di professione;  lo sbandieramento dei luoghi comuni sulla difesa della salute, come se gli altri fossero dei novelli Frankenstein; e i percorsi ad ostacoli che si son dovuti, o si  devono, superare per realizzare quanto è necessario al vivere civile di questo nostro Paese. </p>
<p>		Ma le tre situazioni si differenziano, sostanzialmente, per il comportamento degli Enti locali, dei Sindacati, e per la disponibilità o meno al confronto, alla discussione ed alla verifica dei progetti e delle ricadute. In estrema sintesi:<br />
•	nel <strong>Lazio</strong>, a parte alcune legittime iniziali diffidenze, si son sapute cogliere le opportunità offerte dall’insediamento della centrale a carbone di Civitavecchia realizzando un gioiello tecnologico che è già diventato meta di visite internazionali da parte di tecnici di ogni paese; </p>
<p>•	in <strong>Veneto</strong>, le lungaggini per la riconversione a carbone della centrale ad olio combustibile (altamente inquinante), hanno provocato iniziative di lotta dei Sindacati, con manifestazione a Roma, al grido di: “<em>non vogliamo essere le prime vittime di chi non decide</em>”, e non bisogna “<em>perdere un investimento di 2,2 miliardi di euro, di fronte all’attuale recessione”</em>;  </p>
<p>•	in <strong>Calabria</strong>, a fronte di intelligenti aperture, tese al confronto e alla verifica ambientale, di diversi Comuni interessati (i cui Sindaci conoscono la triste realtà economica delle proprie zone), si registra, purtroppo, la chiusura pregiudiziale e nichilista della <strong>Regione Calabria</strong>, che ha spinto la Società, interessata all’insediamento, a presentare ricorso al TAR. </p>
<p>		Le tre vicende, ma se ne possono elencare molte altre, pongono con forza l’urgenza di <strong>rivedere l’articolo 117 della Costituzione </strong>per eliminare, nel settore dell’energia, l’assurdità delle competenze ‘<em>concorrenti’ </em>che paralizzano i processi decisionali e determinano una vera ingovernabilità nel settore, regalando un ampio potere di manovra ai movimenti ambientalisti. </p>
<p>		Le competenze, regolate dal titolo V° della Carta (modificato dal Governo Prodi), non possono essere divise con le Regioni, che hanno una visione molto parziale delle necessità del paese, ma vanno riconsegnate allo Stato. Ne è convinto lo stesso <strong>Ministro Scajola </strong>che nel suo intervento al Convegno dei Giovani Imprenditori svoltosi a Capri il 3 ottobre scorso, ha sottolineato la necessità di riportare al centro tutte le competenze in materia energetica, dichiarando: <em>“sono convinto che la politica energetica, al pari della politica estera, della difesa e della sicurezza, deve essere attribuita in via esclusiva alla competenza dello Stato”</em>, e poi continuando con: <em>“la riforma federale dovrà prevedere una redistribuzione di attribuzioni tra centro e territorio, per evitare conflitti di competenze che finiscono per paralizzare le iniziative”.</em></p>
<p>		Se ci si vuole liberare, veramente, dei lacci e dei laccioli che imprigionano i processi decisionali per le grandi infrastrutture energetiche, fermo restando le valutazioni di impatto ambientale che non devono mai essere considerate acquisite definitivamente o date per scontate, questa è la strada da imboccare senza alcuna riserva.  </p>
<p>		La vicenda, infatti, delle localizzazioni delle centrali nucleari esplosa, malgrado il cambio di marcia dei più importanti guru ambientalisti del mondo, con la levata di scudi di diverse regioni e di molti comuni è emblematica dell’urgenza di sottrarre la competenza energia a valutazioni che, non essendo globali, sono chiaramente molto parziali e, il più delle volte, sono anche ‘valutazioni’ non economiche o scientifiche ma di semplice ‘opportunità’ politica, o scaturite da palese assenza di quella dote che mancava al don Abbondio manzoniano.<br />
						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 27.2.2009
</li>

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		<title>NESSUN ONOR DELLE ARMI A WALTER VELTRONI</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Feb 2009 12:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ condivisibile pienamente la prima parte dell’articolo di Vittorio Sgarbi sulle cause che hanno portato Walter Veltroni alle dimissioni, non più rinviabili, da Segretario Nazionale del PD . Sono condivisibili le argomentazioni, ivi inserite, che stanno alla base di un abbandono che non era più procrastinabile, ma che anzi era diventato addirittura un atto dovuto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		E’ condivisibile pienamente la prima parte dell’articolo di <strong>Vittorio Sgarbi </strong>sulle cause che hanno portato <strong>Walter Veltroni </strong>alle dimissioni,  non più rinviabili, da Segretario Nazionale del <strong>PD </strong>. Sono condivisibili le argomentazioni, ivi inserite, che stanno alla base di un abbandono che non era più procrastinabile, ma che anzi era diventato addirittura un atto dovuto, per evitare di scivolare nel cosiddetto ‘accanimento terapeutico’. </p>
