giu 21 2009

E adesso che fare?

Published by Redazione under Generale

I cambiamenti dell’ordine del Mondo, le mutazioni della Politica Internazionale aprono, inevitabilmente, nuovi scenari e nuove prospettive anche nel nostro Paese.
Da troppo tempo si sta vivendo in uno stato di Patologia, ove alla politica si sostituisce il culto della personalità, del velinismo e la strategia dello screditamento.
Tutto ciò provoca inevitabilmente assenza di strategia, carenza di obbiettivi, pessima gestione delle Amministrazioni a tutti i livelli e classe dirigente che occupa spazi politici perchè garantiscono un buon stipendio.
Ma, in un Mondo che cambia, con una crisi Economica che sta notevolmente mutando equilibri, con Paesi considerati normalmente sotto sviluppati che diventano dei nuovi protagonisti, in un’Europa che ha perso la propria identità mostrando mai come ora una debolezza strutturale politica ed economica, l’Italia che già è debole mostra maggiormente la propria incapacità di cogliere le mutazioni e adeguarsi all’evoluzione del Mondo.
Tutto questo ha certamente un “peccato originale”, ed è il modo in cui nel recente passato si è voluto mettere alla gogna e cancellare una classe politica, sostituendola con un’altra assolutamente impreparata.
Una volta eseguita la diagnosi è però necessario attuare una terapia.
Il fallimento dei quesiti Referendari ci consegna una situazione nella quale non è ancora maturo il Bipartitismo, così come del resto molto lo si era già evidenziato nella ultima tornata elettorale, nella quale, alle elezioni per il Parlamento Europeo, in cui si usa un sistema Proporzionale con sbarramento ed in cui si è cercato di ridurre al massimo l’intervento del cittadino, creando in alcune circoscrizioni, liste “pseudo-bloccate”, diverse erano le liste che hanno voluto evitare di essere “annesse” a contenitori maggiori.
Noi lo scorso Marzo abbiamo aderito alla costituzione del Popolo delle Libertà.
Un progetto certamente interessante e di novità che ad oggi però presenta il grande vuoto della progettualità.
L’unico elemento che ci sembra di cogliere, è quello di costituire un unico gruppo al Parlamento Europeo che si è iscritto al Partito Popolare Europeo.
Manca ad oggi un progetto concreto, evidente, che permetta a realtà diverse, che vogliono combattere il dogmatismo e l’integralismo, di condividere un percorso.
Ed in più non sono ancora chiari gli equilibri delle varie componenti all’interno del nuovo soggetto.
Quello che viceversa si rende evidente è il vuoto lasciato da un’area Laica, Socialista Liberale che non è adeguatamente rappresentata né dai cosìdetti Socialisti di Forza Italia, che hanno viceversa svenduto Storia Ideali ed hanno gravemente nuociuto allo sviluppo di una corrente di pensiero che richiamasse gli ideali del riformismo Europeo, né dai Socialisti che partecipando ad una lista con i dogmatici ex-PCI hanno cancellato ogni velleità di presenza, né tantomeno da noi che con il Nuovo PSI abbiamo scelto, spesso, troppo spesso, la via del tatticismo, del silenzio timido.
Se è vero che in un Mondo che cambia, necessariamente serve una filosofia di pensiero adeguata allo sviluppo dei tempi, è altrettanto vero che rinunciare alla propria identità culturale ed alla propria autonomia di pensiero ci indirizza in un vicolo cieco nel quale ogni percorso ideale e politico viene a mancare a scapito di nuove regole, che non essendo quelle della politica, sono per noi che viceversa ne abbiamo da sempre fatto un’abitudine di comportamento, incomprensibili e impossibili da utilizzare al meglio.
Si rende così necessario adeguare la nostra azione politica ad una scenario che certamente non è più quello della fine 800 inizi del Novecento, ma dell’epoca della tecnologia della globalizzazione dei mercati, della cultura delle abitudini di vita.
Una nuova forma di riformismo che sappia cogliere le nuove necessità, sappia interpretare il nuovo Mondo e sappia prevedere la possibile direzione che lo stesso andrà ad assumenre nel futuro.
È necessario passare dalla fase del tatticismo a quello dell’iniziativa e della proposta politica, rivendicando con grande coraggio la nostra chiara identità culturale e la nostra autonomia, rafforzando il contenitore Partito sul territorio riempiendolo di contenuti che ad oggi sono stati completamente assenti.

I dati elettorali conseguiti alle ultime elezioni non sono certamente dati confortanti.
Escluso quelli ottenuti in alcune, pochissime a dir la verità , province che ne fanno esclusivamente un fattore Localistico, quasi da lista Civica, il Nuovo PSI in molte situazioni non riesce ad ottenere nemmeno il vecchio voto di simbolo, ma si attesta notevolmente al di sotto.
Se da un lato vi è l’ipocrita considerazione che il dato di rilievo è stato che la presenza del Partito è stata evidente sul territorio, dall’altro è evidente che non vi erano motivi alcuni per i quali gli elettori dovessero votare il Nuovo PSI.
Troppo spesso siamo stati supinamente in silenzio su argomenti di fondamentale importanza, non siamo stati in grado di fornire ai dirigenti periferici indicazioni e percorsi, né siamo stati in grado di coinvolgere il Partito nelle scelte di opportunità politiche, dalla PDL alla compilazione delle liste, che avrebbero mobilitato i quadri.
Viceversa il senso è stato quello di un diffuso rompete le righe per il quale molti anche dei nostri dirigenti si sono sentiti coinvolti e interpreti di un opportunismo politico che alla fine sta comportando la conclusione di una battaglia che da quindici anni stiamo ostinatamente portando avanti.
È necessario cambiare marcia, affrontare con consapevolezza le sfide che ci si pongono davanti, superare la timidezza dell’opportunismo, costruire con le giuste ambizioni un progetto politico, che sappia, all’interno del contesto che strategicamente abbiamo identificato come naturale, quello del PDL, raccogliere tutti gli innovatori, moderati e riformisti.
Riempire uno spazio lasciato vuoto, ritornare all’utilizzo delle regole della Politica, abbandonare la logiche personalistiche di sopravvivenza, rilanciare viceversa un progetto di “fisiologia politica”, nel quale il confronto, il ragionamento, la strategia, l’intuizione e l’interpretazione del tempo moderno siano la base della moderna Politica.
Se il Partito Socialista così come eravamo abituati a considerarlo non sarà più lo stesso, allo stesso modo, non è venuto meno la necessità di un moderno soggetto Socialista Liberale.
A noi raccogliere la sfida e saper essere i Nuovi Socialisti.
L’alternativa è sparire.

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apr 30 2009

IL DITO TRA MOGLIE E MARITO, SE SI RISCHIA IL BASTONE TRA LE RUOTE

Un vecchio detto recita che non bisogna mai mettere il dito nelle vicende che si aprono tra due coniugi. Ed è un adagio, tutto sommato, positivo. Il tirarsi fuori dallo scontro (il non mettere dito) evita lo schierarsi che, il più delle volte, aggrava la tensione tra i due ‘contendenti’ e non aiuta la riconciliazione. Esso va rispettato fin quando lo ‘scontro’ ha conseguenze solo personali. Ma non può essere così se dallo scontro ci sono ricadute che coinvolgono altri interessi.

Oggi, senza alcun dubbio, ci si trova in questa seconda ipotesi. Basta vedere con quanta ‘voracità’ ci si è buttati sul boccone, veramente inaspettato, che la sinistra di questo Paese si è trovato di fronte. L’interessarsi del problema, quindi, nasce dal fatto che il Presidente del Consiglio che, viaggia con un consenso incredibile, rischia di vedere interrotta la propria lunga luna di miele con il popolo italiano con tutto quel che ne consegue in riferimento alle scelte riformiste, al rinnovamento dell’Italia, al rafforzamento dell’appeal internazionale del Premier.

