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	<title>Partito Socialista Nuovo PSI - il blog &#187; Governo berlusconi</title>
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	<description>liberi pensieri dei Socialisti Italiani - blog ufficiale del nuovo PSI</description>
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		<title>MA E&#8217; IL &#8216;SAPERE SCIENTIFICO&#8217; CHE SMENTISCE BIANCHI</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 16:51:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sfugge al professore Alessandro Bianchi, già Rettore dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che il Convegno di Catania, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri di quella città, non era una iniziativa politica (con l’obiettivo di esaltare la bontà del Ponte), quanto un convegno di esperti del ‘sapere scientifico’ che tanto appassiona l’ex Ministro del Governo Prodi resosi famoso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sfugge al professore <strong>Alessandro Bianchi</strong>, già Rettore dell’<strong>Università Mediterranea di Reggio Calabria</strong>, che <strong>il Convegno di Catania</strong>, organizzato dall’Ordine degli Ingegneri di quella città, non era una iniziativa politica (con l’obiettivo di esaltare la bontà del Ponte),   quanto <strong>un convegno di esperti del ‘sapere scientifico’ che tanto   appassiona l’ex Ministro </strong>del Governo Prodi <u>resosi famoso per la sortita, un minuto dopo il suo giuramento al Quirinale, con la quale annunciava lo stop al Ponte sullo Stretto che, infatti, fu delittuosamente bloccato.</u><br />
A <strong>Catania</strong>, salvo alcuni saluti di prammatica, <u>la scena è stata tenuta da rettori, professori, ingegneri, architetti ed esperti di ponti, sia impegnati in Italia che a livello mondiale</u>. L’iniziativa si è avvalsa del sostegno di un <strong>Comitato Scientifico di alto livello </strong>coordinato da <strong>Luigi Bosco </strong>(Commissione Monitoraggio Nuove Norme Tecniche del Consiglio Superiore LL.PP.) e dal <strong>prof. Enzo Siviero </strong>(Ordinario di Ponti IUAV di Venezia); dell’esperienza di tre esperti mondiali del settore quali il <strong>danese Klaus H. Ostenfeld</strong>, il <strong>cinese Man-Chung Tang </strong>e l’<strong>americano Peter Sluszka</strong>; e del contributo di professionisti, ordinari e cattedratici delle nostre Università.<br />
In parole semplici, <u>il ‘sapere scientifico’, attualmente alla base delle più ardue elaborazioni tecniche, è stato reso ‘leggibile e fruibile’ all’attentissimo pubblico presente</u> che è venuto a conoscenza di quanto siano diffusi i ponti in ogni parte del mondo, di quanti ve ne siano attualmente in costruzione e di quanti sono nella fase di studio ed elaborazione, incluso <strong>quello di Gibilterra</strong>. Ma è venuto anche a conoscenza di quanto siano ristretti, in tutto il mondo, i tempi necessari alla decisione politica, all’elaborazione progettuale, all’appalto dell’opera ed alla sua realizzazione.</p>
<p><strong>Solo in Italia e, soprattutto, solo nel Mezzogiorno</strong>, c’è come una maledizione divina, un accanimento contro ogni ipotesi di ‘salti di qualità’ nella infrastrutturazione, e nella ricerca di nuovi percorsi per una diversa prospettiva economica. E <u>le parole di Bianchi che ha sostenuto che non è stato condizionato da   ‘pregiudizi’ ideologici, lasciano, pertanto, il tempo che trovano</u>. La sua  posizione (l’opposizione alla costruzione del Ponte), ha teso a sottolineare, nasce da un “’giudizio’ molto ponderato, che discende da <u>studi multisettoriali, documentati e approfonditi</u>”. <strong>Ma gli studi multisettoriali, documentati e approfonditi sono anche quelli degli esperti del Convegno che sono stati messi, a differenza di quanto abbia potuto fare Bianchi, a ‘battesimo’ dall’applicazione pratica</strong>. O l’ex Rettore pensa d’avere l’esclusiva del ‘sapere scientifico’ e che detto ‘sapere’ non sia soggetto ad evoluzioni in virtù della ricerca e degli studi?<br />
<strong>Perché </strong>entra, a gamba tesa, nella discussione e ‘<strong>aggredisce’ l’attuale Rettore </strong><u>reo di essersi permesso di ‘dissentire’, timidamente e con molte cautele, esplicitate dal successivo goffo chiarimento con una debolissima motivazione</u>, dall’<strong>ipse dixit di Alessandro Bianchi? </strong>Solo il ‘pregiudizio’ può essere la risposta in grado di giustificare questo atteggiamento che, nella pratica, nega oltre che lo sviluppo della ricerca, anche quello del libero pensiero.<br />
Il ‘<strong>sapere scientifico</strong>’ ci ha fornito, <u>con il Convegno di Catania, un dato certo</u>: <strong>non esistono difficoltà che l’attuale livello delle ricerche e delle applicazioni non siano in condizioni di affrontare e risolvere sia per la costruzione del Ponte che per la sua difesa da ogni rischio </strong>(terremoti, venti, smottamenti e quant’altro). Si trovino, quindi, <u>altre argomentazioni per ‘sparare’ contro il Ponte ed alimentare un becero ‘provincialismo</u>’, vincente fin’ora perché sul campo c’erano solo i detrattori dell’opera. Oggi che sono scesi in campo anche gli esperti ‘silenti’ del settore è impossibile, per i negazionisti, mantenere l’appeal di prima, anche perché, per fortuna, non siamo in regimi dal pensiero unico.<br />
                                         Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 25.5.2010</p>

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		<title>TRA NUOVE ELEZIONI E SVILUPPO DELLA MAGGIORANZA</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 21:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[No, non è stato poi tanto difficile resistere agli attacchi a cui è stato sottoposto Berlusconi nel corso di questi anni anche perché era chiara la natura strumentale degli stessi. L’obiettivo era abbastanza palese: tenerlo sulla graticola sperando di poterlo scalzare definitivamente dalla guida del paese. ruolo che gli italiani gli hanno chiaramente affidato. Oggi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		No, non è stato poi tanto difficile resistere agli attacchi a cui è stato sottoposto <strong>Berlusconi </strong>nel corso di questi anni anche <u>perché era chiara la natura strumentale degli stessi</u>. L’obiettivo era abbastanza palese: tenerlo sulla graticola sperando di poterlo scalzare definitivamente dalla guida del paese. ruolo che gli italiani gli hanno chiaramente affidato. <u>Oggi si è passati a colpire le cosiddette ‘casematte’, gli uomini della squadra che lo affiancano, sperando di fargli il vuoto attorno</u>. </p>
<p>		La manovra è più subdola anche se l’obiettivo è sempre lo stesso: <strong>capovolgere il responso elettorale disfacendo quanto la volontà popolare ha deciso</strong>. Si punta a cogliere in fallo alcuni tra gli uomini più vicini, e mettere all’indice gli altri sperando in un loro crollo psicologico che potrebbe, come effetto domino, trascinare nello sfascio l’intera maggioranza. Se a ciò si aggiunge l’<strong>incredibile vicenda finiana</strong>, ci si rende conto delle difficoltà reali che si stanno attraversando e del terreno minato su cui si opera. </p>
<p>		<strong>Oggi, comunque, non basta più resistere</strong>. Si sentono, infatti, scricchioli nel rapporto con la gente tra la quale rischia di passare un messaggio profondamente sbagliato su una ipotetica corruzione generalizzata, sull’identica situazione rispetto al passato, sui cosiddetti privilegi della ‘casta’, il tutto alimentato dallo sfrenato e improvvido qualunquismo che è la nuova bandiera dei mass-media e dell’intera sinistra. Se a ciò si aggiunge che <u>tra la gente serpeggia il dubbio sulla reale possibilità di realizzare le riforme, il quadro è completo</u>.</p>
<p>		 <u>Che fare? si sarebbe domandato Lenin</u>. <strong>Nient’altro che accelerare l’iter sulle scelte di fondo</strong>: quelle economiche per rendere più stabile la situazione italiana; quelle della realizzazione infrastrutturale per accelerare la ripresa produttiva; quelle riferite alla modernizzazione dell’impalcatura costituzionale per dare più potere agli organi esecutivi; quelle sulle competenze per riportare ad un unico centro decisionale scelte di interesse nazionale quali l’energia e le grandi opere; <u>quelle del federalismo non per accontentare la Lega ma per determinare profonde correzioni nella gestione della cosa pubblica; quelle riferite alla giustizia per togliere il paese dal perenne condizionamento di uno dei ‘poteri’ sugli altri due.<br />
</u><br />
		<strong>Si obietterà che è facile a dirsi, ma ch’è difficile a farsi </strong>stante, le difficoltà che vengono dall’interno della maggioranza. Se le cose stanno così ci sono due alternative: <u>o si determina una situazione di ingovernabilità andando, quindi, a nuove elezioni</u> per liberare il campo da velleitari condizionamenti e vergognosi ricatti, <u>o bisogna pensare all’allargamento della maggioranza</u> non solo per neutralizzare disegni paralizzanti e logoranti, ma anche per rimettere al servizio del Paese una forza, come l’<strong>UDC </strong>o come vorrà chiamarsi prossimamente, che <strong>si è ‘autopunita’ abbastanza </strong>nel corso di questi ultimi due anni e che va pienamente recuperata.</p>
<p>		<strong>Bossi </strong>dice che <strong>Casini è come Fini </strong>e che, quindi, è inutile. <strong>Io penso che Casini sia stato come Fini </strong>ma che la ‘quarantena’ e anche i recenti risultati elettorali lo abbiamo fatto ‘rinsavire’. Bossi, perciò, dovrebbe riflettere sul fatto che, forse, senza l’allargamento della maggioranza (leggi Casini) si rischia di mandare in fumo un lavoro sul federalismo che si persegue da troppo tempo, e si rischiano nuove elezioni con tutto quel che ne consegue.</p>
<p>		<strong>Se si ragiona nell’interesse del Paese e non nell’interesse del proprio orticello non ci possono essere dubbi</strong>: si tratta di rafforzare un Governo e non di sostituirlo. La crisi economica, le difficoltà dell’euro, le storture del sistema politico italiano, <u>la necessità del ‘fare’, debbono prevalere sui giochi e i giochini da prima Repubblica </u>che anche gente che sembrava vaccinata è impegnata purtroppo a perseguire.</p>
<p>		 					Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 20.5.2010</p>

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		<title>TRASPORTI: C&#8217;E&#8217; PURTROPPO CHI REMA CONTRO</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 2010 20:49:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il collegamento navale Messina-Salerno imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il <strong>collegamento navale Messina-Salerno </strong>imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, <strong>e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano</strong>. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima unità, ha già raggiunto, come sembra, le quattro navi che fanno la spola tra i due terminali, <u>non si riesce a capire “l’aiuto” che gli viene fornito dalla Rete Ferroviaria Italiana, un aiuto che accentua ulteriormente l’isolamento della regione Calabria nei confronti del Paese</u>.</p>
<p>		Il <strong>Gruppo Fs </strong>non solo non ha in calendario la realizzazione dell’<u>Alta Velocità da Salerno verso le zone del profondo Sud</u>, ma addirittura <u>sta smantellando quel poco che serviva ad evitare mezzi di trasporto diversi dalle rotaie </u>se è vero, com’è vero, che sono stati <strong>cancellati 12 treni ad lunga percorrenza verso Milano e Torino</strong>; <strong>la liquidazione della mitica ‘Freccia del Sud</strong>’ che negli anni del boom economico trasportava la forza-lavoro meridionale verso il triangolo industriale del Nord; <strong>lo smantellamento della divisione Cargo; e la dismissione di alcuni impianti a Paola</strong>.  </p>
<p>		<strong>Una vergogna </strong>che ha determinato la proclamazione di uno sciopero regionale tra il 12 e 13 maggio da parte di tutte le sei sigle sindacali, la presa di posizione di quanti, tra uomini politici nazionali e regionali,  sono fortemente preoccupati per l’<strong>arrogante indifferenza del gruppo dirigente della Rfi </strong>che, in ultima analisi, penalizza soprattutto le popolazioni calabresi e la loro aspirazione a diventare parte integrante della nazione che a 150 anni dalla sua creazione non ha ancora risolto il nodo del Mezzogiorno d’Italia.  </p>
<p>		La scelta di smantellamento della rete ferroviaria è ancor più grave e assume aspetti veramente paradossali dopo le decisioni dell’<u>autorità portuale di Gioia Tauro </u>a cui ha contribuito la nuova Giunta Regionale della Calabria, di <u>riduzione consistente della tassa di ancoraggio per le navi</u>. Scelta questa indispensabile per favorire una inversione di tendenza nei processi di sviluppo dello scalo marittimo più importante del Mediterraneo, ma che verrebbe vanificata da scelte suicide e penalizzanti di una Regione che rischia di diventare un classico binario morto nel sistema dei trasporti italiani.</p>
<p>		E’ necessario, quindi, <u>sostenere le iniziative sindacali se esse non si riducono alla difesa dell’esistente o addirittura ad uno sconsolante e deprimente mercanteggiamento sulle unità di trasporto da ripristinare </u>correggendo, semplicemente, la strategia di spoliazione in atto da parte del gruppo dirigente della Rfi. <strong>Va ottenuto pienamente e subito un tavolo di trattative che </strong>superando immediatamente le assurde scelte effettuate, <strong>affronti</strong>, passando dalle parole ai fatti, <strong>tutto quanto diventerà necessario con la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina </strong><u>che ha la sua ragion d’essere proprio nell’aggancio al corridoio europeo 1 (Berlino-Palermo e Catania) ed all’Alta Velocità oggi bloccata a Salerno</u>.</p>
<p>		Il Sud ha una grande carta da giocare legata all’attraversamento stabile dello Stretto, e questa carta non va sprecata. <u>Se c’è qualcuno che rema contro al futuro del Mezzogiorno che può e deve diventare una base logistica dell’intera Europa</u>, <strong>deve essere messo in condizioni di non nuocere anche a costo di dover procedere a vere e proprie ‘epurazioni’ di manager </strong>che stanno dimostrando di badare solo all’interesse del piccolo ‘orticello’ che hanno avuto affidato,  e non all’insieme dei problemi del Paese.  <strong>Per fortuna che, in questo Paese, c’è un Governo che sa governare, e che se lasciato governare sa pensare in grande</strong>.</p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 10.5.10</p>

