TRA NUOVE ELEZIONI E SVILUPPO DELLA MAGGIORANZA

No, non è stato poi tanto difficile resistere agli attacchi a cui è stato sottoposto Berlusconi nel corso di questi anni anche perché era chiara la natura strumentale degli stessi. L’obiettivo era abbastanza palese: tenerlo sulla graticola sperando di poterlo scalzare definitivamente dalla guida del paese. ruolo che gli italiani gli hanno chiaramente affidato. Oggi si è passati a colpire le cosiddette ‘casematte’, gli uomini della squadra che lo affiancano, sperando di fargli il vuoto attorno.

La manovra è più subdola anche se l’obiettivo è sempre lo stesso: capovolgere il responso elettorale disfacendo quanto la volontà popolare ha deciso. Si punta a cogliere in fallo alcuni tra gli uomini più vicini, e mettere all’indice gli altri sperando in un loro crollo psicologico che potrebbe, come effetto domino, trascinare nello sfascio l’intera maggioranza. Se a ciò si aggiunge l’incredibile vicenda finiana, ci si rende conto delle difficoltà reali che si stanno attraversando e del terreno minato su cui si opera.

Oggi, comunque, non basta più resistere. Si sentono, infatti, scricchioli nel rapporto con la gente tra la quale rischia di passare un messaggio profondamente sbagliato su una ipotetica corruzione generalizzata, sull’identica situazione rispetto al passato, sui cosiddetti privilegi della ‘casta’, il tutto alimentato dallo sfrenato e improvvido qualunquismo che è la nuova bandiera dei mass-media e dell’intera sinistra. Se a ciò si aggiunge che tra la gente serpeggia il dubbio sulla reale possibilità di realizzare le riforme, il quadro è completo.

Che fare? si sarebbe domandato Lenin. Nient’altro che accelerare l’iter sulle scelte di fondo: quelle economiche per rendere più stabile la situazione italiana; quelle della realizzazione infrastrutturale per accelerare la ripresa produttiva; quelle riferite alla modernizzazione dell’impalcatura costituzionale per dare più potere agli organi esecutivi; quelle sulle competenze per riportare ad un unico centro decisionale scelte di interesse nazionale quali l’energia e le grandi opere; quelle del federalismo non per accontentare la Lega ma per determinare profonde correzioni nella gestione della cosa pubblica; quelle riferite alla giustizia per togliere il paese dal perenne condizionamento di uno dei ‘poteri’ sugli altri due.

Si obietterà che è facile a dirsi, ma ch’è difficile a farsi stante, le difficoltà che vengono dall’interno della maggioranza. Se le cose stanno così ci sono due alternative: o si determina una situazione di ingovernabilità andando, quindi, a nuove elezioni per liberare il campo da velleitari condizionamenti e vergognosi ricatti, o bisogna pensare all’allargamento della maggioranza non solo per neutralizzare disegni paralizzanti e logoranti, ma anche per rimettere al servizio del Paese una forza, come l’UDC o come vorrà chiamarsi prossimamente, che si è ‘autopunita’ abbastanza nel corso di questi ultimi due anni e che va pienamente recuperata.

Bossi dice che Casini è come Fini e che, quindi, è inutile. Io penso che Casini sia stato come Fini ma che la ‘quarantena’ e anche i recenti risultati elettorali lo abbiamo fatto ‘rinsavire’. Bossi, perciò, dovrebbe riflettere sul fatto che, forse, senza l’allargamento della maggioranza (leggi Casini) si rischia di mandare in fumo un lavoro sul federalismo che si persegue da troppo tempo, e si rischiano nuove elezioni con tutto quel che ne consegue.

Se si ragiona nell’interesse del Paese e non nell’interesse del proprio orticello non ci possono essere dubbi: si tratta di rafforzare un Governo e non di sostituirlo. La crisi economica, le difficoltà dell’euro, le storture del sistema politico italiano, la necessità del ‘fare’, debbono prevalere sui giochi e i giochini da prima Repubblica che anche gente che sembrava vaccinata è impegnata purtroppo a perseguire.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 20.5.2010

TRASPORTI: C’E’ PURTROPPO CHI REMA CONTRO

C’è chi ha deciso di sfruttare le pessime condizioni dei trasporti in Calabria decidendo di realizzare, con successo, il collegamento navale Messina-Salerno imbarcando camion, tir e automobili diretti al o provenienti dal Nord, e c’è chi ha deciso di dargli una consistente mano. Se si può capire il primo soggetto che, dopo l’esperimento della prima unità, ha già raggiunto, come sembra, le quattro navi che fanno la spola tra i due terminali, non si riesce a capire “l’aiuto” che gli viene fornito dalla Rete Ferroviaria Italiana, un aiuto che accentua ulteriormente l’isolamento della regione Calabria nei confronti del Paese.