Stando così le cose, nessuna giustificazione è accettabile, dall’attacco di gelosia, alla difesa dei figli, alla sindrome di moglie trascurata. Bisogna, invece, ricordarsi la sopportazione e la lungimiranza, di altre mogli che hanno totalmente ignorato quanto è avvenuto sotto un tavolo della Sala Ovale della Casa Bianca, o le scelte di altre che, troncando ogni rapporto, hanno lasciato l’Eliseo. Ma neanche può pensarsi ad uno scivolone imprevisto e non preventivato perché non è la prima volta che il Presidente vien messo alle corde dalla propria consorte, a cui vengono assicurate le prime pagine dei giornali, non certamente perché si chiama Veronica Lario, ma perché essendo la moglie di Silvio Berlusconi può venire usata, con sapiente stimolo del suo amor proprio, come grimaldello per rompere il fortilizio del forte consenso accumulato.

Le uscite della signora Veronica, tra l’altro, sono inversamente proporzionali ai picchi sempre più alti di questo consenso. Sono lontani i tempi del pacifico ed amorevole “credo di essere stata una moglie perfetta per Silvio, per l’uomo che è. Ha potuto concentrarsi su se stesso e il suo lavoro, avendo una moglie che non gli ha fatto pesare –racconta nel libro Tendenza Veronica- la sua assenza all’interno della famiglia, non ha creato rivalità e non gli ha mai fatto la guerra”. Ma poi si sono fatte sempre più stringenti le scudisciate. Dalla prima, giustificata dal “morso della gelosia”; all’articolo pubblicato su Micromega (nemico giurato di Berlusconi) pro pacifisti; fino alle dichiarazioni pro referendum sulla fecondazione assistita.

Ma il clou delle dichiarazioni-scudisciate avviene con l’articolo su Repubblica (altro storico giornale nemico) col quale la signora Veronica chiede, al marito, pubbliche scuse per una delle tante innocenti estemporanee battute fatte dal Premier nei confronti di una bellezza femminile. Berlusconi lo fa e il caso rientra. Ma più tardi fa anche di più: suona una serenata alla moglie quando Veltroni, dopo una serie di complimenti (personalità di primo piano e grande autonomia intellettuale) la invita ad iscriversi al PD. La moglie è lusingata della serenata e anche Berlusconi apprezza molto il netto rifiuto di Veronica alla sirena Veltroni.

Oggi la storia continua. Non sappiamo se forse ci ha preso gusto, e le piace occupare la scena, ma a che le serve mettere continuamente in difficoltà il marito? Perché invece di dire ciò che pensa, non pensa prima a ciò che deve dire? Non guasterebbe riflettere, e riflettere a lungo sulle conseguenze di quanto si dice. Questi scossoni non servono a Berlusconi ed al PdL, e non servono al Governo del Paese. E solo ‘ciarpame’ che non serve ai terremotati dell’Abruzzo, ai disoccupati del Paese, e alle popolazioni che vogliono continuare sulla strada del rinnovamento e delle riforme.

Certo non si vuol mettere alcun dito tra moglie e marito, ma si vuole evitare che si possano mettere i bastoni sul percorso del Governo.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 30.4.2009

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apr 03 2009

PdL, L’EVOLUZIONE NECESSARIA DAL ‘CONTRO’ AL ‘PER’

Non c’è alcun dubbio che la falsa rivoluzione di ‘mani pulite’, liquidando gli stati maggiori dei partiti che avevano governato l’Italia dal dopoguerra agli anni novanta, aveva lasciato disorientata, smarrita e spaventata la maggioranza del popolo italiano. La paura della ’gioiosa macchina da guerra’, messa in piedi da Achille Occhetto, e pronta a cogliere, in modo indiscutibile, quel potere inseguito per oltre quarant’anni, stava giocando un brutto scherzo al popolo moderato, per la propria incontrollata dispersione.

L’avanzata, come carri armati, della supponenza, dell’arroganza e della presunzione degli ex (?) stava rischiando di diventare elemento di rottura degli equilibri democratici del Paese, perché aveva diffuso a iosa la paura dell’intolleranza prima, e della fine della democrazia subito dopo. L’affacciarsi sulla scena politica di un neofita, dopo il rifiuto di raccogliere il testimone da parte di alcuni superstiti dirigenti democristiani, ha offerto un rifugio a quanti non volevano sottostare a regimi autoritari che sono sempre lo sbocco obbligato di intolleranti e supponenti.

Forza Italia, messa in piedi in pochi mesi da Silvio Berlusconi, fu vista subito come l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. E ad essa ci si è aggrappati facendo naufragare le speranze degli eredi di Stalin. Il blocco della macchina da guerra è stato realizzato su un chiaro terreno di opposizione. Forza Italia è nata per dire no ai comunisti, no al ‘golpe giudiziario’, no alla ghigliottina senza processo, no alla deriva autoritaria. Lo schierarsi in modo chiaro e netto contro tutto ciò ha fatto realizzare, insperabilmente, il primo grande successo, ma l’alleanza era ancora abbastanza indistinta e confusa.

Ma i successi costruiti sul terreno del ‘contro’ non hanno lunga vita. Per averla c’è bisogno soprattutto della politica del ‘per’ come quella fatta in tutti questi anni. Non si spiegherebbero altrimenti i successi che sono seguiti e il gradimento dell’attività governativa che continua ad incrementarsi ancora oggi a 10 mesi di distanza dall’insediamento del Governo Berlusconi, e a 15 anni dalla sua ‘discesa in campo’. Si è fatta una politica ‘per’ con un programma chiaro, con obiettivi condivisi e con realizzazioni ‘frenate’ solo dagli ostruzionismi dell’opposizione e da un Parlamento stretto da lacci e laccioli di regolamenti obsoleti. L’abbaiare alla luna, sport preferito dal PD, sia quand’era diretto da Veltroni che oggi quand’è diretto da Franceschini, lascia il tempo che trova, non modifica l’orientamento della gente, e fa inanellare sconfitte su sconfitte.

Non c’è stata e non c’è proposta, iniziativa, decreto o orientamento del Governo che non sia sottoposto al fuoco di fila degli oppositori. Che questo lo faccia Di Pietro è comprensibile mancandogli un retroterra politico, ma che lo faccia un partito, il PD, che ha esperienza e storia è semplicemente incomprensibile. In dieci mesi si sono minacciati scioperi, manifestazioni, referendum popolari e sfracelli più o meno risolutivi sulle proposte, in larga parte trasformate in leggi o rese operative, come quelle sull’Alitalia, sulla scuola, sulla giustizia, sui fannulloni, sul federalismo, sulle social card, sui bonus famiglie, sugli ammortizzatori sociali, sulle grandi opere, sul sostegno alle imprese, sull’energia, sulla sicurezza, sugli immigrati, sul testamento biologico, e, da ultimo, sul Piano Case.

E’ sui fatti concreti che si conquista in modo duraturo l’apprezzamento dei cittadini e il loro sostegno. E’ sui fatti concreti che continuerà ad operare il nuovo strumento dei moderati riformisti, il PdL che con la propria nascita garantisce un percorso col quale si intende modernizzare in profondità l’intero Paese. E questo con o senza l’apporto dell’opposizione.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria, 3.4.2009

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mar 26 2009

LA STORIA DEL SOLDATO GIAPPONESE NON CI APPARTIENE

Con il Congresso costitutivo del PdL , si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati a svuotarsi totalmente, nel corso di pochi anni: il tempo della metabolizzazione concreta del processo di amalgama organizzativo, essendo già più che realizzata l’amalgama politica.