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		<title>ULTIMI E DISPERATI TENTATIVI DI BLOCCARE IL PONTE</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 21:08:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È arrivata sulla scena del dibattito, pro o contro il Ponte sullo Stretto, la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È arrivata sulla scena del dibattito, <strong>pro o contro il Ponte sullo Stretto</strong>, <u>la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor</u>. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, <u>il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte a campata unica, come alternativo allo stesso</u>, con la speranza, neanche tanta nascosta, di poterne bloccare l’iter realizzativo.</p>
<p><strong>Anche la proposta di Ponte galleggiante conferma così il furore nichilista di quanti, per scelta ideologica, cavalcano aprioristicamente qualunque ipotesi che sia in opposizione al Ponte sullo Stretto</strong>. <u>Ed è stato così anche al Convegno di presentazione del progetto del Ponte galleggiante dove sembrava di assistere, con qualche timida eccezione, alla celebrazione del No</u>, caratterizzata, oltre che dai soliti catastrofismi (venti, terremoti, smottamenti, finanziamenti, difficoltà di costruzione, disastri ambientali) da subdole ipotesi sospensive che possiamo così sintetizzare: ‘<em>il ponte galleggiante abitato è il non plus ultra nel settore dei ponti e, ergo, sarebbe opportuno che ci si fermasse un attimo per valutare se la medicina alternativa proposta è veramente innovativa</em>’.</p>
<p>Pura e semplice irragionevolezza giocata contro il Ponte che ha già subìto un iter quanto basta travagliato e lungo, che ha visto una <u>gara d’appalto regolarmente espletata, con gli aumenti di capitale della Società Stretto di Messina decisi, con gli stanziamenti del Cipe effettuati, e che si trova adesso nella fase di progettazione esecutiva da rendere concreto entro il 30 settembre prossimo</u>. Ma questa scellerata  illogicità va diritto contro gli interessi delle popolazioni calabre e sicule che sull’attraversamento stabile dello Stretto fondano le loro speranze di un sano riscatto economico e sociale. Ma onde evitare d’essere accusati di identico aprioristico atteggiamento contro l’ultima proposta avanzata, facciamo un minimo di ragionamento. </p>
<p><strong>I due Ponti supposti alternativi </strong>(a campata unica o galleggiante) <strong>non sono per nulla tali per tre importanti motivi</strong>: <u>la localizzazione, le ipotesi di finanziamento e le motivazioni che li sorreggono</u>. Nel caso della localizzazione, il Ponte a campata unica sarà costruito nel punto più vicino tra le due sponde e, attraverso una serie di viadotti e gallerie, si eviterà il massacro del territorio determinando l’amalgama con le zone abitate. La seconda ipotesi progettuale, vale a dire il Ponte galleggiante, avverrebbe diversi chilometri più a sud, vale a dire direttamente tra due zone densamente abitate delle due città, che non sarebbero sorvolate ma interessate massicciamente e direttamente, e con le tante difficoltà operative che è ingenuo sottovalutare.</p>
<p><strong>Il finanziamento</strong>. Nel primo caso oltre al 40% di capitale pubblico, pari a 2,5 miliardi di euro, già deciso e deliberato, si ricorrerà al project finance per il restante 60% pari a 3,8 miliardi di euro; per il ponte galleggiante abitato si ipotizza un autofinanziamento con la congetturata vendita di 3 milioni di mq. di abitazioni ed altro!</p>
<p><strong>Diverse profondamente le motivazioni delle due opere</strong>. Per il Ponte galleggiante si tratta di realizzare un collegamento che sia propedeutico all’interscambio tra le due città e le due province. In poche parole è un’opera finalizzata al pendolarismo o, se proprio si vuol andare oltre, utile alla conurbazione ed alla creazione della <strong>Città dello Stretto</strong>. Valore importante per le due realtà urbane e per i cittadini dei due territori, ma senza una rilevante portata economica per un tangibile sviluppo delle aree meridionali. <strong>Il Ponte sullo Stretto, quello per intenderci già appaltato e avviato alla realizzazione, è nato come collegamento tra le due sponde ma è diventato, nelle scelte europee, segmento importante del corridoio 1 Berlino-Palermo</strong> il cui obiettivo è quello di  ridurre i tempi di percorrenza  delle merci da e per il Nord Europa da e per Medio ed Estremo Oriente.</p>
<p>Non può sfuggire a nessuno, salvo preconcetti e furori ideologici, l’importanza di captare il traffico merci che nel Mediterraneo ammonta al 30% dell’intero traffico mondiale,  e delle ricadute che tale captazione determinerà nelle regioni meridionali che diventeranno una reale base logistica dell’Europa. <strong>Né potrà sfuggire che il Ponte determinerà un’infinita serie di ricadute infrastrutturali le più importanti delle quali saranno </strong>l’Alta velocità, oggi ferma a Salerno, che toglierà anche la Calabria e la Sicilia dall’isolamento in cui si trovano; il potenziamento dei porti che attorno all’hub principale di Gioia Tauro necessariamente dovranno essere sorretti e potenziati (da Siracusa a Catania, da Palermo a Milazzo, da Messina a Reggio e Vibo Valentia); la conclusione del rinnovo della A3, della Statale Jonica 106 e delle pedemontane. Questa lista non esaustiva di conseguenze positive per l’intero territorio fanno difetto nell’ipotesi alternativa.</p>
<p>C’è troppo in gioco per permettere che venga rimesso in discussione quanto, faticosamente, si è riusciti a far partire. La baricentricità mediterranea del Ponte rispetto ai Paesi rivieraschi ne fa un’opera che può saldare il Sud d’Italia con i paesi che si affacciano nel Mediterraneo: una cerniera tra Africa ed Europa. Dovrebbero solo far sorridere i lai di quanti pensano che basta avere un minimo di visibilità per sentenziare sul futuro di intere popolazioni.</p>
<p><strong>Nessuno osi toccare il futuro del Mezzogiorno</strong>.</p>
<p>							Bruno SERGI*<br />
							Giovanni ALVARO</p>
<p>* Docente Facoltà Economia Università di Messina</p>
<p>Cofondatori del ‘Comitato Ponte Subito’</p>
<p>Reggio Calabria 4.5.2010</p>

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		<title>ORA BISOGNA REALMENTE FARE FUTURO</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 08:10:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La riunione della Direzione nazionale del PdL segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da Gianfranco Fini con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La riunione della <strong>Direzione nazionale del PdL </strong>segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da <strong>Gianfranco Fini </strong>con il Presidente del Consiglio <strong>Silvio Berlusconi</strong>.  <u>E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel partito appare, come tale, all’opinione pubblica, dimostrando d’essere all’altezza della situazione</u> più di quanto non fosse apparso nello stesso Congresso nazionale dove tutto sembrava predisposto, meccanico e già deciso.</p>
<p>		Un salto di qualità che non solo ‘<strong>sdogana’ il PdL dall’etichetta di partito di plastica </strong>ma dimostra anche, con la diretta sulla riunione, che la democrazia nel Partito è così fortemente presente che non c’è stata preoccupazione nel rendere pubblico lo scontro in atto, e che quanto <u>blaterato da Fini sulla necessità d’avere legittimità di dissenso, e poter dire ciò che voleva, era solo una richiesta  strumentale, falsa e ipocrita</u>, e che altrettanto strumentali, false e ipocrite sono state le ‘cosiddette’ motivazioni politiche sbandierate, in particolare quelle sulla <strong>Lega</strong>, quando da mesi gli argomenti del ‘controcanto’ si erano concentrati su tutt’altri piani.</p>
<p>		Ma c’è un altro punto che dimostra la validità della scelta di affrontare a viso aperto l’<u>atteggiamento di Fini </u>che, detto per inciso, stava provocando una fase di forte e continua fibrillazione. Mantenere l’equivoco e sottostare al fuoco di fila di Gianfranco, infatti, stava logorando sensibilmente la leadership del PdL e la capacità d’azione del partito. <u>Era necessario e urgente bloccare quello che sembrava un tentativo di cottura a lento fuoco e isolare, quanto più possibile, una manovra paralizzante.</u></p>
<p>		<strong>L’obiettivo è stato centrato</strong>, ma non possono escludersi <strong>pericolosi colpi di coda</strong>, in conseguenza dell’emersione del bluff, sulla reale consistenza degli ‘ammutinati’.  Difatti l’aver contato 11 o 12 voti contrari al documento finale, su 172 membri della Direzione (di cui 54 provenienti dall’ex AN), oggettivamente <strong>incattivisce ulteriormente il Presidente della Camera </strong>le cui affermazioni, sulla lealtà verso il partito e la necessità di realizzare il programma votato dagli elettori, appaiono semplicemente vacue. </p>
<p>		Non sembra, infatti, che lo ‘sconfitto’ sia intenzionato a rispettare le scelte della maggioranza, né di rientrare nel ruolo di <u>Presidente della Camera assolvendolo con spirito ‘super partes</u>’ se è vero, come sembra (mancando una smentita in proposito), <strong>che abbia minacciato ‘scintille’ in Parlamento</strong>. E la cosa è gravissima sia perché espressa dalla terza carica dello Stato, ma anche perché la sinistra, così sollecita a rintuzzare ogni virgola di <strong>Silvio Berlusconi</strong>, non ha trovato niente da ridire sull’ipotesi di un uso non consono della funzione ricoperta da <strong>Gianfranco Fini</strong>. Anzi, egli viene osannato in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo, come nuovo idolo.</p>
<p>		Ora c’è chi tenta, e va apprezzato lo sforzo, di ricucire gli strappi, ma sarà fatica inutile: <strong>troppa acqua è passata sotto i ponti </strong>e miserrime sono le motivazioni per poter ottenere una reale marcia indietro. <strong>Gianfranco è troppo innamorato del suo io </strong>per avere questo coraggio e troppo ansioso di vendette per accettare supinamente la perdita del proprio ‘esercito’ e la fine dei propri disegni. Gli errori commessi fino ad oggi saranno moltiplicati perché l’ira come si sa rende praticamente ciechi e il deragliamento ormai è un dato immodificabile.</p>
<p>		Il cammino che ha condotto all’Auditorium della Conciliazione colui che, <strong>impropriamente, viene chiamato il co-fondatore del PdL</strong>, è iniziato molto tempo fa (com’è testimoniato da scritti inediti di Bettino Craxi, che pubblicheremo quanto prima n.d.r.), ma ha subito una accelerazione dalla fase di costruzione del PdL che lui, come <strong>Casini</strong>, non intendeva assecondare. ‘<em>E’ stato un errore </em>-ha ripetuto a Berlusconi- <em>essere entrato nel PdL</em>’.  Ma è stato anche un errore, diciamo noi, aver pensato di poter liquidare in pochi mesi, per sostituirlo, l’autore del ‘predellino’.</p>
<p>		L’attesa, mista alla speranza che il vento che soffiava forte nelle vele issate da Berlusconi cessasse, diventava sempre più insopportabile. <u>Il premier mieteva vittorie su vittorie, e reggeva agli attacchi sistematici di una sinistra incapace di produrre una seria politica </u>e che, per ciò, <strong>affidava le proprie sorti al gossip, ai pentiti, alle intercettazioni, alla Magistratura militante</strong>. Da questo susseguirsi di successi nasceva il ‘controcanto’, l’atteggiamento da maestrino, fino alla manifestazione di Piazza San Giovanni che platealmente ha voluto disertare, magari perché speranzoso di un ‘flop’ che, con la vicenda dell’esclusione della lista PdL di Roma, <strong>poteva compromettere il risultato elettorale</strong>. </p>
<p>		Ma non è andata così: <strong>la Polverini</strong>, abbandonata al suo destino, è stata trascinata alla vittoria dal premier. E il premier si è assunto direttamente l’onere della campagna elettorale in tutt’Italia contribuendo a <strong>rafforzare le splendide vittorie di Caldoro in Campania, di Scopelliti in Calabria e di Cota in Piemonte. </strong>E’ mancata al Sud la <strong>Puglia </strong>dove, sembra, abbia messo lo zampino anche il nostro eroe. <strong>Ma questa ormai è acqua passata.</strong></p>
<p>		<strong>Adesso bisogna fare futuro </strong>non escludendo nessuna opzione per evitare di ripiombare nella guerra di logoramento che di fatto blocca le ipotesi di riforme che il Paese attende da anni, da <u>quelle costituzionali a quelle sulla giustizia, dalle politiche energetiche alle grandi opere, dall’ammodernamento dello Stato alla riforma fiscale</u>. Su quest’altare si possono pagare dei prezzi, ma ne varrà la pena perché si tratta di passare definitivamente <strong>dalla prima alla seconda Repubblica</strong>.</p>
<p>							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 26.04.2010</p>

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		<title>IL CONTROCANTO DI FINI AI SUCCESSI DI BERLUSCONI</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 18:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il controcanto, quello in cui si è specializzato Gianfranco Fini, quello che viene recitato ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere, ma è la confessione nuda [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Il controcanto, quello in cui si è specializzato <strong>Gianfranco Fini</strong>, quello che viene recitato ogni volta che <strong>Silvio Berlusconi </strong>apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un <u>grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere</u>, ma è la confessione nuda e cruda della mancanza di idee, il rifugio dove rintanarsi quando si è a corto di proposte e deficitari di iniziativa politica, e quando si pensa che non c’è altro da fare che <strong>vestire i panni dello sfascista</strong>.</p>
<p>		I poveri di spirito possono anche appassionarsi per i <em>refrain finiani </em>che se bastano a prendere le distanze da chi si intende criticare, non servono, però, per  diventare leader amato e rispettato; <u>né bastano la facilità di linguaggio, l’atteggiamento da maestrino</u>, messo in mostra ad ogni piè sospinto, <u>e il ruolo di terza carica dello Stato</u>, per affermarsi, in modo indiscutibile, quale leader di un <strong>popolo che non è solo di destra </strong>ma coinvolge <u>moderati di diversa estrazione, riformisti difficilmente inquadrabili, liberali e libertari con diversa sfumatura,  socialisti anticomunisti senza se e senza ma, garantisti con spiccata sensibilità e democratici sinceri</u>. <strong>In parole semplici il Popolo della Libertà.<br />
</strong><br />
		E’ un popolo così composito che è impossibile piegare alle proprie aspirazioni, <u>impossibile guidare senza un forte pensiero politico, e senza quel quid che si chiama ‘carisma’. </u>E’ un popolo, quello della libertà, che ha <strong>testa, cuore e pancia</strong>, e che rimane coeso se si ha capacità di parlare con semplicità a tutte e tre le componenti. Scegliere di <strong>parlare solo ai ‘pancisti’ stimola adesioni, risveglia sopite speranze, attiva il cosiddetto popolo di nicchia</strong>, ma non va oltre. Se è questo che vuole <strong>Fini </strong>non è difficile ottenerlo ma, è chiaro, che non potrà diventare leader della maggioranza, ma deve accontentarsi d’essere semplice capo di settori marginali della società. </p>
<p>		Tra l’altro è un popolo che non perdonerà mai che le <strong>riforme, per modernizzare lo Stato e ripristinare la divisione dei poteri</strong>, che tanti guasti ha causato al Paese, giunte quasi in dirittura d’arrivo, possano correre il rischio d’essere vanificate.  E perché poi? Quali sarebbero le motivazioni del controcanto?  Su quale altare bisognerebbe immolare i successi mietuti negli ultimi anni, quando più virulento si era fatto l’attacco al premier e al PdL? Ma ciò che fa più rabbia è il fatto che <u>tutto avviene quando la sinistra attraversa la più grave crisi della sua esistenza</u>.</p>
<p>		Si ha l’impressione che si stava sulla riva del fiume sperando di vedere transitare il <strong>cadavere di Silvio Berlusconi</strong>, a partire dalla vicenda dei <strong>rifiuti di Napoli</strong>, e poi del <strong>terremoto de L’Aquila</strong>, e poi ancora del <strong>G8</strong>. <u>Successi inimmaginabili e stupefacenti che anziché determinare soddisfazione provocavano fastidio </u>a qualcuno che, forse, sognava che il premier si incartasse da solo, e magari sperava (<em>fuorionda galeotto</em>) che cadesse nella rete tesagli con ‘<u>pentiti’ considerati erroneamente ‘da bomba atomica’ ma che erano semplici squinternati</u>, o che infine restasse fulminato per le intercettazioni su <strong>Bertolaso </strong>e per quelle di <strong>Trani</strong>.  </p>
<p>		<u>Infine il controcanto su tutto, la presa di distanza sulle iniziative parlamentari del Governo, l’illusione di un possibile flop della manifestazione di Piazza San Giovanni </u>(‘la terza carica dello Stato non può partecipare a iniziative di piazza’), <u>e chissà forse la speranza di un crollo elettorale </u>che con le vicende delle liste si poteva appalesare. Ma niente di questo è avvenuto, anzi <strong>il sole continua a splendere sul Cavaliere</strong>. E questo è stato, forse, troppo, incattivendo le posizioni e determinando accelerazioni che possono portare <strong>i protagonisti in un vicolo cieco</strong>.<br />
						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 21.04.2010</p>