<p>		Alle sottolineature sui colpevoli silenzi sulla vicenda di <strong> Del Turco</strong>, all’incomprensibile inerzia sulla vicenda dell’arresto del sindaco di Pescara, alla soggezione al populismo dipietresco, vanno aggiunte anche la perdita di ogni bussola dinanzi alla questione morale esplosa anche a sinistra, l’incredibile uso del <em>maanchismo </em> con il quale si dava un colpo al cerchio ed uno alla botte, l’allarmismo sugli inesistenti rischi per la Repubblica paventando una deriva antidemocratica, e un lessico fatto solo e soltanto di luoghi comuni. Ma non si può condividere la chiusa finale dell’articolo con la quale Sgarbi rende onore al caduto.</p>
<p>		No, non è possibile offrirgli l’onore delle armi come si usa offrire ad ogni caduto. Non lo merita, Veltroni, simbolo di una classe dirigente incapace, inconcludente e, anche, pericolosa. Non lo merita veramente. Pur non essendo maramaldi, usi a infierir sui morti, non riusciamo a perdonargli le grandi responsabilità, non tanto verso il proprio partito (questo è problema che non ci interessa), quanto verso la democrazia del Paese: per l’odio che ha seminato avvelenando il clima politico e per le gemmazioni prodotte che, dopo ‘palombelle’, girotondi, Fo, D’Arcais, verdi, Grilli, sinistre radicali e, più recentemente, Pardi, Cammilleri e Levi di Montalcino, ha portato allo sviluppo incontrollato dell’<strong>IDV </strong> di ‘proprietà’ del signor <strong>Antonio Di Pietro</strong>. </p>
<p>		No, nessun onore delle armi a chi, dopo 5 sconfitte consecutive (elezioni politiche, regionali Friuli, comunali di Roma, Abruzzo e, ora, anche Sardegna) non ha voluto prendere atto di una realtà semplice e lapalissiana, e, anche durante la propria orazione funebre, ha continuato a seminare bugie ed odio, e ad insultare il <strong>Presidente del Consiglio</strong>. Non lo ha sfiorato, e questo è sintomatico della pochezza del personaggio, e non solo di esso, che <strong>Silvio Berlusconi </strong>continua a vincere perché è in sintonia con il Paese, comprende il ‘<em>sentire comune’ </em> della gente, è un passo avanti rispetto al percorso politico degli altri, avversari (non nemici) o alleati stessi. I suoi tempi non sono mai state fughe in avanti, ma anticipazione di scenari.</p>
<p>		E’ difficile pensare che l’attuale gruppo dirigente, sia quello che ha sostenuto <em>Uòlter</em>, che quello che brigava (come sempre ha fatto) contro, possa cambiare musica, anche perché la musica di questi anni è stata scritta da più mani. Le vittorie, si sa, hanno molti padri, mentre le sconfitte normalmente sono figlie di nessuno. Nel nostro caso, però, i padri dei rovesci subiti dal PD sono veramente molti. Non può tirarsi fuori nessuno. Sono quasi tutti padri dell’odio, della mistificazione, del giustizialismo, del doppiopesismo, della mancanza di respiro politico, dell&#8217;assenza di un vero programma politico, del tornaconto partitico sul cui altare hanno immolato tutti gli utili idioti, sia che si chiamassero socialisti, o che si chiamassero verdi, rifondaroli, comunisti critici, o comunisti nudi e crudi.</p>
<p>		Anche la scelta di ‘<em>imbarcare’ </em>solo Di Pietro non può essere stata solo una scelta esclusiva del nostro Veltroni perché, se così veramente è stato, vuol dire che, pur di mandarlo deliberatamente al macello, gli hanno consentito l’innesco di una vera e propria mina con il risultato, non solo, di liquidare il signor Uòlter, ma di liquidare lo stesso partito. Lo stratega di questa operazione va paragonato a quel marito che per far dispetto alla moglie… Buon riposo, signor Veltroni, l’Africa l’aspetta. Avanti un altro.<br />
						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 20.2.2009</p>