Disperarsi, come fanno alcuni socialisti, per la possibile liquidazione di simboli e vessilli, non serve a niente: i processi politici vanno avanti comunque indipendentemente dalle singole volontà. La nostra storia, la storia dei socialisti autonomisti, dei socialisti che si rifanno a Turati, Saragat, Nenni e Craxi , è ormai storia e nessuno potrà mai cancellarla. Anche altre forze, come il Nuovo PSI, rinunceranno ai propri vessilli ed ai propri simboli. Esse avranno sicuramente una storia meno antica ma non per questo la loro è una storia meno vissuta e meno sentita. Sull’altare di un progetto comune di rinnovamento, di riforma e di modernizzazione del Paese ognuno ha dovuto, deve, sacrificare qualcosa e rinunciare a un brandello del proprio abito.

Si è scelto, infatti, di liberarsi dei simboli individuali, parziali e partigiani, rifuggendo dal condizionamento delle ideologie, per privilegiare i comuni denominatori che hanno aiutato il popolo italiano a rifiutare la ‘falsa rivoluzione’ di ‘mani pulite’ stroncando sul nascere la ‘gioiosa macchina da guerra’ messa in campo, dai ‘golpisti’, dopo la decapitazione dei partiti moderati (DC, PSI, PRI, PSDI, PLI) che avevano governato l’Italia, la sua rinascita e il suo sviluppo fino a farne la settima potenza mondiale. E già allora, sul terreno dei contenuti, si avviava una convergenza con la destra parlamentare dell’MSI. Craxi, che puntava a superare l’ingessatura del sistema, rendendo spendibile una forza indispensabile alla trasformazione politica del Paese, dimostrava la propria grande lungimiranza.

Sorprendersi oggi, ed attardarsi in inutili dibattiti sulle ‘contraddizioni’ delle alleanze non omogenee (?) ripresenta la storia del soldato giapponese che non si era accorto che il mondo aveva imboccato un’altra strada. Chi invece percepisce le novità storiche dello scenario politico sceglie, non l’atteggiamento da reduce e combattente, ma quello concreto e fattivo di sostegno ad un processo impegnativo, realizzato su valori di fondo e, di conseguenza, su obiettivi che quei valori debbono esaltare.

Riformismo, laicismo, liberismo e garantismo sono le cartine di tornasole di questa scelta che deve svilupparsi non ignorando la crisi che sta sconvolgendo tutto l’Occidente , le grandi migrazioni extracomunitarie e non, il terrorismo e la instabilità in diverse zone del pianeta, e lo stesso provincialismo di settori della politica italiana. Su detti argomenti l’amalgama moderata e riformista del Governo Berlusconi, voluto dagli italiani 10 mesi fa (e che ancor oggi ha il gradimento della stragrande maggioranza della popolazione), sta operando con grande e apprezzata determinazione. Il Governo, oltre al suo leader, ha ministri di levatura incredibile che sono vanto per l’intera comunità italiana.

Le misure anticrisi hanno visto il nostro Paese anticipare un percorso cui si sono poi accodati tutti: aiuto alle imprese in crisi, sostegno ai redditi bassi, più efficienti e corposi ammortizzatori sociali ai lavoratori licenziati, avvio o rilancio delle grandi opere infrastrutturali (Ponte,Tav, Mose, autostrade), prime ‘pietre’ di una nuova fase energetica del Paese, e da ultimo il Piano case; la forte migrazione, sostanzialmente non negativa per il Paese, ha dovuto essere controllata con misure più adeguate a gestire i flussi e atte a liquidare penetrazione e formazione di sacche di criminalità che hanno, ultimamente, allarmato l’opinione pubblica; e in politica estera il protagonismo dell’Italia ha evitato il proprio isolamento e ha aiutato il ruolo di mediazione in difesa della pace e per il controllo e la soluzione dei focolai esistenti. Su ogni provvedimento si è dovuto, purtroppo, assistere all’abbaiare alla luna di una opposizione sempre più alla ricerca di autori.

Il Nuovo PSI è parte integrante di questa politica e di questo processo. Lo vuole vivere non da spettatore ma da protagonista, nei limiti della propria forza, certamente, ma con la voglia di mettere a disposizione della coalizione, l’esperienza, la passione e la competenza dei propri quadri, almeno quelli rimasti, avendo il grosso dei socialisti, già da tempo, fatto questa scelta.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria, 26.3.2009

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mar 18 2009

GIANFRANCO FINI, DEMOCRATICO AFFIDABILE?

Anche se la telenovela di un Fini uomo di sinistra è diventata veramente stucchevole, essa si presta ad alcune considerazioni sulla doppiezza dei post e catto-comunisti, e merita qualche riflessione. E’ un’esigenza che sentono, soprattutto, i socialisti quelli, per intenderci, che hanno rifiutato l’egemonia di lor signori, e sono stati ripetutamente tacciati di ‘tradimento’ perché ad un’alleanza ‘normale’, a sinistra, hanno preferito fare una scelta di campo considerata ‘scandalosa’.

Ricordano un po’ tutti, ma soprattutto gli interessati, che il liet-motiv della polemica era rappresentato dal disgusto per un’alleanza con gli ‘eredi del fascismo’ rappresentati dai vecchi ma anche dai nuovi dirigenti dell’ex MSI. In particolare veniva attaccato proprio Fini, e a nulla serviva dire che, dopo Fiuggi essi si erano ‘mondati’ del peccato originale rappresentato dall’essere uomini provenienti da una ideologia sconfitta dalla storia, ed erano ormai una forza genuinamente riformista e sicuramente democratica.

Valevano, nel ragionamento dei socialisti craxiani, le scelte garantiste e riformiste decise da AN assieme all’intera coalizione, prima, della Casa e, dopo, del Popolo delle Libertà. Per anni, invece, gli ex comunisti hanno coperto di contumelie ed indicato al pubblico ludibrio quanti risultavano alleati di Silvio Berlusconi e di Gianfranco Fini.

Ma son bastate alcune dichiarazioni del Presidente della Camera per cambiare registro e musica. Non le dichiarazioni tipo: ‘le leggi razziali sono state un’ignominia’, o addirittura ‘il fascismo è stato il male assoluto’. No, non queste, ma quelle più, terra terra, tipo: - no al cesarismo; – no all’abusato ricorso ai decreti legge; – no alla tassa agli immigrati; – no all’obbligo per i medici a denunciare i clandestini curati; – si al voto agli immigrati; – no al voto delegato ai capigruppo; ed altre simili. Non, quindi, le dichiarazioni che dimostravano la rottura col proprio passato ideologico, ma le dichiarazioni che potevano essere interpretate come una presa di distanza dal suo maggiore alleato, cioè il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
E allora Fini diventa un uomo politico con una solida e condivisibile cultura democratica di base, addirittura un democratico di cui ci si può fidare, né più e né meno di un Veltroni prima e di un Franceschini dopo. Anche la proposta, avanzata scherzando, che lo vedeva come novello Segretario del PD, s’inquadra in questo corteggiamento, in questo improvviso innamoramento, che liquida in un colpo solo tutte le frasi fatte sull’uomo nero, il fascista impenitente, l’erede degli stragisti, l’essere immondo da cui tenersi alla larga.

Ebbene: o hanno visto giusto, e in anticipo, i socialisti riformisti e craxiani del Nuovo PSI accettando Fini come alleato, o si pensa di forzare alcune posizioni per puntare, illusoriamente, allo scardinamento della solida alleanza che sta portando verso la costruzione del PdL. Comunque tutte e due le ipotesi sono valide perché se i socialisti avevano visto giusto, aldilà di un’inutile e non richiesta certificazione dell’attuale sinistra, i catto-comunisti strumentalmente pensano di creare problemi ad una coalizione realizzata su dati valoriali e non elettorali.