Il Gruppo Fs non solo non ha in calendario la realizzazione dell’Alta Velocità da Salerno verso le zone del profondo Sud, ma addirittura sta smantellando quel poco che serviva ad evitare mezzi di trasporto diversi dalle rotaie se è vero, com’è vero, che sono stati cancellati 12 treni ad lunga percorrenza verso Milano e Torino; la liquidazione della mitica ‘Freccia del Sud’ che negli anni del boom economico trasportava la forza-lavoro meridionale verso il triangolo industriale del Nord; lo smantellamento della divisione Cargo; e la dismissione di alcuni impianti a Paola.

Una vergogna che ha determinato la proclamazione di uno sciopero regionale tra il 12 e 13 maggio da parte di tutte le sei sigle sindacali, la presa di posizione di quanti, tra uomini politici nazionali e regionali, sono fortemente preoccupati per l’arrogante indifferenza del gruppo dirigente della Rfi che, in ultima analisi, penalizza soprattutto le popolazioni calabresi e la loro aspirazione a diventare parte integrante della nazione che a 150 anni dalla sua creazione non ha ancora risolto il nodo del Mezzogiorno d’Italia.

La scelta di smantellamento della rete ferroviaria è ancor più grave e assume aspetti veramente paradossali dopo le decisioni dell’autorità portuale di Gioia Tauro a cui ha contribuito la nuova Giunta Regionale della Calabria, di riduzione consistente della tassa di ancoraggio per le navi. Scelta questa indispensabile per favorire una inversione di tendenza nei processi di sviluppo dello scalo marittimo più importante del Mediterraneo, ma che verrebbe vanificata da scelte suicide e penalizzanti di una Regione che rischia di diventare un classico binario morto nel sistema dei trasporti italiani.

E’ necessario, quindi, sostenere le iniziative sindacali se esse non si riducono alla difesa dell’esistente o addirittura ad uno sconsolante e deprimente mercanteggiamento sulle unità di trasporto da ripristinare correggendo, semplicemente, la strategia di spoliazione in atto da parte del gruppo dirigente della Rfi. Va ottenuto pienamente e subito un tavolo di trattative che superando immediatamente le assurde scelte effettuate, affronti, passando dalle parole ai fatti, tutto quanto diventerà necessario con la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina che ha la sua ragion d’essere proprio nell’aggancio al corridoio europeo 1 (Berlino-Palermo e Catania) ed all’Alta Velocità oggi bloccata a Salerno.

Il Sud ha una grande carta da giocare legata all’attraversamento stabile dello Stretto, e questa carta non va sprecata. Se c’è qualcuno che rema contro al futuro del Mezzogiorno che può e deve diventare una base logistica dell’intera Europa, deve essere messo in condizioni di non nuocere anche a costo di dover procedere a vere e proprie ‘epurazioni’ di manager che stanno dimostrando di badare solo all’interesse del piccolo ‘orticello’ che hanno avuto affidato, e non all’insieme dei problemi del Paese. Per fortuna che, in questo Paese, c’è un Governo che sa governare, e che se lasciato governare sa pensare in grande.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 10.5.10

ORA BISOGNA REALMENTE FARE FUTURO

La riunione della Direzione nazionale del PdL segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da Gianfranco Fini con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel partito appare, come tale, all’opinione pubblica, dimostrando d’essere all’altezza della situazione più di quanto non fosse apparso nello stesso Congresso nazionale dove tutto sembrava predisposto, meccanico e già deciso.

Un salto di qualità che non solo ‘sdogana’ il PdL dall’etichetta di partito di plastica ma dimostra anche, con la diretta sulla riunione, che la democrazia nel Partito è così fortemente presente che non c’è stata preoccupazione nel rendere pubblico lo scontro in atto, e che quanto blaterato da Fini sulla necessità d’avere legittimità di dissenso, e poter dire ciò che voleva, era solo una richiesta strumentale, falsa e ipocrita, e che altrettanto strumentali, false e ipocrite sono state le ‘cosiddette’ motivazioni politiche sbandierate, in particolare quelle sulla Lega, quando da mesi gli argomenti del ‘controcanto’ si erano concentrati su tutt’altri piani.

Ma c’è un altro punto che dimostra la validità della scelta di affrontare a viso aperto l’atteggiamento di Fini che, detto per inciso, stava provocando una fase di forte e continua fibrillazione. Mantenere l’equivoco e sottostare al fuoco di fila di Gianfranco, infatti, stava logorando sensibilmente la leadership del PdL e la capacità d’azione del partito. Era necessario e urgente bloccare quello che sembrava un tentativo di cottura a lento fuoco e isolare, quanto più possibile, una manovra paralizzante.

L’obiettivo è stato centrato, ma non possono escludersi pericolosi colpi di coda, in conseguenza dell’emersione del bluff, sulla reale consistenza degli ‘ammutinati’. Difatti l’aver contato 11 o 12 voti contrari al documento finale, su 172 membri della Direzione (di cui 54 provenienti dall’ex AN), oggettivamente incattivisce ulteriormente il Presidente della Camera le cui affermazioni, sulla lealtà verso il partito e la necessità di realizzare il programma votato dagli elettori, appaiono semplicemente vacue.