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		<title>IL SISTEMA ELETTORALE E’ UN FALSO PROBLEMA</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 15:34:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di Gianfranco Fini centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi ad un modello elettorale a doppio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier <strong>Silvio Berlusconi </strong>sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. <u>Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di <strong>Gianfranco Fini </strong></u>centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi  ad un modello elettorale a doppio turno, non spiegando però, come il doppio turno potrebbe dare  legittimità  al semipresidenzialismo, mentre il turno unico lo penalizzerebbe. </p>
<p>		E’ bastato, quindi, poco per spostare la discussione <u>dai reali obiettivi posti da Berlusconi, ai modelli elettorali che appassionano gli ‘esperti’ del settore </u>e non certamente la grande maggioranza dei nostri concittadini. E su questo terreno se ne sono sentite di tutti i colori: <u>maggioritario, maggioritario a collegi uninominali, proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, turno unico, doppio turno alla francese, mixer alla tedesca, sistema spagnolo, intreccio tra maggioritario e proporzionale, mattarellum, porcellum e così via</u>. Discussione ‘interessante’, ma chiaramente fuori tema. </p>
<p>		Nel recente passato le motivazioni per usare un sistema piuttosto che un altro <strong>vertevano sulla necessità di garantire stabilità al governo al Paese</strong>. E detta stabilità è stata garantita per 5 anni, <strong>nel 2001</strong>, con il sistema maggioritario a collegi uninominali e quota proporzionale; ed <strong>oggi</strong>, siamo già a due anni, la stabilità sembrerebbe garantita con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Mentre <strong>nel 2006 </strong>il <strong>Governo Prodi </strong>entrò in crisi, per impossibilità di coesione tra i propri alleati, e si dovette andare a nuove elezioni. Ma fu un  passaggio obbligato stante l’impossibilità ‘politica’ di procedere alla formazione di un Governo frutto di alchimie parlamentari come era avvenuto in altre occasioni.</p>
<p>		<u>Il sistema elettorale vigente</u> (proporzionale con premio), pur dotando la maggioranza di un ampio margine per garantire la governabilità, <u>presenta delle lacune</u>, ma non tali  pervenire alla liquidazione dello stesso. Esso necessita di qualche aggiustamento e va accompagnato da provvedimenti legislativi che colgano pienamente quanto sta alla base della proposta di Berlusconi. <u>L’aggiustamento più importante è la reintroduzione della preferenza per evitare che gli eletti vengano percepiti come ‘nominati’ dalle segreterie dei partiti, anziché essere visti come scelte decise dagli elettori</u>.  </p>
<p>		Ma è indispensabile il <strong>varo di provvedimenti </strong>che fanno definitivamente uscire l’Italia dalla fase di prima repubblica indipendentemente dal sistema elettorale. Fra questi provvedimenti, <strong>il più urgente è quello di chiudere, una volta per tutte, la prassi che liquida il bipolarismo, con il quale si affronta una campagna elettorale, e lo si sottopone alla vecchia pratica dei giochi di corridoio arrivando magari a veri e propri ribaltoni.</strong> E’ una pratica che mortifica le scelte fatte dall’elettorato, ma è anche una pratica che tiene il <strong>Presidente del Consiglio </strong>ed il suo governo in uno stato di perenne ricatto parlamentare. Il potere del Presidente del Consiglio, che deriva direttamente dall’elettorato, non può essere menomato da ricatti che di politico hanno ben poco, ma deve essere garantito per  legge per permettergli di governare compiutamente. </p>
<p>		<u>E’ chiaro che obiettivi simili vengano osteggiati da chi, fuori e dentro l’attuale maggioranza, sogna di ottenere con gli intrighi di palazzo</u>, magari con il supporto dei poteri forti, quanto non è stato in grado di ottenere dalle urne. La posta in gioco è, come si vede, abbastanza importante, perché la governabilità che si persegue non è riferita solo alla durata del governo, ma alla sua qualità che può affermarsi se viene sottratta agli sgambetti, ai sotterfugi ed ai ricatti. <strong>In quest’ambito il sistema elettorale è, quindi, un falso problema.</strong><br />
						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 15.04.2010</p>

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		<title>MALATO TERMINALE PERCHE’ NON HA IL SENSO DELLO STATO</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 17:11:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le dichiarazioni fatte dal Segretario del PD, Pierluigi Bersani, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale e che, vivendo in un paese virtuale, sta tirando avanti come una specie di malato terminale. Si, affermare, infatti, che ‘dal voto non giungono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Le dichiarazioni fatte dal <strong>Segretario del PD, Pierluigi Bersani</strong>, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile <u>crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale </u>e che, vivendo in un paese virtuale, <u>sta tirando avanti come una specie di malato terminale</u>. Si, affermare, infatti, che ‘<em>dal voto non giungono elementi di sfiducia</em>’ verso il proprio partito e, addirittura, dichiarare, senza scoppiare a ridere, che si può parlare ‘<em>di inversione di tendenza</em>’ è la dimostrazione lampante del totale isolamento dalla realtà. </p>
<p>		La battuta più feroce, nei confronti di <strong>Bersani</strong>, l’ha espressa il <strong>Grillo genovese </strong>che lo ha liquidato con un “<em>delira, rimuovetelo</em><strong>”. Ma non è l’unico. Altri, <u>49 senatori</u>, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Segretario; altri ancora lanciano proclami; ed altri, <u>esterni (?) al PD</u>, come </strong><strong>Di Pietro</strong>, affondano la lama nella ferita è chiedono un passo indietro al vecchio gruppo dirigente e la promozione di una nuova generazione di quadri. Ma <u>nel tempo necessario perché essa nasca, cresca e si affermi, lui </u>‘<em>soldato e non generale</em>’, come si è autodefinito, <strong>può candidarsi a guidare la sinistra</strong>.</p>
<p>		Pochi, pochissimi, però, hanno fatto analisi serie e proposto percorsi concreti, e fra essi, quel <strong>Niki Vendola </strong><u>che ha stracciato, mortificato e sconfitto il leader maximo della sinistra post e neo comunista a cui è rimasta ormai solo l’etichetta di leader e quella di maximo</u>, dato che nelle analisi dimostra un totale obnubilamento che lo fa continuare, infatti, ad arrovellarsi il cervello su tattiche e giochi di corridoio contro l’eterno rivale <strong>Ualter Veltroni</strong>.  Vi è di più. Persevera nell’errore dell’<u>isolamento rifiutando il dialogo sulle riforme con la maggioranza e bollando come ‘scellerate trasversalità</u>’ ipotesi di accordi col nemico giurato <strong>Silvio Berlusconi</strong>.</p>
<p>		Quel che dimostra che non c’è speranza, per i sinistri, di un loro rientro nell’agone politico vero <u>non è solo lo snobbare quanti dichiarano che si rischia di restare al palo per molti anni</u>, quanto l’atteggiamento del <strong>Bersani </strong>che dinanzi agli attacchi non trova di meglio che dichiarare <u>che vuole parlare con tutti, dai 49 senatori protagonisti del ‘pronunciamiento’ allo stesso Grillo</u>. Si continua a pensare, quindi, che tutto possa essere  ricondotto a <strong>incontri, trattative, confronti ed accordi</strong>, <u>dimenticando che a muovere idee e persone sono solo le politiche</u>, le scelte vere che per essere tali non debbono, per forza, essere diverse da quelle della maggioranza.</p>
<p>		Le scelte vanno commisurate agli <u>interessi dei cittadini</u>, alla <u>costruzione di un Paese normale</u>, alla <u>fuoruscita dalla crisi</u>, al <u>ripristino della divisione dei poteri</u>, all’<u>isolamento ed alla messa fuori gioco dei settori più scatenati della magistratura </u>che deve ritornare ad essere semplice gestione della giustizia senza ‘missioni di redenzione della società’, alle <u>scelte economiche che guardino all’interesse dell’Italia</u>, alla <u>riforma del fisco ed al suo federalismo</u>, alle decisioni sulle <u>grandi opere</u>, in una parola ad <strong>un serie di scelte che dimostrino il ritorno, di questa importante forza politica, tra quelle che hanno il senso dello Stato</strong>.</p>
<p>		<strong>La gente ha espresso il suo disappunto</strong>, con l’astensione o con il cambio di schieramento, anche perché non condivide atteggiamenti che considerano positive alcune scelte se a farle è il centrosinistra, e negative se sulle stesse si impegna il centrodestra. <u>Riforma dello Stato, grandi opere, <strong>Ponte sullo Stretto</strong>, energia, interventi militari all’estero, sono tutti esempi di scelte tattiche contingenti <strong>senza  alcun senso dell’interesse vero della Nazione</strong></u>.</p>
<p>		<strong>Senza il ritorno ad una politica che abbia respiro nazionale, sarà impossibile rientrare nel gioco dell’alternanza</strong>, e tutto si ridurrà <u>con o senza Bersani ad inseguire le estremizzazioni </u>che a turno faranno <strong>Di Pietro, Grillo, popolo viola, magistratura militante e</strong>, dulcis in fundo, quello che produrrà <strong>l’eterna lotta tra D’Alema e Veltroni</strong>. L’Italia con le scelte sulle regionali ha già detto che non gli interessano.<br />
                                                     Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 2.4.2010</p>

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		<title>LA ‘CHIAMATA ALLE ARMI’ E’ STATA GIUSTA E NECESSARIA</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Mar 2010 19:55:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La discussione che si è innescata sul dopo manifestazione del 20 marzo, se era o non era opportuno che il PdL e Berlusconi vi ricorressero, ha tutto il sapore di una incredibile discussione sulla lunghezza del dito che indica la luna. Sembra, in definitiva, una discussione sul sesso degli angeli che sta trascurando ciò che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La discussione che si è innescata sul dopo manifestazione del 20 marzo, se era o non era opportuno che il <strong>PdL </strong>e <strong>Berlusconi </strong>vi ricorressero, ha tutto il sapore di una incredibile discussione sulla lunghezza del dito che indica la luna. Sembra, in definitiva, <u>una discussione sul sesso degli angeli </u>che sta trascurando ciò che la manifestazione ha prodotto e i cui effetti saranno quanto prima visibili sia nel Paese che all’interno stesso della coalizione dei moderati.</p>
<p>		Non tutti, però,  stanno facendo questo errore, che tale non è per quanti tendono a sminuire la portata dell’iniziativa e lavorano per ridimensionare l’appeal che la stessa ha determinato nella società, <u>ma ad alcuni </u>(che non possono certamente essere catalogati nella schiera delle penne e dei  giornali ‘golpisti’ o pseudo indipendenti), <u>è sfuggita la cosa più importante, e cioè l’emersione, con la manifestazione, di un ‘fiume carsico’</u> (poco importa stabilirne il numero esatto) che, malgrado gli accanimenti infiniti contro il premier, <strong>continua a scorrere gonfio e rigoglioso</strong>.</p>
<p>		Ancora una volta <strong>Berlusconi </strong>ha saputo ‘<u>far sgabello delle difficoltà</u>’ e trasformare la situazione in cui si trovava in un vero e proprio trionfo. Ancora una volta ha saputo dire al ‘fiume carsico’ di stare tranquillo perché c’è chi non è per nulla impaurito dell’<u>accanimento mediatico-giudiziario </u>e sa collocarsi saldamente alla sua testa, ed è quello <strong>che il ‘fiume carsico’ voleva sentirsi dire, ma ha anche detto con la sua emersione</strong>.</p>
<p>		<u>Questa emersione </u>è già, di per sé, un fatto rivoluzionario perché <u>ha dato visibilità a quella maggioranza silenziosa che, tradizionalmente, preferisce la riservatezza </u>e che, stavolta, <u>ha voluto rispondere alla ‘<strong>chiamata alle armi’ </strong></u>per dire No agli attacchi tesi a  liquidare un leader col quale si trova in sintonia, e No agli attacchi alla sua squadra considerati tentativi di <strong>liquidare le cosiddette ‘casematte</strong>’ che sono capisaldi della forza di un premier. In parole semplici per <u>difendere la democrazia ed evitare il  ripetersi del film di mani pulite quando si è lasciato un popolo senza classe dirigente e la ‘<strong>gioiosa macchina da guerra’ era pronta per la presa del Palazzo d’inverno</strong>.</u></p>
<p>		Con la <strong>manifestazione di Roma, necessaria e urgente </strong>non solo per l’imminenza del voto regionale, ma anche per dare una dritta all’azione del Governo, <strong>Berlusconi </strong><u>ha voluto parlare non solo al suo popolo (il fiume carsico) ma anche, inutile nasconderlo, ai guastatori che, come cavalli di Troia,  hanno frenato, dall’interno del PdL, l’azione dell’esecutivo </u>su una serie di provvedimenti urgenti (<strong>intercettazioni, separazione carriere e ruoli in Magistratura, par condicio, immunità</strong>, ecc.) che sono l’ossatura per ripristinare l’autorità di un potere messo ultimamente in discussione e fortemente indebolito dall’<u>azione di settori, per fortuna minoritari (ma non per questo meno pericolosi) di un potere antagonista come si può giudicare la parte di PM </u>(una generazione di sessantottini) <strong>che persegue l’aggressione al premier come missione da compiere.</strong></p>
<p>		Chi pensava, <strong>fuori e dentro il PdL, </strong>della imminente fine di <strong>Berlusconi </strong>ha fatto male i suoi calcoli. <u>Il Presidente è più vivo che mai, è il più lucido, il più capace, il più amato dal popolo moderato </u>(ed anche per questo il più odiato dall’altra parte di popolo), e <strong>dopo San Giovanni l’unico vero leader del PdL </strong>che ha ricevuto dalla piazza l’incarico d’andare avanti senza tentennamenti per rifondare il Paese, ripristinare la legalità costituzionale ed evitare l’ascesa al potere degli incapaci. </p>
<p>		Le vecchie strade, fatte di proclami tipo ‘pronunciamienti’ sudamericani, non sono più possibili. <strong>Le pulci fatte, sistematicamente, al premier non possono più essere tollerate</strong>. E’ urgente e necessario rispondere coerentemente all’invito pressante venuto della piazza perché non è più tempo di giochi di corridoio. <strong>Su questo percorso si deve andare avanti senza badare a chi si attarda per strada </strong>(difficoltà d’analisi, speranze represse, convincimenti di indispensabilità o altro) che, anziché badare al paese, pensa sia giusto lavorare a soddisfare il proprio Io.</p>
<p>							Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 22.3.2010</p>