Si ripete la vecchia storia del Bossi costola della sinistra’. Ma è un giochetto senza respiro politico basato solo su qualche accarezzamento che risulta offensivo dell’intelligenza dell’interessato. Ogni discesa, è opportuno ricordarlo, è anche una salita. Sarà difficile dire domani che Fini è invece un uomo nero.
Giovanni ALVARO

Reggio Calabria, 18.3.2009

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feb 15 2009

I BRONZI DI RIACE SIANO GLI AMBASCIATORI DELLA CALABRIA

  • In mancanza d’altro si tenta di costruire il casus belli sulla richiesta di Silvio Berlusconi di esporre i bronzi di Riace, in occasione del G8, del prossimo luglio, a La Maddalena , in Sardegna. E’ la solita storia, come sempre ci si aggrappa, come i naufraghi, a qualunque pretesto per uscire dall’isolamento politico in cui ci si trova, e si parte, per la contesa, sfornando, a raffica, comunicati stampa. In prima fila CGIL, PD , novelli esperti e “tecnici della Soprintendenza calabrese”. Ma non sarebbe ora di finirla con le chiusure precostituite, le approssimazioni sulle presunte fragilità delle statue, lo sfoggio di tecnicismo senza basi scientifiche e l’alimentazione della ridicola paura di uno scippo?

    Le statue sono patrimonio dell’umanità, e in quanto rinvenute nei nostri mari sono sotto la giurisdizione dello Stato italiano, e perché rinvenute nel mare jonico della Calabria affidate, per legge, al Museo Nazionale di Reggio Calabria. Che significa quindi diffondere preoccupazioni e paure e tuonare come fa il Segretario Provinciale delle CGIL contro la proposta dicendo che si tratta di un “attacco a Reggio Calabria e, udite, udite, di trame sotterranee contro la città messi in atto direttamente dal Governo Berlusconi?”. E quale sarebbe il motivo? Perché il Cavaliere Berlusconi dovrebbe penalizzare la città di Reggio Calabria? Che motivi avrebbe per punire una città che tanto sostegno ha tributato, e altrettanto ne continuerà a tributare, nel prossimo futuro, al fronte moderato raccolto attorno al PdL?

    La si smetta di far ridere mezza Italia dando l’impressione di una Calabria simile ad una riserva indiana che ‘difende un proprio totem’ opponendosi anche ad un semplice spostamento, dei Bronzi di Riace, tra l’altro, in un periodo di chiusura del Museo per lavori di restauro, che gli sono stati affidati dopo averli restaurati, e dopo una straordinaria esposizione, nei saloni del Quirinale, che ne ha decretato un strepitoso successo, che va, però, alimentato continuamente.

    Vittorio Sgarbi , critico d’arte senza eguali, ha già espresso la propria idea ridicolizzando la ‘balla’ della fragilità delle opere; ha, a muso duro, catalogato come ‘imbecilli e falsari’ quei ‘tecnici’ che mantengono l’accento su questa ‘baggianata’; ha criticato, senza peli sulla lingua, la CGIL che con la ‘trama sotterranea’ ha teso a lanciare ‘una vera e propria intimidazione senza logica e senza fondamento, tipica della retorica della falsa conservazione e di una sterile ideologia mista a una forma patologica di campanilismo’; e, dinanzi ad affermazioni come: ‘è una vera follia lo spostamento. Il Sindaco ha il dovere, senza ‘se’ e senza ‘ma’ di non spostarli’, espressa dal neo Segretario provinciale del PD, lo ha fortemente attaccato con: ‘Tra le forme di cultura del piagnisteo che dominano in Italia ci sono quelle dei conservatori dei musei che tengono le opere come se fossero proprietà privata’.

    L’invito che Sgarbi ha rivolto al Presidente del Consiglio ed al Ministro dei Beni Culturali a non farsi intimidire, mi sento di rivolgerlo anche al Sindaco di Reggio che ha raggiunto il consenso bulgaro del 72% per le sue grandi doti di ‘governo’ della cosa pubblica e non perché si sia fatto condizionare dalle pulsioni conservatrici o semplicemente provinciali della parte meno acculturata della gente che amministra, né dalla minaccia di sfracelli popolari che la sinistra minaccia ad ogni piè sospinto.

    Lo si è visto per opere importanti, osteggiate, come sempre dalla casta del NO, e realizzate per la capacità decisionista del Sindaco Scopelliti . Avanti, quindi, Sindaco, senza tentennamenti: i bronzi possono e debbono diventare gli ‘ambasciatori’ della nostra amata terra.

    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria, 15.2.2009

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    gen 26 2009

    FEDERALISMO, CONTRORDINE COMPAGNI

    FEDERALISMO, CONTRORDINE COMPAGNI

    Dopo mesi e mesi di allarmismo irresponsabile per l’unità d’Italia, e la stessa ‘sopravvivenza’ del Mezzogiorno; dopo un vergognoso periodo di ‘dagli all’untore’ contro il PdL e la Lega colpevoli, il primo di aver assecondato gli obiettivi leghisti sul federalismo, e la seconda di perseguire l’inconfessabile distruzione dello Stato unitario nato dal Risorgimento italiano, è arrivato il famoso CONTRORDINE COMPAGNI che mette in difficoltà lo sbandato popolo di sinistra che adesso deve, nel migliore dei casi, ‘aggiornare’ il proprio armamentario propagandistico, ma nel peggiore, restare frastornato ed essere incapace di uscire dalla rete dove s’era messo, non sapendo più che pesci prendere.

    Il contrordine è arrivato improvviso e inaspettato con la votazione al Senato che ha varato il primo SI’ al federalismo con 156 voti a favore, 6 contrari e ben 108 astensioni che guarda caso sono dei senatori del PD e, meraviglia delle meraviglie, anche dell’IDV di Di Pietro. Dov’è andato a finire il livore antilega e la difesa del Mezzogiorno? Volatilizzati immediatamente, scomparsi come il buco dell’ozono, perché l’incivile propaganda di chi, incurante del ridicolo, cavalcava qualsiasi problema pur di dare addosso al Cavaliere nero, ossia a Silvio Berlusconi, è come le bugie, avendo le gambe cortissime.

    Si attendono, comunque, le necessarie risposte anche perché c’è chi giura che l’essersi astenuti non è che un tentativo disperato di agganciare la Lega per ripetere il ribaltone di tanti anni fa. Ma alla fine hanno solo dimostrato, PD e IDV, con quanta spregiudicatezza fanno ‘politica’ (sic!). Non si può, infatti, sull’altare del potere, da raggiungere ad ogni costo, sacrificare valori e ideali come quelli dell’unità d’Italia. Perché se erano convinti di quanto affermavano è semplicemente assurdo arrivare alla liquidazione determinando il ‘contrordine compagni’. Se così non fosse, è altrettanto grave, perché hanno solo dimostrato la falsità della loro propaganda e la strumentalità delle loro posizioni costruite per tentare un effimero consenso.

    Dispiace la scelta dell’UDC che, votando contro, ha dimostrato cecità e corto respiro. Non si diventa rappresentanti del Mezzogiorno sventolando, ad ogni piè sospinto, la bandiera del sud, e utilizzando ogni occasione per distinguersi. Non basta la ricerca spasmodica di argomenti per ritagliarsi uno spazio, né basta pensare d’averlo trovato (e ne sono veramente convinti tanto da lanciare l’idea di un referendum!) per ottenerlo ed occuparlo. Sono solo illusioni, perché le scelte senza respiro politico si pagano, sia individualmente che collettivamente.