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		<title>I BRONZI DI RIACE SIANO GLI AMBASCIATORI DELLA CALABRIA</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 20:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<description><![CDATA[In mancanza d’altro si tenta di costruire il casus belli sulla richiesta di Silvio Berlusconi di esporre i bronzi di Riace, in occasione del G8, del prossimo luglio, a La Maddalena , in Sardegna. E’ la solita storia, come sempre ci si aggrappa, come i naufraghi, a qualunque pretesto per uscire dall’isolamento politico in cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<li>	In mancanza d’altro si tenta di costruire il <em>casus belli </em>sulla richiesta di <strong>Silvio Berlusconi </strong>di esporre i <strong>bronzi di Riace</strong>, in occasione del <strong>G8</strong>, del prossimo luglio, a <strong>La Maddalena </strong>, in Sardegna. E’ la solita storia, come sempre ci si aggrappa, come i naufraghi, a qualunque pretesto per uscire dall’isolamento politico in cui ci si trova, e si parte, per la contesa, sfornando, a raffica, comunicati stampa. In prima fila <strong>CGIL</strong>, <strong>PD </strong>, novelli esperti e “tecnici della Soprintendenza calabrese”. Ma non sarebbe ora di finirla con le chiusure precostituite, le approssimazioni sulle presunte fragilità delle statue, lo sfoggio di tecnicismo senza basi scientifiche e l’alimentazione della ridicola paura di uno scippo?</p>
<p>		Le statue sono patrimonio dell’umanità, e in quanto rinvenute nei nostri mari sono sotto la giurisdizione dello Stato italiano, e perché rinvenute nel mare jonico della Calabria affidate, <strong>per legge</strong>, al <strong>Museo Nazionale di Reggio Calabria.</strong> Che significa quindi diffondere preoccupazioni e paure e tuonare come fa il Segretario Provinciale delle CGIL contro la proposta dicendo che si tratta di un “<em>attacco a Reggio Calabria e, udite, udite,  di trame sotterranee contro la città messi in atto direttamente dal Governo Berlusconi?</em>”. E quale sarebbe il motivo? Perché il Cavaliere Berlusconi dovrebbe penalizzare la città di Reggio Calabria? Che motivi avrebbe per punire una città che tanto sostegno ha tributato, e altrettanto ne continuerà a tributare, nel prossimo futuro,  al fronte moderato raccolto attorno al <strong>PdL</strong>?</p>
<p>		La si smetta di far ridere mezza Italia dando l’impressione di una Calabria simile ad una riserva indiana che ‘difende un proprio totem’ opponendosi anche ad un semplice spostamento, dei <strong>Bronzi di Riace</strong>, tra l’altro, in un periodo di chiusura del Museo per lavori di restauro, che gli sono stati affidati dopo averli restaurati, e dopo una straordinaria esposizione, nei saloni del Quirinale, che ne ha decretato un strepitoso successo, che va, però, alimentato continuamente.</p>
<p>		<strong>Vittorio Sgarbi </strong>, critico d’arte senza eguali, ha già espresso la propria idea ridicolizzando la ‘balla’ della fragilità delle opere; ha, a muso duro, catalogato come ‘imbecilli e falsari’ quei ‘tecnici’ che mantengono l’accento su questa ‘baggianata’; ha criticato, senza peli sulla lingua, la CGIL che con la ‘<em>trama sotterranea’ </em> ha teso a lanciare ‘<em>una vera e propria intimidazione senza logica e senza fondamento, tipica della retorica della falsa conservazione e di una sterile ideologia mista a una forma patologica di campanilismo’</em>; e, dinanzi ad affermazioni come: ‘è una vera follia lo spostamento. Il Sindaco ha il dovere, senza ‘se’ e senza ‘ma’ di non spostarli’, espressa dal neo Segretario provinciale del PD, lo ha fortemente attaccato con: ‘<em>Tra le forme di cultura del piagnisteo che dominano in Italia ci sono quelle dei conservatori dei musei che tengono le opere come se fossero proprietà privata’</em>.</p>
<p>		L’invito che Sgarbi ha rivolto al <strong>Presidente del Consiglio </strong>ed al <strong>Ministro dei Beni Culturali </strong>a non farsi intimidire, mi sento di rivolgerlo anche al Sindaco di Reggio che ha raggiunto il consenso bulgaro del 72% per le sue grandi doti di ‘governo’ della cosa pubblica e non perché si sia fatto condizionare dalle pulsioni conservatrici o semplicemente provinciali della parte meno acculturata della gente che amministra, né dalla minaccia di sfracelli popolari che la sinistra minaccia ad ogni piè sospinto.  </p>
<p>		Lo si è visto per opere importanti, osteggiate, come sempre dalla casta del NO, e realizzate per la capacità decisionista del <strong>Sindaco Scopelliti </strong>. Avanti, quindi, Sindaco, senza tentennamenti: i bronzi possono e debbono diventare gli ‘ambasciatori’ della nostra amata terra.</p>
<p>						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 15.2.2009
</li>

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