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		<title>PONTE: ORA LA SFIDA PER UN’AREA D’ECCELLENZA</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 16:09:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si fa un gran parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. Sia all’interno dell’Area dello Stretto sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo adesso il suo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si fa un gran parlare del <strong>Ponte sullo Stretto di Messina</strong>. Sia all’interno dell’<strong>Area dello Stretto </strong>sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo <u>adesso il suo iter sembra aver imboccato la strada giusta </u>e ci vorranno forse sette anni prima di poterlo ammirare nel 2017, anno della sua entrata in funzione.</p>
<p>Sarà per questo che <u>il confronto delle posizioni ha raggiunto livelli incredibili</u> che si sostanziano, malgrado tonalità intermedie, <strong>tra un sì ragionato e il no incondizionato</strong>, espresso dai paladini del non fare. E dato che il parlare è uno degli sport più diffusi nel Paese, di certo, nel corso dei prossimi mesi ed anni, <u>si assisterà ad un crescendo rossiniano con grida di dolore prive d’originalità</u>, e totalmente sganciate dalle opportunità che il Ponte potrà garantire in termini di crescita economica e di nuova capacità d’impresa. </p>
<p>C’è, quindi, il rischio che si continuerà a banalizzare sul costo complessivo dell’opera, volgarizzare il rapporto tra pedaggio e costo totale dell’investimento, polemizzare sulle discariche, disegnare scenari catastrofici sulle tonnellate di cemento e di acciaio necessarie alla realizzazione, teorizzare anche sul costo del singolo bullone, <strong>criminalizzare il Ponte per ogni minimo problema </strong>che potrà presentarsi. Un modo di agire che sta già mostrando tutti i suoi lati negativi nascondendo la più totale incapacità alla lungimiranza e l’assenza di una visione d’insieme per lo sviluppo. Semplicemente, forse, per non metterci alla prova.</p>
<p><u>Con questo non si vuole affermare che la costruzione del Ponte non possa presentare aspetti che meritano attenzione e cautela</u>, <strong>ma questi vanno lasciati agli addetti ai lavori, e non alle sterili discussioni e dibattiti che appassionano gli improvvisati ingegneri, architetti e tecnici vari</strong>. Se le discariche devono essere limitate e circoscritte, per ridurre l&#8217;impatto ambientale, queste dovranno essere ‘lasciate’ alla sapienza degli ingegneri e dei geologi delle due regioni interessate alla costruzione. <u>Se è necessario, come è necessario, contrastare le possibili infiltrazioni mafiose, vanno stimolate le istituzioni pubbliche che sembrano, comunque, avervi già posto mano col protocollo d’intesa dei giorni scorsi</u>. Se vi sarà l’aumento del costo dell’acciaio esso sarà un problema per i tecnici della società contraente, e non lo si faccia diventare elemento di leggeri ragionamenti economici. </p>
<p><strong>La realizzazione a regola d’arte dell’opera </strong>coniugata con la necessità che il costo non lieviti neanche di un euro oltre la somma preventivata – malcostume diffuso nel caso dei lavori pubblici in Italia – <strong>lasciamola ad imparziali e diligenti controllori</strong>. E il check-up qualitativo del cemento e dell’acciaio, affinché l&#8217;opera non subisca danni alle piogge di fine agosto o alle prime scosse di terremoto, facciamolo fare ai genuini addetti ai lavori.</p>
<p><strong>La buona politica</strong>, non quella volta agli interessi di bottega o quella costruita su vuoti discorsi dei sobillatori del non fare, <strong>dovrebbe preparare l’appuntamento del 2017 </strong>con una visione seria dello sviluppo in un’ottica italiana e mediterranea. Il Ponte sarà il nostro &#8220;<em>Cavallo di Troia</em>&#8220;, in quanto implica una sfida con noi stessi! Se il Ponte avrà la campata unica più lunga al mondo grazie alla tecnologia più avanzata, se il Ponte ci garantirà un palcoscenico di visibilità unica e rara, se il Ponte sarà, oggettivamente, una ‘meraviglia’ che attirerà masse di visitatori, <u>perché non ci prepariamo all’evento con tutte le carte in regola?</u></p>
<p>Continuando a spendere fiumi di inchiostro si rischia di rimanere fermi al palo, e di <u>arrivare al 2017 certamente con un solenne risultato ingegneristico di livello mondiale, ma realizzato in un debole contesto culturale e sociale</u>. Di sicuro non ci sarà il deserto attorno al Ponte, come alcuni maestri del cattivo pensiero tentano di far credere, ma certamente non primeggeremo in niente. I tanti segmenti della nostra società, della cultura, del mondo imprenditoriale e quant’altro <u>dovrebbero raccogliere la sfida – a prescindere dal sì o dal no al Ponte &#8211; immaginando lo scenario del 2017 </u>per una forte Area dello Stretto, capace di reggere la competizione all’interno del Mediterraneo e diventare vero polo di attrazione. </p>
<p>Pochi esempi sono illuminanti. Una nuova filosofia dello sviluppo urbano che collochi le nostre città tra le più vivibili e verdi al mondo. Un moderno sistema di servizi delle pubbliche amministrazioni, locali e regionali, per dotare il territorio di un efficiente braccio operativo. E perché non darci un piano ambizioso per la cultura universitaria dell&#8217;<strong>Area dello Stretto del 2017</strong>, volto a costruire una realtà universitaria a livello mondiale? <strong>Un’unica Università dello Stretto o federando le tre oggi in attività (Messina, Mediterranea e per Stranieri) con l’obiettivo di collocarsi tra le prime 200 al mondo.</strong> E poi centri di ricerca davvero di eccellenza secondo i criteri internazionali. L’aspetto decisivo in un nuovo modo di operare, comunque, sta nel confrontarsi con una realtà che necessita di obiettivi precisi senza i quali si continuerebbe a mancare la meta, a confondere gli strumenti con gli obiettivi, e, soprattutto, a nascondere responsabilità ed incapacità. <strong>Serve una classe politica ed amministrativa capace di implementare pochi e ambiziosi propositi</strong>, con un nuovo modo di fare ‘sistema’. Governi regionali capaci d’utilizzare  le tante risorse europee sino ad oggi spese goffamente, e un Governo nazionale che sappia aiutare questa nuova stagione dell’eccellenza e le aspirazioni delle aree interessate.</p>
<p>Al contrario, invece, <u>si continua a discutere solo e soltanto di tematiche estranee alla scadenza del 2017</u> e si persevera nell’errore di polemizzare su cose che ci sospingono indietro nel tempo. Forse non si ha il coraggio di <strong>vedere il Ponte calato in un’altra realtà</strong>, e si preferisce mantenerla identica ad oggi. Sarebbe, però, un gravissimo errore che ci allontanerebbe anni luce da processi di sviluppo che debbono, invece, accompagnare la costruzione dell’opera. </p>
<p>Non è difficile fare, fino in fondo, la nostra parte e prepararci alla scadenza del 2017. Bisogna, però, agire subito per avere il tempo di elaborare <strong>piani d’insieme per il prossimo quinquennio</strong>. Non servono nuovi o enormi investimenti come alcuni potrebbero credere, ma soltanto ripensare la strategia della mano pubblica con le giuste idee. Programmi semplici ma ambiziosi, che siano di dominio pubblico, con obiettivi intermedi e finali da valutare, scadenze da rispettare, centri di responsabilità da osservare. Coniugando idee, piani, rigore scientifico e sforzo realizzativo. </p>
<p>Se non si è in grado di raccogliere questa sfida, programmando il tempo che ci separa dal 2017, dando il meglio di noi stessi all’interno delle nostre aree di competenza, se non si è in grado di ragionare e formulare sin da subito percorsi veramente virtuosi da tradurre in realtà esaltanti, <strong>allora gli amministratori farebbero bene a fare un passo indietro, anzi forse due.</strong></p>
<p>Bruno SERGI*<br />
Giovanni ALVARO**</p>
<p>* Università di Messina<br />
** Direzione nazionale Nuovo PSI</p>
<p>Reggio Calabria 19.3.2010</p>

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		<title>SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 23:24:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘<strong>bianco che più bianco non si può</strong>’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, <strong>nascondono propositi forcaioli</strong>. </p>
<p>		Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia <u>la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare</u>. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del <strong>Palazzo d’inverno</strong>, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’<strong>introduzione di forti e illimitati poteri ai PM</strong>. </p>
<p>		Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘<strong>golpista</strong>’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da  possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si <u>promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘<strong>via italiana al potere</strong>’; </u>con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via. </p>
<p>		<strong>Ed è ciò che avvenne</strong>. Anche oggi con la vicenda ‘<strong>liste pulite</strong>’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte <u>spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM</u>; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che <strong>sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia </strong>dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.</p>
<p>		<strong>Giustificare il cedimento </strong>con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, <strong>è solo un gravissimo errore</strong>. <u>E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste </u>(cosa normale e giusta e che già era prassi costante) <u>sarà sufficiente</u>, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e <u>indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia</u>, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, <strong>saranno di sicuro possibili malfattori</strong>.</p>
<p>		E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘<strong>scarnificare</strong>’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici <strong>Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani </strong>e quant’altri <strong>è gesto semplicemente gratuito</strong>. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma <u>togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai <strong>De Magistris di turno </strong></u>la composizione delle liste, ben sapendo che <u>i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero</u> ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, <strong>dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.	</strong></p>
<p>		<strong>E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? </strong> <u>Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri</u>.  </p>
<p>						Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 25.2.2010</p>

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		<title>LA CORTA MEMORIA DI FRANCESCHINI SUI CLANDESTINI</title>
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		<pubDate>Wed, 13 May 2009 22:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Deriva razzista”. “Scontro Italia-Onu”. “Tensione in aumento tra Onu e Governo italiano”. Sono tra i titoli più usati per ‘descrivere’ lo stato della vicenda sul respingimento (brutto termine) dei clandestini che intendono entrare nel nostro Paese. Il tutto è accompagnato, con le dichiarazioni sempre più apocalittiche di Franceschini e Livia Turco, ma anche con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>	            “Deriva razzista”. “Scontro Italia-Onu”. “Tensione in aumento tra Onu e Governo italiano”. Sono tra i titoli più usati per ‘descrivere’ lo stato della vicenda sul respingimento (brutto termine) dei clandestini che intendono entrare nel nostro Paese. Il tutto è accompagnato, con le dichiarazioni sempre più apocalittiche di <strong>Franceschini </strong>e <strong>Livia Turco</strong>, ma anche con le prese di posizione di esponenti della <strong>Chiesa cattolica</strong>, come <strong>monsignor Marchetto</strong>; con quelle ‘personali’ del Commissario per i diritti umani del <strong>Consiglio d’Europa, Hammarberg</strong>; con la discesa in campo dell’Alto Commissariato per i rifugiati politici delle Nazioni Unite; e, addirittura, con l’appello del <strong>Segretario Generale dell’ONU, Ban-Ki-Moon.</strong><br />
		Sembra un ‘dejà vu’, non tanto per la vicenda in se, quanto per gli apporti che alle vicende italiane vengono collezionati sul piano internazionale. Si ha l’impressione di una regia che ‘recluta’, i ‘pronunciamenti’ col fine di ‘isolare’ il <strong>Governo Berlusconi </strong>e metterlo in difficoltà. E’ prassi normale per la sinistra, specialista in queste operazioni, che spesso usa giornalisti amici, di testate straniere, per farsi aiutare. Ma non era mai successo che scendesse in campo il <strong>Segretario Generale della Nazioni Unite </strong>a perorare la soluzione di un problema che ha solo un risvolto di vergognosa polemica interna all’Italia.</p>
<p>		Il primo Governo italiano che ha deciso il respingimento dei clandestini è stato il <strong>Governo Prodi </strong>che bloccò, nel 1997, nel <strong>Canale d’Otranto</strong>, l’afflusso degli albanesi, purtroppo, con un risvolto drammatico. Lo speronamento di una imbarcazione albanese si concluse con un centinaio di morti. E il tutto avvenne, allora, senza alcun rispetto per il tanto invocato, oggi, diritto d’asilo. Ma questo <strong>Franceschini </strong>non lo ricorda. </p>
<p>		Dal 2005 al 2008 <strong>l’Unione Europea </strong>ha realizzato il respingimento di ben 150.000 migranti sia via mare che via terra e negli aeroporti. Nei mesi estivi del 2006 e poi nel 2007 (imperante <strong>Prodi</strong>) l’Italia assieme a Spagna, Malta, Francia, Belgio e Grecia, ma sotto l’egida dell’UE, ha bloccato, respinto e rimpatriato con la forza decine di migliaia di clandestini. Ma anche questo il nostro eroe <strong>Franceschini  </strong>fa finta di non ricordarlo. La sua memoria è sempre più corta.</p>
<p>		La novità odierna sta nel fatto che si è, finalmente, realizzato un accordo con la <strong>Libia </strong>che prevede l’accompagnamento dei barconi nei propri porti. Questo accordo fu sollecitato dagli organismi dell’EU perché la maggior parte dei disperati parte proprio dalle coste libiche, e <strong>Piero Fassino </strong>e <strong>Francesco Rutelli</strong>, lo hanno ricordano lealmente. Non altrettanto ha fatto <strong>lo smemorato Franceschini </strong>che pensa di frenare così lo sbriciolamento del suo partito ridotto ormai a fantasma. Per dimostrare, comunque, la falsità delle sue posizioni e l’imbroglio dei sostegni internazionali basta qualche considerazione. </p>
<p>		E’ giusta la preoccupazione degli organismi europei e dell’<strong>ONU</strong>, al netto dell’atteggiamento antiberlusconiano, di individuare tra i clandestini (soccorsi, non lo si dimentichi, in acque internazionali) quelli che sono in fuga da regimi autoritari e spietati. <u>Ma perché questa individuazione non la si può fare in Libia? E perché dopo l’individuazione deve farsi carico di questo problema solo l’Italia?</u> E gli altri paesi dell’EU che fanno, stanno solo a guardare e a fare le pulci al nostro Paese? Su questo l’Italia non ci può più stare.</p>
<p>		Raccogliere migranti in difficoltà in mare è un dovere umanitario indipendentemente dal successivo sbocco. Raccoglierli nelle acque territoriali di un Paese diventano un problema di quel paese. Ma raccoglierli in acque internazionali è un problema di tutta la comunità internazionale. <strong>Gli episodi che hanno fatto smuovere il Segretario Generale dell’ONU sono avvenuti in acque internazionali. Ecco perché le sue parole sono soltanto parole in libertà e sostanzialmente fuori luogo. </strong><br />
								Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria, 13.5.2009		</p>