    E si pagano anche perché il federalismo è di casa in Europa (dalla Svizzera, alla Germania) e col federalismo non è successo nulla di traumatico. L’UDC, che vuole apparire sempre prima della classe, sa che il federalismo (non la secessione) è stato un obiettivo di tutto il PdL teso a costruire strumenti nuovi, con il federalismo fiscale e solidale, per aumentare la corresponsabilità e battere, anche, le zone di evasione fiscale che sottraggono ingenti risorse alla collettività e non trovano soluzione, come l’esperienza insegna, senza un diretto e interessato controllo popolare.

    Il Nuovo PSI, che non ha rappresentanti al Senato ma ne ha solo due alla Camera, non si tirerà indietro sulle scelte federaliste, ed eviterà la ricerca dell’esposizione mediatica, tra l’altro solo per qualche giorno, per riconfermare le proprie scelte di campo. Lo farà pienamente convinto del percorso che era dell’intero PdL e non solamente della Lega. All’esposizione preferirà, certamente, la politica.
    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria, 26.1.2009

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    gen 03 2009

    Del Nuovo Ordine Mondiale, dell’Europa, del PDL, del Socialismo Liberale

    Published by Redazione under Generale

    Parte 1a

    Forse il crollo del muro di Berlino non è stato l’inizio di una nuova era, ma la fine della vecchia.
    Tutti noi non siamo stati in grado di capire i mutamenti le evoluzioni, il nuovo ordine mondiale che da li ne sarebbe scaturito.
    Con il senno del poi è molto facile capire che uno squilibrio, quale era infatti lo strapotere egemonico degli USA, avrebbe generato un nuovo equilibrio; e così è.
    Gli Stati Uniti hanno con molta probabilità sottovalutato la debolezza Russa, non hanno considerato a sufficienza la crescita della Cina, e sempre molto probabilmente hanno creduto che il mondo arabo sarebbe stato controllato dallo stato israeliano.
    Hanno pensato che la debolezza dell’Europa, colpita in tutti gli Stati da una forma più o meno violenta di “Mani Pulite”, in un ordine che non prevedeva un contraltare agli USA, non sarebbe stato un problema.
    L’Europa, nondimeno non ha saputo compiere quella trasformazione che era cominciata a Maastricht, quando firmando quel famoso trattato si era pensato più ad un’Europa unita politicamente che economicamente.
    Si è assistito in forme più o meno evidenti ad un crollo della Politica tradizionale, per come l’abbiamo conosciuta nel secondo dopoguerra, alla assenza di ideologie e culture, al crollo non solo dei partiti ma soprattutto delle loro funzioni di equilibrio e di garanzia nella crescita e sviluppo della Società.
    Anche l’Europa, liberata dal pericolo Comunista ha pensato che tutto si sarebbe potuto risolvere con un equilibrio economico; si è giunti così alla moneta unica che ha unito solo interessi economici e speculazioni generando povertà e malesseri; l’Inghilterra è rimasta fuori da questa operazione, mantenendo invece una autonomia di pensiero e di politica che ha permesso fino ad oggi di affrontare la situazione in maniera diversa, non so se migliore, ma certamente diversa.
    L’Italia ha affrontato il dopo Berlino nel momento peggiore, avendo subito più di tutte l’operazione scientifica del colpo di stato, che ha portato un intero sistema al crollo senza che vi sia stata una classe dirigente adeguatamente preparata a sostituire coloro i quali avevano gestito fino ad allora le vicende del nostro Paese.
    Siamo così giunti al Berlusconismo e a tutto quello che nel bene ( io penso molto) e nel male tutto ciò ha significato.
    Da 15 anni stiamo assistendo alla mortificazione dei progetti dello sviluppo della crescita politica del nostro Paese, all’incapacità di affrontare situazioni che siano di prospettiva.
    Il nostro Paese è stato sottoposto ad un sistematico saccheggio; l’assenza del controllo politico ha fatto si che le speculazioni siano avvenute senza scrupoli e criteri: Telecom, Parmalat, il sistema bancario ci riportano alla mente situazioni che sarebbero state inimmaginabili in un sistema politico come quello cui noi eravamo abituati prima del crollo dell’URSS.

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    dic 22 2008

    SGOMBRARE IL CAMPO PER MANIFESTA INCAPACITA’

    Lo avevamo già scritto, facendo i facili profeti, che alla fine Veltroni, D’Alema e & avrebbero fatto come gli struzzi. Imbrogliano se stessi, si nascondono la verità, quella nuda e cruda della Caporetto abruzzese (anteprima di una Caporetto generale), e, come se si stesse in una normale situazione, anziché porre mano ai problemi di linea politica e correzione profonda del loro modo d’essere, decidono di mantenere lo status quo con quell’asfissiante alleanza con Di Pietro, e, con l’occhio al controllo del partito, pensano solo a come affrontare il redde rationem che comunque è stato rinviato al dopo elezioni europee.

    Siamo veramente, come si vede, all’incapacità di percepire la gravità della situazione in cui si trovano. In pratica, si è alla confusione più totale ed al possibile sfascio di quel partito che fu il PCI, il PDS, i DS e, con la Margherita, l’attuale PD, ‘amalgama mal riuscito’ (versione D’Alema), o ‘amalgama che c’è già stato alle elezioni politiche e prima ancora alle primarie’ (controreplica Veltroni).

    Non c’è dubbio che, nella scelta di non toccare nulla delle proprie alleanze, ha pesato l’esplosione della questione morale che sta facendo assaporare, anche ai ‘moralmente diversi’, quanto è terribilmente salato il mare. Come in una gara tra le Procure, infatti, si susseguono, senza soluzione di continuità, le inchieste, gli arresti, le iscrizioni nei registri degli indagati e i rinvii a giudizio, che stanno sconvolgendo il cosiddetto popolo di sinistra che, per la prima volta, forse, comincia ad aprire gli occhi sul pianeta magistrati e, a denti stretti, comincia a considerare urgente la riforma del settore. Riforma che, per anni, è stata vista come il tentativo di mettere sotto controllo l’ordine giudiziario, e non come una necessità per rendere civile e moderno un Paese sotto scacco e martoriato da abusi di ogni genere per l’autoesaltazione e la forte esposizione mediatica dei nuovi protagonisti, entrati nell’agone a gamba tesissima, quali sono stati i magistrati politicizzati.

    La preoccupazione del ristretto gruppo dirigente del PD è comunque e sempre Antonio Di Pietro e la sua capacità di sfruttare ogni loro passo falso sul terreno giustizialista. Uòlter e ‘baffino’ sanno che le iniziative del PdL non puntano a fare dell’attuale ‘tangentopoli rossa’ un vessillo da usare senza parsimonia. Forse finalmente riescono a capire che Silvio Berlusconi e i suoi alleati non usano, contro i loro avversari, i metodi della canea giustizialista come sanno fare loro e i ‘campioni del rispetto, della civiltà e del confronto’ dell’IDV e del suo leader. Certamente è stato difficile per loro, cultori dell’aggressione sistematica, capire una verità lapalissiana: solo chi non ha argomenti si rifugia nel ghetto giustizialista, mentre il PdL ne ha a iosa.

    Per esempio a Napoli e in Campania, a che servirebbe girare ferocemente il coltello nella piaga, facendo scadere l’iniziativa politica e mettendo sterco nel ventilatore? A chi gioverebbe seminare discredito sulle istituzioni? La giustizia faccia il suo corso e velocemente, ma a Napoli e in Campania, usando solo il lessico del signor Gambale (il Torquemada partenopeo famoso per gli attacchi contro Gava, Scotti, De Lorenzo e Di Donato chiamati la ‘banda dei quattro’), bisogna liquidare al più presto ‘il duo Bassolino-Iervolino’ per assoluta manifesta incapacità politica.

    Le immagini di una regione sommersa dalla spazzatura, senza citare altro, sono stati il biglietto da visita di un gruppo dirigente modesto e senza capacità di volare alto. Mostrare le mani, come ha fatto la Iervolino, e dire che sono pulite serve a ben poco. Perché per guidare una città come Napoli, ex Capitale del Regno delle Due Sicilie, servono certo mani pulite, ma anche mani operose e occhi attenti e vigili. Essendo mancate queste due condizioni, sarebbe più corretto e politicamente più salutare chiudere finalmente un’esperienza fallimentare.

    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 22.12.2008

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    dic 16 2008

    VELTRONI, BASTA CON UN CONNUBIO INDECENTE

    Si potrà girare e rigirare attorno al problema quanto si vuole, si potranno dare mille interpretazioni alla ultima sconfitta elettorale, si potrà dire da parte di Veltroni che alla fin fine il bicchiere si presenta mezzo pieno, mentre D’Alema gli dirà sicuramente ch’esso è mezzo vuoto, se non addirittura che sia totalmente vuoto, ma alla fine faranno come gli struzzi: nasconderanno la verità nuda e cruda della Caporetto rappresentata dal risultato elettorale dell’Abruzzo.

    Non sono abituati a dire come stanno veramente le cose, ad assumersi pienamente la responsabilità di ciò che va male, ad ammettere d’avere sbagliato tutto da dieci mesi a questa parte, per cui continueranno a mentire a se stessi, e saranno vittime della loro stessa presunzione. Non che una strada diversa li potrà riportare in auge, ma almeno li salverà dal precipizio, ed eviterà all’Italia la crescita di logiche populiste e sudamericane degnamente rappresentate da quel simpatico ’superdemocratico’ qual è il signor Antonio Di Pietro.

    Affrontare la realtà significa prendere il toro per le corna, direttamente e senza alcun infingimento, stoppando la ripida scivolata su quel piano inclinato, cosparso di grasso, dove sono riusciti a collocarsi i signori della cosiddetta sinistra obamiana che vivono di nominalismi, simboli e frasi inglesi che tanto fanno chic nelle terrazze romane. Prendere il toro dal suo simbolo può appariscente significa però riconoscere il gravissimo errore commesso nell’aver allevato e messo in circolo un nemico della democrazia, un giustizialista dichiarato, un populista senza alcun respiro politico, quando contemporaneamente si decretava la fine di sinistre antagoniste, sinistre critiche, socialisti servizievoli e verdi di ogni gradazione.

    Non che l’assenza di detti rappresentanti (Diliberto, Boselli, Pecoraro Scanio, Giordano, Mussi, ecc.) ci abbia sconvolto e ci abbia costretto a mettere il lutto, ma onestamente li avremmo preferiti al trattorista di Montenero di Bisaccia che non è un avversario politico, ma un arringa popolo proteso solo ad incrementare la propria dote elettorale, portandola oltre il 4%, per non dipendere da decisioni altrui. Infatti se l’IDV ha inseguito l’alleanza con Veltroni lo ha fatto per rendersi immune dalla filosofia del voto utile, operazione che non gli serve più volendo giocare direttamente e da solo per evitare, così, si vedersi sbattere, nel prossimo futuro, la porta dell’alleanza in faccia. Sa che per lui è finita la stagione degli incarichi di Governo, ed allora punta a mantenersi in vita e con essa a mantenersi i cospicui rimborsi elettorali.

    Rozzo quanto si vuole, ma abbastanza lucido nel suo percorso e nelle sue scelte. Di Pietro sa che la propria crescita non può avvenire a danno dei moderati raggruppati sotto i vessilli del PdL guidato dal nemico Silvio Berlusconi, ma solo a scapito dei propri compagni di merende, ed allora non si fa scrupoli dando addosso al PD ma se necessario anche alla Croce rossa. Girotondi, grilli, tensioni sociali, scuola, scioperi epifanei lo vedono sempre in prima linea e sempre col megafono in mano. A Uòlter un consiglio: non continuare a sottovalutarlo. Tu sarai più fine certamente, ma ti è mancata completamente la lucidità. Hai imbarcato un talebano, lo hai coccolato, fatto crescere, ed ora ti si rivolta contro. Per te non c’è futuro se non hai il coraggio di staccarti totalmente da tale personaggio.

    A noi che importa? Di te veramente nulla, e nulla di ‘baffino’ il tuo gemello. A noi interessa l’Italia e le politiche da assumere in questo grave momento di recessione internazionale. Convergenze sulle scelte di fondo sono più necessarie dei muri contro muri. Per questo, e solo per il nostro Paese, ci permettiamo di consigliarti la rottura di un connubio indecente.

    Giovanni ALVARO
    Reggio Calabria 16.12.2008

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    dic 01 2008

    OH, VECCHIA SINISTRA, QUANTO CI DELUDI

    L’invito di Berlusconi a Veltroni a rompere la sua alleanza con Di Pietro per avviare un rapporto diverso e collaborativo tra maggioranza e opposizione non è certamente una reale necessità per svelenire la situazione. Tra Veltroni e Di Pietro non si scorgono infatti ‘diversità’ sostanziali essendo, i due, in continua rincorsa tra loro. E la improbabile rottura, tra l’altro, non risolverebbe il problema di un rapporto civile con la maggioranza.

    La rincorsa o la concorrenza, infatti, continuerebbero, e a maggior ragione, se la rottura si avverasse, perchè esse sono frutto di un’assenza di bussola, di una mancanza di leadership, e di una terribile paura per un ipotetico svuotamento del proprio bacino d’influenza a tutto vantaggio del vero attuale avversario politico. E se, ad un simile aggrovigliato problema, si volesse aggiungere la ‘fronda’ interna al PD, capeggiata da mille contestatori, tra i quali il tradizionale e storico ‘gemello’ (baffino), la partita è irrisolvibile.

    Perché allora perdere tempo, quando la partita l’ha già risolta il corpo elettorale, sette mesi fa, non solo per aver fatto vincere il PdL ed il suo leader, ma soprattutto per aver tributato loro l’incredibile successo che ha letteralmente mandato in tilt la cosiddetta sinistra, e frantumato definitivamente i propositi di un’opposizione civile e propositiva? Da allora, a partire cioè dall’indomani del responso elettorale, il ‘buonismo’ veltroniano se n’è andato a quel paese, le speranze di un atteggiamento politico serio ha fatto altrettanto, e, improvvisamente, si è tornati al buio dello scontro per lo scontro, e l’avversario da combattere è ridiventato nemico da abbattere.

    Ogni cosa è stata esasperata all’inverosimile. Dal lodo Alfano per salvaguardare le più alte cariche dello Stato dai Garzòn nostrani anche se solo per il periodo del loro mandato; all’abolizione dell’ICI passando, senza alcuna vergogna, dalla critica sfrenata perché andavano esclusi i ‘ricchi’, all’affermazione che tanto era un provvedimento elaborato dalla sinistra; ai provvedimenti sulla scuola mistificando, mentendo e, addirittura, capovolgendo anche vecchie impostazioni del loro schieramento; alla feroce critica della miseria dei 40 euro mensili ai più indigenti, visti come un’elemosina, o ai bonus per le famiglie a basso reddito considerati una vergogna inammissibile; fino all’incredibile attacco per l’aumento dell’IVA alle pay-tv, come Sky, pari a 4 euro mensili che vengono considerati un terribile aggravio per i contribuenti.