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		<title>PdL, L’EVOLUZIONE NECESSARIA  DAL ‘CONTRO’ AL ‘PER’</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Apr 2009 11:36:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		Non c’è alcun dubbio che la falsa rivoluzione di ‘mani pulite’, liquidando gli stati maggiori dei partiti che avevano governato l’Italia dal dopoguerra agli anni novanta, aveva lasciato disorientata, smarrita e spaventata la maggioranza del popolo italiano. La paura della ’gioiosa macchina da guerra’, messa in piedi da <strong>Achille Occhetto,</strong> e pronta a cogliere, in modo indiscutibile, quel potere inseguito per oltre quarant’anni, stava giocando un brutto scherzo al popolo moderato, per la propria incontrollata dispersione. </p>
<p>		L’avanzata, come carri armati, della supponenza, dell’arroganza e della presunzione degli ex (?) stava rischiando di diventare elemento di rottura degli equilibri democratici del Paese, perché aveva diffuso a iosa la paura dell’intolleranza prima, e della fine della democrazia subito dopo. L’affacciarsi sulla scena politica di un neofita, dopo il rifiuto di raccogliere il testimone da parte di alcuni superstiti dirigenti democristiani, ha offerto un rifugio a quanti non volevano sottostare a regimi autoritari che sono sempre lo sbocco obbligato di intolleranti e supponenti.</p>
<p>		Forza Italia, messa in piedi in pochi mesi da Silvio Berlusconi, fu vista subito come l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. E ad essa ci si è aggrappati facendo naufragare le speranze degli eredi di Stalin.  Il blocco della macchina da guerra è stato realizzato su un chiaro terreno di opposizione. Forza Italia è nata per dire no ai comunisti, no al ‘golpe giudiziario’, no alla ghigliottina senza processo, no alla deriva autoritaria. Lo schierarsi in modo chiaro e netto contro tutto ciò ha fatto realizzare, insperabilmente, il primo grande successo, ma l’alleanza era ancora abbastanza indistinta e confusa. </p>
<p>		Ma i successi costruiti sul terreno del ‘contro’ non hanno lunga vita. Per averla c’è bisogno soprattutto della politica del ‘per’ come quella fatta in tutti questi anni. Non si spiegherebbero altrimenti i successi che sono seguiti e il gradimento dell’attività governativa che continua ad incrementarsi ancora oggi a 10 mesi di distanza dall’insediamento del <strong>Governo Berlusconi</strong>, e a 15 anni dalla sua ‘discesa in campo’. Si è fatta una politica ‘per’ con un programma chiaro, con obiettivi condivisi e con realizzazioni ‘frenate’ solo dagli ostruzionismi dell’opposizione e da un Parlamento stretto da lacci e laccioli di regolamenti obsoleti. L’abbaiare alla luna, sport preferito dal <strong>PD</strong>, sia quand’era diretto da Veltroni che oggi quand’è diretto da <strong>Franceschini</strong>, lascia il tempo che trova, non modifica l’orientamento della gente, e fa inanellare sconfitte su sconfitte.</p>
<p>		Non c’è stata e non c’è proposta, iniziativa, decreto o orientamento del Governo che non sia sottoposto al fuoco di fila degli oppositori. Che questo lo faccia <strong>Di Pietro </strong>è comprensibile mancandogli un retroterra politico, ma che lo faccia un partito, il PD, che ha esperienza e storia è semplicemente incomprensibile. In dieci mesi si sono minacciati scioperi, manifestazioni, referendum popolari e sfracelli più o meno risolutivi sulle proposte, in larga parte trasformate in leggi o rese operative, come quelle sull’<strong>Alitalia</strong>, sulla scuola, sulla giustizia, sui fannulloni, sul federalismo, sulle social card, sui bonus famiglie, sugli ammortizzatori sociali, sulle grandi opere, sul sostegno alle imprese, sull’energia, sulla sicurezza, sugli immigrati, sul testamento biologico, e, da ultimo, sul Piano Case.</p>
<p>		E’ sui fatti concreti che si conquista in modo duraturo l’apprezzamento dei cittadini e il loro sostegno. E’ sui fatti concreti che continuerà ad operare il nuovo strumento dei moderati riformisti, il <strong>PdL </strong>che con la propria nascita garantisce un percorso col quale si intende modernizzare in profondità l’intero Paese. E questo con o senza l’apporto dell’opposizione.</p>
<p>			Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria, 3.4.2009</p>

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		<title>LA STORIA DEL SOLDATO GIAPPONESE NON CI APPARTIENE</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 18:35:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il Congresso costitutivo del PdL , si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Con il Congresso costitutivo del <strong>PdL </strong>, si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati a svuotarsi totalmente, nel corso di pochi anni: il tempo della metabolizzazione concreta del processo di amalgama organizzativo, essendo già più che realizzata l’amalgama politica.</p>
<p>		Disperarsi, come fanno alcuni socialisti, per la possibile liquidazione di simboli e vessilli, non serve a niente: i processi politici vanno avanti comunque indipendentemente dalle singole volontà. La nostra storia, la storia dei socialisti autonomisti, dei socialisti che si rifanno a <strong>Turati</strong>, <strong> Saragat</strong>, <strong>Nenni </strong>e <strong>Craxi </strong>, è ormai storia e nessuno potrà mai cancellarla. Anche altre forze, come il <strong>Nuovo PSI</strong>, rinunceranno ai propri vessilli ed ai propri simboli. Esse avranno sicuramente una storia meno antica ma non per questo la loro è una storia meno vissuta e meno sentita. Sull’altare di un progetto comune di rinnovamento, di riforma  e di modernizzazione del Paese ognuno ha dovuto, deve, sacrificare qualcosa e rinunciare a un brandello del proprio abito. </p>
<p>		Si è scelto, infatti, di liberarsi dei simboli individuali,  parziali e partigiani, rifuggendo dal condizionamento delle ideologie, per privilegiare i comuni denominatori che hanno aiutato il popolo italiano a rifiutare la ‘<em>falsa rivoluzione’ </em>di ‘<em>mani pulite</em>’ stroncando sul nascere la ‘<em>gioiosa macchina da guerra’ </em>messa in campo, dai ‘golpisti’, dopo la decapitazione dei partiti moderati (<strong>DC, PSI, PRI, PSDI, PLI</strong>) che avevano governato l’Italia, la sua rinascita e il suo sviluppo fino a farne la settima potenza mondiale. E già allora, sul terreno dei contenuti, si avviava una convergenza con la destra parlamentare dell’<strong>MSI</strong>. <strong>Craxi</strong>, che puntava a superare l’ingessatura del sistema, rendendo spendibile una forza indispensabile alla trasformazione politica del Paese, dimostrava la propria grande lungimiranza.</p>
<p>		Sorprendersi oggi, ed attardarsi in inutili dibattiti sulle ‘<em>contraddizioni’ </em>delle alleanze non omogenee (?) <strong>ripresenta la storia del soldato giapponese </strong>che non si era accorto che il mondo aveva imboccato un’altra strada. Chi invece percepisce le novità storiche dello scenario politico sceglie, non l’atteggiamento da reduce e combattente, ma quello concreto e fattivo di sostegno ad un processo impegnativo, realizzato su valori di fondo e, di conseguenza, su obiettivi che quei valori debbono esaltare. </p>
<p>		Riformismo, laicismo, liberismo e garantismo sono le cartine di tornasole di questa scelta che deve svilupparsi non ignorando la crisi che sta sconvolgendo tutto l’<strong>Occidente </strong>, le grandi migrazioni extracomunitarie e non, il terrorismo e la instabilità in diverse zone del pianeta, e lo stesso provincialismo di settori della politica italiana. Su detti argomenti l’amalgama moderata e riformista del <strong>Governo Berlusconi</strong>, voluto dagli italiani 10 mesi fa (e che ancor oggi ha il gradimento della stragrande maggioranza della popolazione), sta operando con grande e apprezzata determinazione. Il Governo, oltre al suo leader, ha ministri di levatura incredibile che sono vanto per l’intera comunità italiana.</p>
<p>		Le misure anticrisi hanno visto il nostro Paese anticipare un percorso cui si sono poi accodati tutti: aiuto alle imprese in crisi, sostegno ai redditi bassi, più efficienti e corposi ammortizzatori sociali ai lavoratori licenziati, avvio o rilancio delle grandi opere infrastrutturali (<strong>Ponte,Tav, Mose</strong>, autostrade), prime ‘pietre’ di una nuova fase energetica del Paese, e da ultimo il <strong>Piano case</strong>; la forte migrazione, sostanzialmente non negativa per il Paese, ha dovuto essere controllata con misure più adeguate a gestire i flussi e atte a liquidare penetrazione e formazione di sacche di criminalità che hanno, ultimamente, allarmato l’opinione pubblica; e in politica estera il protagonismo dell’Italia ha evitato il proprio isolamento e ha aiutato il ruolo di mediazione in difesa della pace e per il controllo e la soluzione dei focolai esistenti. Su ogni provvedimento si è dovuto, purtroppo, assistere all’abbaiare alla luna di una opposizione sempre più alla ricerca di autori.</p>
<p>		Il <strong>Nuovo PSI </strong>è parte integrante di questa politica e di questo processo. Lo vuole vivere non da spettatore ma da protagonista, nei limiti della propria forza, certamente, ma con la voglia di mettere a disposizione della coalizione, l’esperienza, la passione e la competenza dei propri quadri, almeno quelli rimasti, avendo il grosso dei socialisti, già da tempo, fatto questa scelta.</p>
<p>			      Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 26.3.2009</p>

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		<title>LA COLLANA DEI ‘NO’ AL GOVERNO BERLUSCONI</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Mar 2009 18:57:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Son passati circa dieci mesi dal varo del Governo Berlusconi e, senza soluzione di continuità, i signori della sinistra post comunista hanno mantenuto fede alle loro tradizioni ed alle loro radici, sviluppatisi sul terreno di un’autentica doppiezza, ed hanno disseminato il campo politico di una serie di NO che, a ruoli invertiti, NON sarebbero stati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Son passati circa dieci mesi dal varo del <strong>Governo Berlusconi </strong>e, senza soluzione di continuità, i signori della sinistra post comunista hanno mantenuto fede alle loro tradizioni ed alle loro radici, sviluppatisi sul terreno di un’autentica doppiezza, ed hanno disseminato il campo politico di una serie di NO che, a ruoli invertiti, NON sarebbero stati TUTTI tali. E’ ovvio che si parla solo dei NO espressi su provvedimenti nazionali perché elencare anche quelli periferici sarebbe stato veramente un compito improbo.</p>
<p>		Ha iniziato <strong>Veltroni </strong>non contento della sconfitta subìta, e non pago dei rovesci che si susseguivano ad ogni elezione. Ha continuato <strong>Franceschini</strong>, anche lui, non ancora soddisfatto delle calamità abbattutesi sull’amalgama ‘malriuscito’ com’è stato definito il <strong>PD</strong>. Ambedue, comunque, prigionieri dell’inseguimento della loro creatura, tal <strong>Antonio Di Pietro </strong>che, senza un briciolo di riconoscenza, si sta comportando come quel ‘<strong>lupo africano’</strong>, il licaone, che sbrana e divora le proprie vittime quando sono ancora in vita. Da qualche giorno, però Franceschini, sembra aver cambiato tattica con il lancio di proposte demagogiche e populiste.</p>
<p>		Ma vediamo, in sintesi, le nove perle espresse a gran voce dai dirigenti pro-tempore della sinistra catto-comunista del PD, la sola, per intenderci rappresentata in Parlamento, ma scarsamente sostenuta dall’opinione pubblica.</p>
<p>•	<strong>Giustizia 1</strong>: si è partiti col no al cosiddetto ‘lodo Alfano’ che non annulla i procedimenti penali a carico delle più alte cariche dello Stato ma li rinvia (bloccando, comunque, la decorrenza dei termini). Si è sparato ad alzo zero, minacciando referendum e quant’altro, e presentando la legge come un tentativo d’impunità e non, com’è negli altri paesi occidentali, come un meccanismo per sottrarre, nel periodo di vigenza dell’incarico istituzionale, gli interessati alla gogna mediatica.<br />
•	<strong>Giustizia 2</strong>: anche sulle intercettazioni un deciso no, presentando l’ipotesi di riforma (non di abolizione delle intercettazioni) come un “regalo alla criminalità”, e non per quello che è realmente, cioè la liquidazione degli abusi usati spesso  per fini non di giustizia.<br />
•	<strong>Federalismo</strong>:  le difficoltà a cavalcare un no netto nascono dalla necessità di lanciare segnali di fumo alla Lega nella non nascosta, ma illusoria, speranza di un nuovo ribaltone. Alla fine, però, prevalgono le categorie dell’unità d’Italia, e del no all’aumento della spesa pubblica e della burocrazia.<br />
•	<strong>Scuola</strong>: ci si ricorda il grande battage contro la Gelmini, il tentativo di cavalcare l’ONDA, l’uso strumentale degli scolari contro lo smantellamento della scuola elementare e il falso licenziamento dei professori in esubero.<br />
•	<strong>Alitalia</strong>: allarmismi ad iosa, accuse di promesse preelettorali, ma nessuna controproposta, e oggi l’Alitalia è di nuovo in attività con una cordata di imprenditori italiani. Si continua a polemizzare sui tre miliardi di debito della compagnia scaricati sugli italiani.<br />
•	<strong>Grandi opere</strong>: un No a TAV, Mose e Ponte sullo Stretto (presentato questo come specchietto per le allodole) a fronte di un’esaltazione del superpiano di Barack Obama teso a bloccare la crisi che ha colpito l’Occidente.<br />
•	<strong>Social Card</strong>: è stata considerata un’elemosina di Stato (dimenticando quanto abbiano ‘gradito’ i pensionati al minimo).<br />
•	<strong>Nucleare</strong>: tenendo conto del nuovo orientamento dell’opinione pubblica, il No alle centrali nucleari non viene espresso per motivi ‘ambientali’ o cavalcando la paura del dopo Chernobil, ma semplicemente perché ‘sarà l’ennesimo spreco di denaro pubblico’, mentre comprare l’energia dalla Francia o da altri paesi confinanti sarebbe un risparmio.<br />
•	<strong>Piano case</strong>: prima ancora di conoscere il piano il Franceschini si è scatenato con un ‘si apre una nuova stagione di cementificazione selvaggia’ ignorando che il piano è una cornice quadro, mentre le azioni concrete spettano alle Regioni (<strong>Loiero</strong>, per esempio, è d’accordo).</p>
<p>		Come si vede sono ‘<strong>NIET’ </strong>a prescindere che hanno spazzato e continuano a spazzar via qualsiasi possibilità di dialogo che pur servirebbe al Paese, con i tempi che corrono e la depressione imperante. Ma fintanto che si guarda a come evitare scavalcamenti e concorrenze, più o meno leali da parte di alleati, sarà difficile se non impossibile vestire i panni di forza sensibile agli interessi della Nazione.</p>
<p>		Anche le ultime boutade di Franceschini non aiutano presentando una forza con corto respiro e senza vere idee per il futuro del Paese.  </p>
<p>				Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 12.3.2009</p>