    Quest’ultima vicenda ha permesso la riesumazione del trito e ritrito vecchio conflitto d’interessi, dimenticando due cose fondamentali: l’aumento dell’IVA sulle pay-tv colpisce anche Mediaset, per la parte satellitare, mentre non può colpire quella terrestre che viene fornita gratis ai telespettatori. Ma a loro che interessa. Bisogna riattaccare l’odiato nemico. Ed allora serve seminare dubbi, spargere veleni, mettere gli escrementi nel ventilatore. Qualcosa, pensano, alla fine potrà aiutare una loro improbabile ripresa. E comunque, come minimo queste azioni servono a bloccare la crescita di quel caino di un Di Pietro che, accolto alla tavola imbandita della sinistra, vi si è rivoltato contro, quando ha capito che doveva recuperare il proprio pane autonomamente.

    I fessi lo avevano aiutato a restare in vita, evitando, per lui, il mortale voto utile che è stato propinato a socialisti, comunisti senza mimetizzazione, verdi di ogni gradazione, e arcobaleni vari, ed adesso se lo trovano super concorrente. Oh, vecchia sinistra, ma dove stai andando? Non ti rendi conto che ti trovi su un piano inclinato cosparso di olio e grasso? Le lezioni della storia non ti hanno insegnato nulla? Ci deludi profondamente. Nelle loro bare si rivoltano le ossa dei tuoi padri fondatori vedendo quali mani ti stanno gestendo.

    Un consiglio spassionato agli attuali dirigenti: tenete l’anima in pace perchè non esistono scorciatoie. La partita potrà riaprirsi tra due generazioni. Un consiglio anche al nostro leader: non ti curar di lor, ma guarda e passa.

    Giovanni ALVARO
    Reggio Calabria 1.12.2008

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    ott 26 2008

    LE BUFALE DI VELTRONI SUL PALCOSCENICO ITALIA

    C’è chi ha gioito per le dichiarazioni del Walter-Don Chisciotte sulla fine dell’alleanza con Antonio Di Pietro, vuoi perché sembrava avviarsi la chiusura di una stagione vergognosa fatta di corse e rincorse, e di sceneggiate a chi la sparava più grossa, con rilanci sempre più azzardati, vuoi anche perché c’era chi sperava in una possibile riapertura dei giochi, che sembravano definitivamente chiusi, dopo le elezioni politiche, e che la rottura con l’IDV sembrava poterli riaprire.

    E’ bastato poco per capire che si trattava di una nuova bufala. Di Pietro, infatti, per nulla intimorito dal proclama di rottura rintuzzava con sarcasmo le dichiarazioni veltroniane e proclamava che senza il suo apporto il PD non avrebbe vinto neanche una bambolina. A nulla è servito dire che neanche l’IDV poteva sperare di vincere, anche perché a Di Pietro non interessa vincere ma interessa consolidare il suo 4% che è la sua vera ed unica àncora di salvezza. Dopo, comunque, le schermaglie iniziali ha provveduto lo stesso Veltroni a smorzare gli entusiasmi e a bloccare i brindisi già avviati dai vari Nencini, Giordano, Diliberto, Ferrero e Pecoraro Scanio che continueranno ad essere personaggi in cerca d’autore.

    Da una parte Veltroni ha ricordato ch’egli non ha detto nulla di nuovo sul suo rapporto con Di Pietro, dall’altra, onde evitare ulteriori equivoci, ha ribadito la scelta del PD di sostenere a Presidente della Commissione Vigilanza Rai quell’Orlando Cascio dell’IDV a cui però, per i suoi trascorsi, il PdL non può né intende affidagli un ruolo di super partes. Poteva bastare questo per respingere l’accusa di ‘vigliacci’ che gli è stata rivolta da Di Pietro ma ha voluto rincarare la dose, con la sua collaudata faccia di bronzo, tentando un ritorno positivo dalla vicenda. Ha quindi invitato Berlusconi e la maggioranza a fare come hanno fatto loro: “noi vi abbiamo votato il candidato alla Corte Costituzionale, ora voi dovete votarci il nostro candidato alla Vigilanza ch’è Cascio Orlando Leoluca da Palermo”.
    Ma che, fa lo gnorri? Pensa che gli altri siano degli imbecilli? Dimentica cosa è avvenuto? Bisogna ricordargli allora che il candidato alla Consulta era il prof. Gaetano Pecorella e che solo il senso di responsabilità dello stesso e dell’intero PdL ha determinato il ritiro della proposta e, conseguentemente, l’elezione dell’avv.to Giuseppe Frigo. Dimostri Orlando e lo stesso PD eguale senso di responsabilità avanzando una seconda proposta e stiano certi che la vicenda si sbloccherà immediatamente. Ma Veltroni non ha il coraggio di farlo malgrado la presunta rottura dell’alleanza (sic.!). Di Pietro lo fulminerebbe letteralmente e, chissà perché, egli ne è terrorizzato.

    Ce n’è abbastanza per permettere al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la individuazione delle responsabilità del mancato scioglimento del cosiddetto ‘nodo dell’asino’ , quel nodo che più lo tiri più si serra. Abbastanza a ché lo stesso Marco Pannella, che ha forzato la mano, con i suoi scioperi, riconosca di chi è la colpa dell’inconcepibile muro di tracotanza eretto dal duo Valter-Tonino. Abbastanza anche per l’Italia ch’era così frastornata e non capiva bene il perché del braccio di ferro, ma a cui, ora, tutto è chiaro.

    Parliamo di quella ‘Italia migliore della destra che la governa’ ma anche, e non ci voleva molto, aggiungiamo noi, “migliore della sinistra a cui ha rifiutato il sostegno inviandola all’opposizione”. E’ proprio questa sua condizione che la eleva a garante della sua stessa democrazia, e ne fa un corpo impenetrabile alle sceneggiate, alle falsità ed alle bufale messe in campo da vecchi e nuovi arnesi della politica italiana. Ne tengano conto Veltroni e Di Pietro.
    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 26.10.2008

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    ott 20 2008

    CONSULTA:PECORELLA RINUNCIA;BERLUSCONI TELEFONA, DISPIACIUTO

    Published by Redazione under Generale, Notizie, Rassegna Stampa

    TRA I NUOVI PAPABILI GIRANO ANCHE NOMI DI BRUNO,DOMINIONI, FRIGO (ANSA) – ROMA, 20 OTT – Gaetano Pecorella fa un passo indietro per la Consulta. E si riaprono i giochi per l’elezione del giudice costituzionale.
    Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, secondo quanto si apprende in ambienti parlamentari del centrodestra, ha telefonato in serata a Pecorella per spiegargli quanto fosse dispiaciuto della sua rinuncia alla Corte Costituzionale per il veto posto dal centrosinistra sul suo nome.
    Il premier ha espresso tutto il suo dispiacere all’ex presidente della Commissione Giustizia della Camera spiegandogli che sarebbe stato il candidato ideale per il Pdl. A dimostrazione di quanto la maggioranza volesse continuare a sostenere Pecorella per diventare giudice della Consulta, il Cavaliere lo avrebbe informato che ancora non e’ stato individuato un possibile sostituto del deputato del Pdl.
    Intanto comincia a circolare una serie di nomi che i parlamentari del centrodestra, secondo quanto si e’ appreso, sarebbero pronti a votare gia’ nella seduta comune decisa per domani sera.
    I papabili, tra gli altri, potrebbero essere il presidente della Commissione Affari costituzionali di Montecitorio, Donato Bruno, oppure alcuni esponenti delle Camere Penali come Dominioni e Frigo. Non sembrerebbe piu’ in pole position, hanno riferito in tarda serata fonti parlamentari del Pdl, il nome di Giorgio Spangher, professore di diritto e procedura penale di cui si era parlato anche nei giorni scorsi come possibile alternativa a Pecorella.
    (ANSA).

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    ott 20 2008

    LA DERIVA DI WALTER CONTRO I MULINI A VENTO

    L’abbuffata di iniziative, manifestazioni e scioperi in questo mese di ottobre 2008 è la cartina di tornasole della incapacità della sinistra italiana d’essere all’altezza del confronto e dello scontro con il Governo Berlusconi ed il suo Popolo delle Libertà a cui i cittadini hanno dato l’incarico di guidare questo Paese.

    Si ha l’impressione che si ‘spari’ con le armi più disparate ma solo per far rumore, sperando che con esso si inneschi una paura capace di liberare il campo dalla presenza nemica, ma anche per evitare sia lo scavalcamento da parte di quel Tonino Di Pietro che, costruito in provetta dagli strateghi della sinistra, è letteralmente sfuggito di mano ai suoi manipolatori; sia pure per non aiutare lo sviluppo delle grandi manovre del suo eterno concorrente, Massimo D’Alema, che solo ‘per ora’ non pone il problema della leadership nel PD.

    In questa lotta tutta interna all’aggregazione di sinistra (si fa per dire) a subirne le conseguenze negative è soprattutto il Paese che viene sottoposto ad una serie di iniziative certo legittime ma chiaramente inopportune; certo possibili ma nettamente provocatorie; certamente legali ma costruite senza alcun ritegno col falso più vergognoso.

    Nella prima categoria vi è la manifestazione del 25 ottobre, tanto criticata da personaggi importanti dello stesso partito organizzatore che hanno dichiarato di non parteciparvi, ma altrettanto pervicacemente perseguita dal nostro Walter che in barba alla delicata situazione economica mondiale che lui stesso riconosce e che coinvolge anche l’Italia, continua il suo percorso senza batter ciglio. Nella seconda vi è il tentativo di imporre al Parlamento quell’Orlando furioso, sostenuto dall’altrettanto furioso Di Pietro a cui Walter non sa o non può dire di no, messo scandalosamente sullo stesso piano del prof. Gaetano Pecorella. Il braccio di ferro sulle due scadenze ha determinato gli appelli di Giorgio Napolitano alla ragionevolezza e l’ennesimo sciopero della fame e della sete di Marco Pannella a cui piace camminare sul ciglio di un burrone rischiando sempre in prima persona.

    Nella terza c’è la vergogna dello sciopero contro la riforma Gelmini. Sciopero indubbiamente legale, dato che il contestare ciò che non si condivide è un diritto costituzionale, anche se viene costruito su falsità più che macroscopiche, e coinvolgendo nella vicenda l’innocenza dei bambini portati a spasso da mammine moderne ma senza zucca. Quando si contesta una riforma, una legge o un decreto bisogna farlo con dati di fatto reali e con proposte alternative. Usare il falso anziché la verità, e dire solo no senza avanzare un solo straccio di proposta, dimostra il vuoto che alimenta gli organizzatori e la strumentalità della stessa iniziativa. Le prove generali sono state affidate ai Cobas, Venerdì passato, e adesso via verso lo sciopero del 30 ottobre.

    Gli studenti ci sono (ci sono sempre stati anche non sapendo i motivi di uno sciopero a cui partecipano), i sindacati pure (sorprende la ritrovata unità tra CGIL, CISL e UIL), gli insegnanti ideologizzati anche (si sentono rinati nel poter lottare contro il nemico Berlusconi inseguendo sogni di gloria), la copertura politica altrettanto (viene garantita dalla deriva di Walter-Don Chisciotte), manca però, si manca, e non è cosa di poco conto, il sostegno dell’opinione pubblica, sempre più affascinata dalle capacità realizzatrici del Governo, e sempre meno propensa a seguire le falsità della ricostituita armata Brancaleone. Si capisce chiaramente che si contesta solo per tentare di creare le condizioni che possano incrinare l’appeal di Berlusconi, del suo Governo, dei suoi Ministri e del PdL, ma si capisce pure che la contestazione è solo contro i mulini a vento: lascia il tempo che trova, altro che nuovo sessantotto.

    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 20.10.2008

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    ott 05 2008

    LA PROTERVIA E L’ARROGANZA NON DEVONO PASSARE

    No e poi no, l’arroganza e la presunzione con le quali si tenta di imporre al Parlamento di fare una scelta, a Presidente della Vigilanza Rai, molto discutibile per l’assenza totale, nel candidato proposto, di un pur minimo elemento di equilibrio da super partes, non possono e non devono passare. A tal fine non potranno servire nè i digiuni pannelliani, né lo stesso invito di Giorgio Napolitano al Parlamento a voler adempiere pienamente ai propri compiti istituzionali.

    Il digiuno di Marco Pannella e l’invito del Presidente della Repubblica, ambedue indirizzati a tutti i ‘contendenti’, devono, semmai, servire a ricercare condivise vie di sblocco di una situazione delicata che sembra utilizzata per sancire pesi e contrappesi all’interno del variegato mondo dell’opposizione. La Presidenza della Vigilanza è in sostanza la scusa per misurarsi tra Di Pietro e PD, e poter affermare, da parte dell’IDV, il proprio indiscusso autonomo ruolo di giacobinismo allo stato puro, e la propria capacità di imporre i propri disegni anche ad una grande aggregazione com’è il partito nato dalla somma di DS e della Margherita..

    Non c’è altra spiegazione, infatti, nel volersi intestardire in una proposta, antesignana del giustizialismo dell’era moderna, che storicamente rappresenta la parte più oscena delle forze succube del ruolo ‘etico’ della Magistratura, e la parte più plateale dell’antimafia da convegno o da tavola rotonda. Indecenti i suoi attacchi a Giovanni Falcone che hanno contribuito a isolarlo rendendolo più esposto alla strategia stragista della mafia siciliana, e vergognosi e infamanti, in una trasmissione televisiva, gli attacchi diretti contro il Maresciallo Lombardo che non ha retto alle insinuazioni e si è sparato un colpo di pistola alla testa alla vigilia del suo viaggio negli States per prelevare il boss Badalamenti che era pronto a venire a deporre al processo contro Giulio Andreotti per smentire le panzane sostenute dal cosiddetto ‘pentito’ Buscetta.

    No e poi no, il nostro Leoluca Orlando Cascio può stare con Di Pietro, può essere stupidamente accolto, per ragioni di alleanza, dagli ex comunisti, può continuare a fare carriera con l’antimafia da barzelletta e utilizzare tutte le occasioni che gli si presentano, ma non può essere un soggetto super partes in un ruolo da assumere con i voti determinanti del PdL.

    Ed allora, come si esce dall’impasse? Come rispondere positivamente ad un Presidente, che superata la fase di rodaggio iniziale, si sta dimostrando veramente super partes? Come evitare che l’attuale ‘digiuno’ pannelliano (ma sarebbe ora che Marco la smettesse di ‘ricattare’ il sistema politico italiano con questi mezzi) possa scivolare verso pericolosi sbocchi? La strada è quella di una rosa di nomi tra i quali scegliere. E’ la proposta avanzata da Casini che, a scanso di equivoci, ha dichiarato anche che non intende avere nella rosa alcun nome di personaggi aderenti al suo partito.

    La convocazione della riunione congiunta dei capigruppo alla Camera ed al Senato decisa da Schifani e Fini va in questa direzione, e credo che il Nuovo PSI di Stefano Caldoro debba sostenere questa strada che, tra l’altro, sarebbe la più corretta per evitare la ‘putinizzazione’ del Parlamento (vero Veltroni?) che con una sola proposta sarebbe chiamato solo a ratificare quanto la protervia e l’arroganza scodellano. La storia ci ricorda che questo, nel nostro Parlamento, non avviene neanche per l’elezione del Presidente della Repubblica. Non può adesso avvenire perché lo richiede il Di Pietro di turno.
    Giovanni ALVARO

    Reggio Calabria 05.10.2008

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