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		<title>I BRONZI DI RIACE SIANO GLI AMBASCIATORI DELLA CALABRIA</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Feb 2009 20:02:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In mancanza d’altro si tenta di costruire il casus belli sulla richiesta di Silvio Berlusconi di esporre i bronzi di Riace, in occasione del G8, del prossimo luglio, a La Maddalena , in Sardegna. E’ la solita storia, come sempre ci si aggrappa, come i naufraghi, a qualunque pretesto per uscire dall’isolamento politico in cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<li>	In mancanza d’altro si tenta di costruire il <em>casus belli </em>sulla richiesta di <strong>Silvio Berlusconi </strong>di esporre i <strong>bronzi di Riace</strong>, in occasione del <strong>G8</strong>, del prossimo luglio, a <strong>La Maddalena </strong>, in Sardegna. E’ la solita storia, come sempre ci si aggrappa, come i naufraghi, a qualunque pretesto per uscire dall’isolamento politico in cui ci si trova, e si parte, per la contesa, sfornando, a raffica, comunicati stampa. In prima fila <strong>CGIL</strong>, <strong>PD </strong>, novelli esperti e “tecnici della Soprintendenza calabrese”. Ma non sarebbe ora di finirla con le chiusure precostituite, le approssimazioni sulle presunte fragilità delle statue, lo sfoggio di tecnicismo senza basi scientifiche e l’alimentazione della ridicola paura di uno scippo?</p>
<p>		Le statue sono patrimonio dell’umanità, e in quanto rinvenute nei nostri mari sono sotto la giurisdizione dello Stato italiano, e perché rinvenute nel mare jonico della Calabria affidate, <strong>per legge</strong>, al <strong>Museo Nazionale di Reggio Calabria.</strong> Che significa quindi diffondere preoccupazioni e paure e tuonare come fa il Segretario Provinciale delle CGIL contro la proposta dicendo che si tratta di un “<em>attacco a Reggio Calabria e, udite, udite,  di trame sotterranee contro la città messi in atto direttamente dal Governo Berlusconi?</em>”. E quale sarebbe il motivo? Perché il Cavaliere Berlusconi dovrebbe penalizzare la città di Reggio Calabria? Che motivi avrebbe per punire una città che tanto sostegno ha tributato, e altrettanto ne continuerà a tributare, nel prossimo futuro,  al fronte moderato raccolto attorno al <strong>PdL</strong>?</p>
<p>		La si smetta di far ridere mezza Italia dando l’impressione di una Calabria simile ad una riserva indiana che ‘difende un proprio totem’ opponendosi anche ad un semplice spostamento, dei <strong>Bronzi di Riace</strong>, tra l’altro, in un periodo di chiusura del Museo per lavori di restauro, che gli sono stati affidati dopo averli restaurati, e dopo una straordinaria esposizione, nei saloni del Quirinale, che ne ha decretato un strepitoso successo, che va, però, alimentato continuamente.</p>
<p>		<strong>Vittorio Sgarbi </strong>, critico d’arte senza eguali, ha già espresso la propria idea ridicolizzando la ‘balla’ della fragilità delle opere; ha, a muso duro, catalogato come ‘imbecilli e falsari’ quei ‘tecnici’ che mantengono l’accento su questa ‘baggianata’; ha criticato, senza peli sulla lingua, la CGIL che con la ‘<em>trama sotterranea’ </em> ha teso a lanciare ‘<em>una vera e propria intimidazione senza logica e senza fondamento, tipica della retorica della falsa conservazione e di una sterile ideologia mista a una forma patologica di campanilismo’</em>; e, dinanzi ad affermazioni come: ‘è una vera follia lo spostamento. Il Sindaco ha il dovere, senza ‘se’ e senza ‘ma’ di non spostarli’, espressa dal neo Segretario provinciale del PD, lo ha fortemente attaccato con: ‘<em>Tra le forme di cultura del piagnisteo che dominano in Italia ci sono quelle dei conservatori dei musei che tengono le opere come se fossero proprietà privata’</em>.</p>
<p>		L’invito che Sgarbi ha rivolto al <strong>Presidente del Consiglio </strong>ed al <strong>Ministro dei Beni Culturali </strong>a non farsi intimidire, mi sento di rivolgerlo anche al Sindaco di Reggio che ha raggiunto il consenso bulgaro del 72% per le sue grandi doti di ‘governo’ della cosa pubblica e non perché si sia fatto condizionare dalle pulsioni conservatrici o semplicemente provinciali della parte meno acculturata della gente che amministra, né dalla minaccia di sfracelli popolari che la sinistra minaccia ad ogni piè sospinto.  </p>
<p>		Lo si è visto per opere importanti, osteggiate, come sempre dalla casta del NO, e realizzate per la capacità decisionista del <strong>Sindaco Scopelliti </strong>. Avanti, quindi, Sindaco, senza tentennamenti: i bronzi possono e debbono diventare gli ‘ambasciatori’ della nostra amata terra.</p>
<p>						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 15.2.2009
</li>

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		<title>TAR, SCELTA OBBLIGATA PER LA CENTRALE A CARBONE DI SALINE</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Feb 2009 08:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La scelta della SEI (Società svizzera proponente l’insediamento di una centrale a carbone in Calabria) di rivolgersi al TAR per sbloccare l’impasse che si è determinato sulla vicenda, può sembrare una forzatura nei confronti della Regione Calabria, di alcuni Comuni schierati contro e nei confronti dell’intera casta dei NO che tanti ritardi e danni ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<li>        La scelta della <strong>SEI</strong> (Società svizzera proponente l’insediamento di una centrale a carbone in Calabria) di rivolgersi al TAR per sbloccare l’impasse che si è determinato sulla vicenda, può sembrare una forzatura nei confronti della <strong>Regione Calabria</strong>, di alcuni Comuni schierati contro e nei confronti dell’intera casta dei NO che tanti ritardi e danni ha provocato, in tutti questi anni, nell’intero Paese in riferimento a indispensabili opere pubbliche, a più che urgenti ammodernamenti infrastrutturali, a necessari raddoppi delle più importanti vie di comunicazione ed alla diversificazione e all’ampliamento delle fonti energetiche. </p>
<p>		Al contrario di quanto si possa pensare la scelta della SEI, salutata positivamente da quanti vedono nell’insediamento energetico di <strong> Saline Joniche</strong> una occasione da non perdere per lo sviluppo dell’area interessata e per rendere il Paese meno esposto ai ricatti del mercato, è la logica conseguenza dell’atteggiamento pregiudiziale della Regione Calabria che denota un’avversione ideologica all’insediamento tanto da decidere negativamente senza attendere le conclusioni di tecnici ed esperti della materia. E’, quindi, chiaramente solo una chiusura aprioristica il non voler tenere in alcun conto le procedure previste dalla legge e il non voler attendere la conclusione della <strong>VIA</strong> (Valutazione Impatto Ambientale). Forse c’è paura e preoccupazione che i luoghi comuni sull’inquinamento vengano liquidati come allarmismi e basta?       </p>
<p>		La Regione, per il ruolo che dovrebbe esprimere, non può, nel sostenere le proprie tesi, trincerarsi dietro la decisione, operata dal proprio Consiglio, di vietare l’uso del carbone su tutto il territorio regionale. Detta decisione è assolutamente assurda anche perché se dovesse passasse l’idea che l’opposizione delle autonomie regionali sia sufficiente a bloccare insediamenti energetici ci si potrebbe trovare, teoricamente, a non poter soddisfare le esigenze dell’intero Paese: ogni Regione, infatti, potrebbe dire di NO e l’Italia dovrebbe continuare a comprare l’energia dai Paesi confinanti come avviene oggi con Francia, Austria e Slovenia. Si ripresenterebbe, per l’energia, lo stesso scenario vissuto per i <strong>termovalorizzatori</strong>, assurti alla notorietà nazionale dopo le vicende campane che hanno messo in luce che per smaltire i rifiuti bisognava spedirli in Germania con enorme aggravio economico.</p>
<p>		Per fortuna il <strong>Governo Berlusconi</strong> è stato capace non solo di ripulire le strade di Napoli, ma anche di decidere per l’apertura di discariche provvisorie e per l’avvio della realizzazione dei termovalorizzatori necessari in Campania e nel resto del Paese. Non si chiede un’azione di forza simile, anche in Calabria, sui problemi dell’energia, ma essendo il ricorso al Tar un percorso che coinvolge l’interesse nazionale, non sarebbe opportuno la costituzione in giudizio anche del Governo italiano? Noi crediamo di si, perché dinanzi ad una classe dirigente calabrese chiusa nel proprio orticello e poco sensibile alle necessità più generali del Paese, è necessario riuscire a correggere le distorsioni inserite nelle ‘scelte’ del Consiglio. Scelte inserite al solo fine di ‘<em>accontentare’ </em> soggetti della maggioranza che hanno la loro ragion d’essere solo nel rifiuto pregiudiziale ad ogni insediamento.</p>
<p>		Sarebbe augurabile, però, che ci fosse un ripensamento della Regione per evitare non solo il rischio di ‘subire’ l’insediamento con una sentenza del Tar, ma soprattutto per evitare di bruciare l’occasione di una reale e corposa trattativa a favore dell’intera area grecanica che deve trarre dall’insediamento energetico vere e concrete ricadute per un diverso e reale sviluppo socio-economico. Un investimento di 1 miliardo e 300 milioni di euro non può liquidarsi con estrema noncuranza. </p>
<p>		C’è chi, responsabilmente, ha cominciato a riflettere e a correggere le proprie estemporanee posizioni subordinandole, ovviamente, a stringenti confronti con la Sei, a certezze ambientali e ad assicurazioni sulla non incompatibilità dell’insediamento con le vocazioni turistiche dell’area interessata. C’è chi, come l’<strong>on. Giovanni Nucera</strong>, partendo da dette considerazioni dichiara che per l’ambiente ‘<em>non esistono politiche ecologiche del no e basta, ma è possibile attuare politiche attive di salvaguardia e di sviluppo privilegiando il ruolo dell’uomo’  </em>e in riferimento alla centrale di Saline Joniche <em>‘… non ci è sembrato di cogliere elementi di tranquillità nelle risposte <strong>finora </strong>fornite dalla società interessata all’investimento’</em>. Posizioni intelligenti ed aperte al confronto, al dialogo ed all’accordo sulle ricadute economiche e sociali sul territorio.</p>
<p>		Sarà difficile un ripensamento anche da parte della Regione? Speriamo di no, augurandoci una reale folgorazione sulla via di Damasco.<br />
						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 10.2.2009
</li>

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		<title>ENERGIA, OCCASIONE ANCHE CONTRO LA RECESSIONE</title>
		<link>http://www.partitosocialista.org/549-energia-occasione-anche-contro-la-recessione/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Jan 2009 13:42:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<category><![CDATA[centrale a carbone]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni ALVARO]]></category>
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		<description><![CDATA[Le misure assunte dal Governo Berlusconi per contrastare la recessione, con il varo del pacchetto investimenti (16,6 miliardi per opere infrastrutturali) , e con l’approvazione della legge anticrisi, sono tra le più azzeccate e politicamente più lungimiranti com’è stato riconosciuto da tutta la Comunità occidentale. Da una parte infatti tendono ad offrire uno sbocco a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Le misure assunte dal   <strong>Governo Berlusconi </strong>per contrastare la recessione, con il varo del pacchetto investimenti (16,6 miliardi per opere infrastrutturali) , e con l’approvazione della legge anticrisi, sono tra le più azzeccate e politicamente più lungimiranti com’è stato riconosciuto da tutta la Comunità occidentale. Da una parte infatti tendono ad offrire uno sbocco a quanti perderanno il posto di lavoro e saranno costretti ad ingrossare le fila dei disoccupati, ma dall’altra aiuteranno a far crescere realmente l’intero Paese. </p>
<p>		Non si tratta di investimenti tesi a far scavare buche ad alcuni e a farle riempire ad altri, ma di investimenti tesi a rammodernare effettivamente il paese come sono le opere pubbliche e quelle infrastrutturali. Eppure c’è stato chi ha storto il naso e ha dichiarato forte il suo NO. Per i tempi che si stanno vivendo non è una normale prassi tra maggioranza e opposizione. Oh Dio, non che ci si scandalizzi più di tanto per questa ennesima dimostrazione di cecità a fronte della crisi che stiamo attraversando, ma non sarebbe stato un errore l’evitare il ripetersi dello medesimo ritornello.   </p>
<p>		Un ritornello che abbiamo purtroppo avuto modo di ascoltare anche in Calabria, dove è sconcertante che si rifiuti un <strong>investimento  PRIVATO di 1 miliardo e 300 milioni </strong>di euro per la costruzione di una Centrale a carbone in quel di <strong>Saline Joniche</strong>. Tale rifiuto non è espresso solo dalle normali e tradizionali vestali del NO (associazioni verdi, partiti di estrema sinistra, santoni di ogni risma, predicatori ecologici, ecc.) che, a prescindere, sono sempre contro, ma esso è espresso dalla <strong>Giunta regionale Loiero </strong>che così facendo condanna una delle zone più degradate della Calabria a mantenere il proprio sottosviluppo e continuare con la propria endemica miseria.</p>
<p>		E’ comunque opportuno ricordare:<br />
•	che l’investimento servirebbe a lenire la forte disoccupazione esistente nella zona;<br />
•	che esso si inquadrerebbe nell’azione dei governi occidentali per fronteggiare la gravissima recessione esistente;<br />
•	che servirebbe a ridurre in modo consistente l’importazione di energia dai paesi confinanti (conseguenza questa da addebitare alla casta del NO che bloccò, a suo tempo, le avviate costruzioni di alcune centrali nucleari);<br />
•	che esso aprirebbe, finalmente, le porte ad uno sviluppo economico e sociale nell’intera zona grecanica ch’è la più derelitta dell’intera Calabria.</p>
<p>		Nessuno comunque, vuol imporre insediamenti che non garantiscano la salute dei cittadini e la salvaguardia del territorio ospitante. A tal fine vanno rivendicate ed ottenute tutte le nuove ed ultime tecnologie che riducono a zero l’impatto ambientale. Si tratta di utilizzare il modernissimo sistema produttivo dell’energia dal carbone che viene impiegato in Giappone.</p>
<p>		Il resto è una conseguenza logica, per cui non vale la pena accapigliarsi su cosa sia necessario ‘avere’ prima, se l’uovo oppure la gallina. E’ chiaro infatti che l’investimento di 1 miliardo e 300 milioni di euro ‘<em>trascina’</em> altri investimenti a partire dall’attivazione del porto, dal suo mantenimento in efficienza e dal suo uso non esclusivo per il carbone,  e continuando con le necessarie infrastrutture di collegamento con il resto della provincia e con lo stesso Paese, arrivando fino ad ‘<em>aiutare</em>’ lo sviluppo turistico d’accoglienza usando anche l’incentivo energetico.</p>
<p>		Una <strong>Calabria </strong>non chiusa agli investimenti cosiddetti ‘scomodi’, spesso fatti apparire tali solo con la vergognosa propaganda ‘verdastra’, avrà tutte le carte in regola per ‘pretendere’ un’attenzione diversa da parte del potere centrale. Illudersi che la manna possa autonomamente cadere dal cielo è una pia illusione come i lustri che ci stanno alle spalle hanno dimostrato ampiamente. Non esistono, infatti, altre strade per il decollo economico e sociale di questa martoriata terra. Chi sostiene il contrario è solo un ciarlatano, portatore non sano dell’ennesimo imbroglio politico culturale a danno dei calabresi. La Regione eviti d’apparire tale e coordini con sapienza e pazienza gli Enti locali interessati. L’occasione che si offre, nell’interesse della Calabria e dell’intero Paese, non va sprecata ancora una volta.<br />
						Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria, 21.1.2009</p>

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		<title>ENERGIA, GLI SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE DI LOIERO</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Dec 2008 20:23:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che la Calabria fosse in mano ad un gruppo di incompetenti è una verità ormai più che acquisita. Che questa incompetenza arrivasse al punto di rifiutare investimenti privati consistenti, nell’ordine di 1 miliardo e 200 milioni di euro, per la costruzione di una centrale a carbone in grado di produrre 10 terawatt pari ad un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>	Che la Calabria fosse in mano ad un gruppo di incompetenti è una verità ormai più che acquisita. Che questa incompetenza arrivasse al punto di rifiutare investimenti privati consistenti, nell’ordine di 1 miliardo e 200 milioni di euro, per la costruzione di una centrale a carbone in grado di produrre 10 terawatt pari ad un quinto dell’energia che l’Italia importa dai Paesi limitrofi, ha dell’incredibile ed è veramente difficile da digerire. </p>
<p>	Il <strong>Governatore Loiero</strong> ha approfittato della presenza del Commissario europeo alle politiche regionali, signora <strong>Danuta Hubner</strong>, per ribadire il proprio NO alla <strong>Centrale a carbone</strong> e per tirar fuori dal cilindro un bel coniglio pensando che le popolazioni della fascia grecanica della Provincia di Reggio Calabria non aspettassero altro. Il tutto condito con il miraggio di 1000 nuovi posti di lavoro. Ma da quel che ha detto si capisce che non sa di quel che parla.</p>
<p>	Non solo, ma lo fa all’indomani di una inchiesta pubblicata dal noto settimanale <strong>PANORAMA</strong>, che punta il dito sulla <strong>CASTA DEI NO </strong>che è costata al nostro Paese fior di quattrini ritardando l’ammodernamento del Paese (<strong>Tav, Mose, Ponte sullo Stretto</strong>, ecc.); lo fa all’indomani dell’inaugurazione della <strong>Centrale a carbone di Civitavecchia</strong> messa in piedi con moderne misure di tutela ambientale; e soprattutto all’indomani delle grandi misure per combattere la recessione che sta mettendo in crisi il mondo occidentale, che vanno dal piano straordinario di Obama per un massiccio investimento infrastrutturale, alle iniziative europea tese verso lo stesso obiettivo, fino ai piani approntati del <strong>Governo Berlusconi </strong>e che saranno resi noti a giorni. </p>
<p>	La verità sta nel fatto che al Governatore non interessa il futuro della Calabria ed il suo sviluppo, ma interessa semplicemente tener buone le forze che sostengono la sua Giunta, alcune delle quali hanno costruito la loro ragion d’essere proprio sui NO ad ogni iniziativa produttiva. Piegare alle proprie esigenze e alle proprie necessità politiche (<em>ma non è questo un conflitto d’interessi?) </em>le scelte di prospettiva è semplicemente delittuoso.</p>
<p>	Ed allora, il Governatore calabrese (a dimostrazione che non sa quel che dice) parla del sito dell’ex Liquichimica e dimentica che è proprietà privata; parla di centrale fotovoltaica e dimentica che anche trasformando tutto il terreno libero in un grande specchio riflettente si realizzerebbe, si e no, una modestissima produzione di 20 megawatt (un semplice topolino) a fronte delle enormi esigenze che ha l’Italia; parla di indotto per 1000 posti di lavoro ma non indica come e dove.  Forse, ma a Loiero non l’hanno detto, si tratta di una fabbrica per la produzione di pannelli fotovoltaici che potrebbe essere impiantata da <strong>API-Energia</strong>, e che non entra per nulla in conflitto con la Centrale a carbone il cui progetto è stato presentato da una società svizzera. </p>
<p>	Dire No ad un investimento certo, da realizzare comunque dopo la Valutazione dell’Impatto Ambientale, e attaccarsi a fantomatici investimenti che reggono la scena solo per qualche mese, è assurdo, indecente, inutile e dannoso. Si rischia di bruciare un’occasione irripetibile per la zona jonica meridionale della Calabria buttando a mare, con essa, ogni vera ipotesi ‘indotta’: parliamo, per l’arrivo delle navi col carbone, della riattivazione del porto, del suo mantenimento efficiente, e della prospettiva di stabili collegamenti con aliscafi veloci per e da Catania, Taormina ed Isole Eolie, oltre alla riapertura di una darsena per piccolo e medio cabotaggio. </p>
<p>	Perché, quindi, rinunciare ad un percorso simile, che offre la certezza di occupazione stabile e sviluppo socio-economico, piegandosi a considerare l’investimento proposto come alternativo ad altro? Se lo sventolare il miraggio di 1000 posti di lavoro ‘indotto’ non è,  nelle intenzioni del Governatore Loiero, uno specchietto per le allodole, perché non costruire un tavolo di confronto tra Regione, Enti Locali interessati, Api-Energia e Sei?<br />
							Giovanni ALVARO<br />
Coordinatore Regionale Segreteria Nuovo PSI<br />
Reggio Calabria 15.12.2008</p>

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		<title>STUDENTI INDISPENSABILI CONTRO BARONIE E PRIVILEGI</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Nov 2008 22:58:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gira e rigira, come sempre avviene, le menzogne, non solo quelle più grossolane, vengono sempre al pettine, e la verità emerge con forza perché nessuno è in condizione di poterla fermare. Emerge, si fa strada e spazza via la nebbia con la quale si tentava di confondere gli studenti per strumentalizzarli sfruttando la loro grande [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Gira e rigira, come sempre avviene, le menzogne, non solo quelle più grossolane, vengono sempre al pettine, e la verità emerge con forza perché nessuno è in condizione di poterla fermare. Emerge, si fa strada e spazza via la nebbia con la quale si tentava di confondere gli studenti per strumentalizzarli sfruttando la loro grande disponibilità alla lotta. </p>
<p>		La verità ha già vinto, per cui non c’è bisogno di cimentarsi nella guerra dei numeri in riferimento alla manifestazione degli studenti del 14 novembre scorso (duecentomila per gli organizzatori, centomila per i partiti e i giornali sostenitori dell’iniziativa e la <strong>CGIL</strong>, appena trentamila per la <strong>Prefettura di Roma</strong>). La manifestazione ha già detto parecchio presentandosi come il canto del cigno di un movimento pro domo d’altri, la fine di un’avventura che per avere futuro deve abbandonare la strada retrò della conservazione ed imboccare quella del rinnovamento e della riforma.  </p>
<p>		E proprio ora bisogna aiutare gli studenti a liberarsi dei cappelli che prepotentemente gli si volevano metter sopra, e indicar loro gli obiettivi riformisti da perseguire e che loro percepiscono meglio d’altri: il rilancio di una istruzione degna di un paese dell’Occidente democratico e l’avvio di una riforma dell’istruzione universitaria capace di rinverdire i fasti del passato mettendo al primo posto capacità, intelligenza, studio e ricerca. Proprio ora è necessario indicare agli studenti la strada maestra del futuro perché sarebbe un grave errore gioire della loro sconfitta ed isolarli nel loro sterile ribellismo. La loro disponibilità alla lotta nasce proprio dalla percezione più che epidermica che è ora di voltar pagina.</p>
<p>		A che servono 5500 corsi di laurea? A che servono corsi di laurea frequentati da un solo studente? A che serve lo sperpero di denaro pubblico, sottratto alla ricerca, ma utilizzato per rafforzare le baronie universitarie, se nelle classifiche mondiali si registra la sola <strong>Università di Bologna </strong>nei primi 150 posti?  In questo scontro contro baronie e privilegi, il protagonismo giovanile sarà indispensabile, vuoi per isolare frange di violenti o ideologizzati, ma anche per rendere vincenti le scelte di rinnovamento che si intendono perseguire. </p>
<p>		La <strong>Gelmini</strong>, aldilà di alcuni cori imbecilli e aldilà degli attacchi della pseudo sinistra, è stata veramente brava dimostrando tenacia, perseveranza e soprattutto coraggio nel non lasciarsi intimorire. Essa continuando a tendere la mano agli studenti e chieder confronto e dialogo ha dimostrato una levatura eccezionale che ne può fare il <strong>Ministro della Pubblica Istruzione </strong>che da decenni l’Italia attende. Essa ha voluto iniziare il percorso dalla scuola primaria, non tanto per reintrodurre i grembiulini, quanto per dare il segnale di un reale cambio di fase. </p>
<p>		<strong>E che cambio di fase!</strong> Non più scuola ‘usata’ come semplice occasione di lavoro e occupazione (il cosiddetto postificio) ma scuola da riportare allo scopo principale del suo essere: strumento di maturazione reale della nostra gioventù. Essa ha voluto, assieme al <strong>Governo Berlusconi </strong>che l’ha aiutata ed al <strong>Parlamento </strong>che l’ha sostenuta, liquidare la tanto sbandierata ‘conquista’ (sic!) del sindacalismo di bottega, rappresentata da quell’affollamento di insegnanti che servivano solo per aumentare l’influenza organizzativa dei sindacati, ma non per accrescere  il livello di educazione e conoscenza dei nostri bimbi. Senza voler generalizzare ma i temi proposti sulla Gelmini, a bimbi di meno di 10 anni in una scuola milanese, la dicono lunga sul livello qualitativo delle nostre insegnanti elementari.</p>
<p>		Avanti, quindi, <strong>Ministro Gelmini</strong>. Avanti tutta. Conquìstati però il sostegno della parte più viva della scuola, gli studenti, sottraendoli all’influenza nefasta della cosiddetta sinistra<br />
							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 17.11.2008		    </p>

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		<title>GLI STUDENTI E IL SOGNO DEL SESSANTOTTO</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Oct 2008 13:06:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I soggetti che hanno dato vita alle iniziative contro la Gelmini avevano tutti una motivazione, anche se non direttamente legata al merito della riforma, tranne gli studenti la cui protesta si è dimostrata fine a se stessa e, parafrasando il signor Tonino, vien da chiedersi cosa ci ‘azzeccavano’ col resto dei protagonisti? Fra i più [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		I soggetti che hanno dato vita alle iniziative contro la <strong>Gelmini </strong>avevano tutti una motivazione, anche se non direttamente legata al merito della riforma, tranne gli studenti la cui protesta si è dimostrata fine a se stessa e, parafrasando il signor Tonino, vien da chiedersi cosa ci <em>‘azzeccavano’ </em>col resto dei protagonisti? </p>
<p>		Fra i più interessati alle iniziative di piazza c’era la sinistra (sic.!) che, alla spasmodica ricerca di un pretesto per invertire la direzione in cui continua a soffiare il vento, si è distinta a pestare l’acqua nel mortaio addolcendola con le falsità più macroscopiche. In assenza di una bussola ci si aggrappa, ormai, a qualsiasi possibilità di protagonismo che la vicenda politica italiana offre, anche per non lasciare che il solo regista degli shows fosse  <strong>Antonio Di Pietro</strong> il quale, figuriamoci se poteva mancare, è stato un vero animatore proteso ormai all’inseguimento ed al consolidamento del suo 4% il cui mantenimento lo può rendere autonomo dalla pretesa egemonica post-comunista. La presenza di <strong>Di Pietro</strong>, in ogni occasione, è diventata così ossessiva che non solo gli permette di occupare stabilmente le scene, ma anche di trascinarsi dietro il Don Chisciotte, <strong>Walter Veltroni</strong>, che avrebbe dovuto tenerlo al guinzaglio ma che deve accontentarsi di un ormai consolidato rapporto capovolto.</p>
<p>		C’erano anche i Sindacati che, al rimorchio della <strong>CGIL </strong> e dei suoi tatticismi di sostegno alle scelte del <strong>PD</strong>, hanno teso a cavalcare il reale malessere esistente nel corpo docente, per gli inadeguati livelli retributivi e  per il totale annullamento meritocratico subìto in tutti questi anni, tentando di non farsi scavalcare dal loro Di Pietro, cioè dal Sindacalismo autonomo, tradizionale nemico delle Confederazioni. Ed infine c’erano i docenti sia quelli ideologizzati e speranzosi di poter invertire la tendenza dell’opinione pubblica ormai lontana dalle sirene della sinistra, che quelli impegnati a difendere rendite di posizione soprattutto nelle <strong>Università </strong>. La presenza di questi ultimi era, come dire, preventiva. Hanno tentato di bloccare un processo che, si capiva, andrà avanti lo stesso, per arrivare fino ai paradisi dei <em>‘baroni universitari’</em>. E la Gelmini li ha accontentati subito annunciando che la prossima settimana presenterà il piano che li interesserà. </p>
<p>		Ma gli studenti che ci facevano in questo movimento? Che ci azzeccavano con i baroni universitari? Sognavano forse un 68 come quello vissuto dai propri nonni?  Sogni legittimi certo, ma lontani dalla realtà. I giovani per loro stessa natura sono ‘rivoluzionari’, sono innovativi, fantasiosi, vogliono cambiare il mondo e non conservarlo, e vogliono tentare di plasmarlo a loro misura. Questo è stato il vero 68, un movimento per ‘abbattere’ il sistema, a differenza dei sogni odierni costruiti sulla conservazione, sullo status quo, sul mantenimento dell’esistente. E’ mancata, nella odierna protesta, la loro creatività per cui è stato facile relegarli a semplici oggetti di un movimento nato asfittico perchè teso alla difesa di privilegi altrui. Impossibile per loro diventare soggetti principali di un nuovo corso. </p>
<p>		Ad essi è stato offerto, e acriticamente purtroppo l’hanno accettato, un piatto precotto. Peccato veramente perché hanno bruciato un’opportunità positiva che non nasce mai dal ribellismo fine a se stesso, ma è sempre frutto di ragionamento, critica, e capacità propositiva. Anche gli slogans denunciavano l’assenza della fresca fantasia giovanile perché costruiti su elementari rime baciate (Gelmini-bambini) o scopiazzature dal maggio francese come il famoso e non ripetibile “non è che l’inizio”  anche perché è stato tutto inizio e fine. L’innovazione non alberga nelle segrete stanze degli stregoni di sinistra, ma è saldamente presente negli obiettivi del <strong>Governo Berlusconi  </strong> che si dimostra il più innovativo e “rivoluzionario”  che si potesse sperare.</p>
<p>							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 31.10.2008</p>

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		<title>LA DERIVA DI WALTER CONTRO I MULINI A VENTO</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Oct 2008 22:44:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>		L’abbuffata di iniziative, manifestazioni e scioperi in questo mese di ottobre 2008 è la cartina di tornasole della incapacità della sinistra italiana d’essere all’altezza del confronto e dello scontro con il <strong>Governo Berlusconi </strong>ed il suo <strong>Popolo delle Libertà </strong>a cui i cittadini hanno dato l’incarico di guidare questo Paese.  </p>
<p>		Si ha l’impressione che si ‘spari’ con le armi più disparate ma solo per far rumore, sperando che con esso si inneschi una paura capace di liberare il campo dalla presenza nemica, ma anche per evitare sia lo scavalcamento da parte di quel <strong>Tonino Di Pietro </strong>che, costruito in provetta dagli strateghi della sinistra, è letteralmente sfuggito di mano ai suoi manipolatori; sia pure per non aiutare lo sviluppo delle grandi manovre del suo eterno concorrente, <strong>Massimo D’Alema</strong>, che solo <em>‘per ora’ </em>non pone il problema della leadership nel PD.</p>
<p>		In questa lotta tutta interna all’aggregazione di sinistra (si fa per dire) a subirne le conseguenze negative è soprattutto il Paese che viene sottoposto ad una serie di iniziative certo legittime ma chiaramente inopportune; certo possibili ma nettamente provocatorie; certamente legali ma costruite senza alcun ritegno col falso più vergognoso. </p>
<p>		Nella prima categoria vi è la manifestazione del 25 ottobre, tanto criticata da personaggi importanti dello stesso partito organizzatore che hanno dichiarato di non parteciparvi, ma altrettanto pervicacemente perseguita dal nostro Walter che in barba alla delicata situazione economica mondiale che lui stesso riconosce e che coinvolge anche l’Italia, continua il suo percorso senza batter ciglio. Nella seconda vi è il tentativo di imporre al Parlamento quell’<strong>Orlando</strong> furioso, sostenuto dall’altrettanto furioso Di Pietro a cui Walter <em>non sa o non può dire di no</em>, messo scandalosamente sullo stesso piano del <strong>prof. Gaetano Pecorella</strong>. Il braccio di ferro sulle due scadenze ha determinato gli appelli di <strong>Giorgio Napolitano </strong>alla ragionevolezza e l’ennesimo sciopero della fame e della sete di <strong>Marco Pannella </strong>a cui piace camminare sul ciglio di un burrone rischiando sempre  in prima persona.</p>
<p>		Nella terza c’è la vergogna dello sciopero contro la riforma <strong>Gelmini</strong>. Sciopero indubbiamente legale, dato che il contestare ciò che non si condivide è un diritto costituzionale, anche se viene costruito su falsità più che macroscopiche, e coinvolgendo nella vicenda l’innocenza dei bambini portati a spasso da mammine moderne ma senza zucca. Quando si contesta una riforma, una legge o un decreto bisogna farlo con dati di fatto reali e con proposte alternative. Usare il falso anziché la verità, e dire solo no senza avanzare un solo straccio di proposta,  dimostra il vuoto che alimenta gli organizzatori e la strumentalità della stessa iniziativa. Le prove generali sono state affidate ai Cobas, Venerdì passato, e adesso via verso lo sciopero del 30 ottobre.</p>
<p>		Gli studenti ci sono (ci sono sempre stati anche non sapendo i motivi di uno sciopero a cui partecipano), i sindacati pure (sorprende la ritrovata unità tra <strong>CGIL, CISL e UIL</strong>), gli insegnanti ideologizzati anche (si sentono rinati nel poter lottare contro il nemico Berlusconi inseguendo sogni di gloria),  la copertura politica altrettanto (viene garantita dalla deriva di <strong>Walter-Don Chisciotte</strong>), manca però, si manca, e non è cosa di poco conto, il sostegno dell’opinione pubblica, sempre più affascinata dalle capacità realizzatrici del Governo, e sempre meno propensa a seguire le falsità della ricostituita armata Brancaleone. Si capisce chiaramente che si contesta solo per tentare di creare le condizioni che possano incrinare l’appeal di Berlusconi, del suo Governo, dei suoi Ministri e del PdL, ma si capisce pure che la contestazione è solo contro i mulini a vento: lascia il tempo che trova, altro che nuovo sessantotto.</p>
<p>							Giovanni ALVARO</p>
<p>Reggio Calabria 20.10.2008</p>

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		<title>MALGRADO I PROCLAMI, SONO SEMPRE GLI STESSI</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Sep 2008 19:35:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vicenda Alitalia è emblematica del modo d’essere dei cosiddetti ex o post comunisti. E ciò indipendentemente se a rappresentarli c’è un signore che si chiama Veltroni, o se invece ci fosse un tale chiamato D’Alema o anche un certo Pincopallino. Cambia tutt’al più il tono della voce che può essere suadente, sprezzante o semplicemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		La vicenda <strong>Alitalia </strong>è emblematica del modo d’essere dei cosiddetti ex o post comunisti. E ciò indipendentemente se a rappresentarli c’è un signore che si chiama <strong>Veltroni</strong>, o se invece ci fosse un tale chiamato <strong>D’Alema </strong>o anche un certo Pincopallino. Cambia tutt’al più il tono della voce che può essere suadente, sprezzante o semplicemente incolore, ma il percorso sarà sempre lo stesso. Si spara a zero, si creano mille problemi, si  cerca di non farsi scavalcare a sinistra neanche da Di Pietro, ma quando ci si accorge che le cose, malgrado loro e le loro strategie, vanno avanti positivamente e l’opinione pubblica ne è contenta, scatta il famoso arboriano.. indietro tutta.</p>
<p>		Alitalia atto primo. Il <strong>governo Prodi </strong>(specialista in materia) tenta la carta della svendita della compagnia di bandiera all’<strong>Air France</strong>, ma l’operazione non va in porto per l’opposizione dei Sindacati che, in assenza della tenacia di un <strong>Gianni Letta</strong>, hanno partita vinta. L’<strong>Air France</strong> si tira indietro pensando che avrebbe potuto avere maggiori chances dopo le elezioni. Chiunque avesse vinto, infatti, essendo con l’acqua alla gola, doveva presentarsi col cappello in mano a pietire un intervento di semplice assorbimento.</p>
<p>		L’atto secondo vede il <strong>Governo Berlusconi </strong>difendere l’italianità della compagnia di bandiera impegnandosi, in piena campagna elettorale, a promuovere una cordata di imprenditori capace di salvare la Compagnia dal fallimento e in grado di rilanciarla sul mercato. Ricorderanno tutti i frizzi e i lazzi sulla cordata: fuori i nomi; si tratta di sicuro dei suoi figli; è il classico gioco delle tre carte; un imbroglio destinato a sciogliersi come neve al sole dopo le elezioni; se ha fallito Prodi con Air France dove vuole andare il megalomane?; e via di questo passo. A dar manforte a lor signori, come sempre, la grande stampa italiana e, perché no?, anche quella straniera.</p>
<p>		Il terzo atto comincia con la vittoria di  <strong>Berlusconi</strong>. Mentre il premier affronta le emergenze più impellenti come quella dei rifiuti a Napoli, viene tartassato di sollecitazioni a fare i nomi della cordata e il suo silenzio viene propagandato come l’ammissione del bluff elettorale. Superate le emergenze ed affrontati alcuni nodi importanti come la sicurezza dei cittadini, l’immigrazione clandestina, l’abolizione dell’ICI e tutto ciò che si è saputo fare nei primi 100 giorni, Berlusconi affronta il problema Alitalia. La cordata c’è, ne fanno parte fior di imprenditori italiani, e il Presidente è tale <strong>Colaninno </strong>(padre del giovane imbarcato sul jet di Veltroni, il PD). </p>
<p>		E’ il quarto atto che disvela pienamente l’ipocrisia dei comunisti. Nella cordata, la <strong>CAI</strong>,  non ci sono i figli di Berlusconi, la cordata è abbastanza solida e si lavora anche per avere tra i soci (ma solo di minoranza) una grossa compagnia straniera andando anche aldilà dell’orizzonte francese. Mancano, e questo è drammatico per la sinistra, elementi per poterla attaccare frontalmente e farla fallire sul nascere (che importa per le migliaia di dipendenti senza lavoro?). Ma è un lavoro sporco e si delega a farlo un killer di professione: il <strong>Sindacato</strong>, e per essere sicuri del risultato si lascia libero il campo andandosene negli States.  </p>
<p>		Al ritorno, sul campo di macerie, si potrà dar vita al solito show fatto di attacchi, lamenti, accuse: chissà forse si riuscirà a far cambiare il vento. Ma al ritorno il nostro Walter trova la sinistra isolata, il sindacato alle corde, Berlusconi e il suo Governo alle stelle nei sondaggi, e una opinione pubblica inferocita contro la sinistra e i sindacati, e fortemente favorevole all’accordo pro Alitalia. E allora: <strong>indietro tutta</strong>. Basta una letterina per dire il merito è mio, soltanto mio. Ma a chi lo dice? Chiaramente solo a se stesso perché neanche i suoi gli possono credere. Figuriamoci il solito <strong>Di Pietro </strong>che imperterrito continua a cavalcare l’opposizione a prescindere.</p>
<p>		Anche per questo i socialisti del <strong>Nuovo PSI </strong>di <strong>Stefano Caldoro</strong> hanno scelto di stare nel Popolo delle Libertà. La doppiezza, l’ipocrisia e la menzogna sono nemici giurati dei riformisti.<br />
				Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 28.09.2008</p>

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		<title>I CENTO GIORNI CHE HANNO SCONVOLTO LA&#8230; SINISTRA</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Aug 2008 09:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Alvaro</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando Newsweek ha elogiato il ‘miracolo Berlusconi’ per i suoi primi cento giorni di governo, con giudizi lusinghieri e inaspettati, anche perché eravamo abituati a ben altra sgradevole musica, abbiamo capito che veramente si era imboccata la strada giusta. Sapevamo che si era partiti col botto, ma temevano che la nostra condizione di alleati convinti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>		Quando Newsweek ha elogiato il ‘miracolo Berlusconi’ per i suoi primi cento giorni di governo, con giudizi lusinghieri e inaspettati, anche perché eravamo abituati a ben altra sgradevole musica, abbiamo capito che veramente si era imboccata la strada giusta. Sapevamo che si era partiti col botto, ma temevano che la nostra condizione di alleati convinti poteva condizionare il nostro giudizio. In pratica avevamo paura di esprimere solo un giudizio di parte. </p>
<p>		Quando poi, con una furia degna del proprio nome, l’ex Direttore dell’Unità Furio Colombo, ha teso a spostare l’attenzione dal merito dell’articolo alla costruzione di un’ipotesi di giornalista inesistente che, guarda caso, avrebbe libero accesso alle colonne del giornale, ci siamo convinti definitivamente che la strada imboccata è quella giusta, che Berlusconi è un leader più che capace, che l’aggregazione moderata che ha saputo mettere assieme è una maggioranza di governo e non solo elettorale cosa che gli italiani avevano capito perfettamente decidendo di chiudere l’infausta stagione prodiana degli annunci, delle paralisi programmatiche e delle tasse facili e perpetue. </p>
<p>		Il successo dei primi cento giorni, il mantenimento della luna di miele col Governo Berlusconi, e la differenza palpabile, con Romano Prodi, del modo di governare fanno allontanare inesorabilmente la possibilità di un recupero degli antagonisti rendendo super nervosa la sinistra, quella uterina dei grilli, dei travagli, dei colombi fino ad arrivare alla non-sinistra dipietresca, e rende ondivaga, confusa, incapace e senza bussola quella che vorrebbe essere, ma non ci riesce, una sinistra affidabile a cui manca, tra l’altro, anche il senso dello stato.</p>
<p>		I primi cento giorni fanno paura. Tutti gli allarmismi usati contro Berlusconi e la sua aggregazione moderata sono caduti nel vuoto. Gli italiani non credono più al grido continuo e inesorabile di ‘al lupo, al lupo’. Gli italiani hanno apprezzato la soluzione dell’emergenza spazzatura a Napoli (avuta in eredità da Prodi e &amp;), hanno salutato con gioia la stretta di vite sull’immigrazione clandestina e per la sicurezza dei cittadini, non si sono fatti fuorviare sulla raccolta delle impronte digitali dei rom, né hanno storto il naso per l’uso dei soldati in alcune città, hanno gioito per le decisioni sull’ICI e sulla regolamentazione degli straordinari, per la lotta contro i ‘fannulloni’ e l’avvio di processi premiali per i meritevoli, non si sono scatenati per la legge sulle Alte Cariche dello Stato ma l’hanno accettata perché segna la fine di una assurda ed ingloriosa telenovela che durava ormai da oltre quindici anni, e rischiava di paralizzare l’attività di governo.</p>
<p>		Si, i primi cento giorni fanno paura. Essi sono la cartina di tornasole del forte rapporto con i cittadini e del fallimento di una opposizione ottusa e nichilista. Fanno paura perché ai primi cento giorni ne seguiranno altri cento, e si andrà avanti senza alcun tentennamento anche perché incoraggiati e sostenuti da un’opinione pubblica consenziente ai provvedimenti governativi.  Avanti tutta quindi con il federalismo fiscale solidale,con la riforma vera della magistratura, con il rilancio delle infrastrutture e delle grandi opere, con la ripresa della costruzione delle centrali nucleari, con la riforma delle istituzioni liquidando gli Enti ‘doppioni’ e inutili, con la lotta al carovita, e con l’avvio di un alleggerimento fiscale.</p>
<p>		Su queste cose e su questo programma è schierato il Nuovo PSI di Stefano Caldoro, e viene semplicemente da ridere quando si continua a ripetere, ossessivamente, che una forza socialista deve stare sempre e comunque a sinistra. A fare che? Giocare con gli apprendisti stregoni a sgovernare l’Italia? No grazie, preferiamo stare con chi è capace di riformare il nostro Paese.</p>
<p>				Giovanni ALVARO<br />
Reggio Calabria 27.8.2008</p>

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