Non sembra, infatti, che lo ‘sconfitto’ sia intenzionato a rispettare le scelte della maggioranza, né di rientrare nel ruolo di Presidente della Camera assolvendolo con spirito ‘super partes’ se è vero, come sembra (mancando una smentita in proposito), che abbia minacciato ‘scintille’ in Parlamento. E la cosa è gravissima sia perché espressa dalla terza carica dello Stato, ma anche perché la sinistra, così sollecita a rintuzzare ogni virgola di Silvio Berlusconi, non ha trovato niente da ridire sull’ipotesi di un uso non consono della funzione ricoperta da Gianfranco Fini. Anzi, egli viene osannato in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo, come nuovo idolo.

Ora c’è chi tenta, e va apprezzato lo sforzo, di ricucire gli strappi, ma sarà fatica inutile: troppa acqua è passata sotto i ponti e miserrime sono le motivazioni per poter ottenere una reale marcia indietro. Gianfranco è troppo innamorato del suo io per avere questo coraggio e troppo ansioso di vendette per accettare supinamente la perdita del proprio ‘esercito’ e la fine dei propri disegni. Gli errori commessi fino ad oggi saranno moltiplicati perché l’ira come si sa rende praticamente ciechi e il deragliamento ormai è un dato immodificabile.

Il cammino che ha condotto all’Auditorium della Conciliazione colui che, impropriamente, viene chiamato il co-fondatore del PdL, è iniziato molto tempo fa (com’è testimoniato da scritti inediti di Bettino Craxi, che pubblicheremo quanto prima n.d.r.), ma ha subito una accelerazione dalla fase di costruzione del PdL che lui, come Casini, non intendeva assecondare. ‘E’ stato un errore -ha ripetuto a Berlusconi- essere entrato nel PdL’. Ma è stato anche un errore, diciamo noi, aver pensato di poter liquidare in pochi mesi, per sostituirlo, l’autore del ‘predellino’.

L’attesa, mista alla speranza che il vento che soffiava forte nelle vele issate da Berlusconi cessasse, diventava sempre più insopportabile. Il premier mieteva vittorie su vittorie, e reggeva agli attacchi sistematici di una sinistra incapace di produrre una seria politica e che, per ciò, affidava le proprie sorti al gossip, ai pentiti, alle intercettazioni, alla Magistratura militante. Da questo susseguirsi di successi nasceva il ‘controcanto’, l’atteggiamento da maestrino, fino alla manifestazione di Piazza San Giovanni che platealmente ha voluto disertare, magari perché speranzoso di un ‘flop’ che, con la vicenda dell’esclusione della lista PdL di Roma, poteva compromettere il risultato elettorale.

Ma non è andata così: la Polverini, abbandonata al suo destino, è stata trascinata alla vittoria dal premier. E il premier si è assunto direttamente l’onere della campagna elettorale in tutt’Italia contribuendo a rafforzare le splendide vittorie di Caldoro in Campania, di Scopelliti in Calabria e di Cota in Piemonte. E’ mancata al Sud la Puglia dove, sembra, abbia messo lo zampino anche il nostro eroe. Ma questa ormai è acqua passata.

Adesso bisogna fare futuro non escludendo nessuna opzione per evitare di ripiombare nella guerra di logoramento che di fatto blocca le ipotesi di riforme che il Paese attende da anni, da quelle costituzionali a quelle sulla giustizia, dalle politiche energetiche alle grandi opere, dall’ammodernamento dello Stato alla riforma fiscale. Su quest’altare si possono pagare dei prezzi, ma ne varrà la pena perché si tratta di passare definitivamente dalla prima alla seconda Repubblica.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 26.04.2010

IL CONTROCANTO DI FINI AI SUCCESSI DI BERLUSCONI

Il controcanto, quello in cui si è specializzato Gianfranco Fini, quello che viene recitato ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere, ma è la confessione nuda e cruda della mancanza di idee, il rifugio dove rintanarsi quando si è a corto di proposte e deficitari di iniziativa politica, e quando si pensa che non c’è altro da fare che vestire i panni dello sfascista.

I poveri di spirito possono anche appassionarsi per i refrain finiani che se bastano a prendere le distanze da chi si intende criticare, non servono, però, per diventare leader amato e rispettato; né bastano la facilità di linguaggio, l’atteggiamento da maestrino, messo in mostra ad ogni piè sospinto, e il ruolo di terza carica dello Stato, per affermarsi, in modo indiscutibile, quale leader di un popolo che non è solo di destra ma coinvolge moderati di diversa estrazione, riformisti difficilmente inquadrabili, liberali e libertari con diversa sfumatura, socialisti anticomunisti senza se e senza ma, garantisti con spiccata sensibilità e democratici sinceri. In parole semplici il Popolo della Libertà.

E’ un popolo così composito che è impossibile piegare alle proprie aspirazioni, impossibile guidare senza un forte pensiero politico, e senza quel quid che si chiama ‘carisma’. E’ un popolo, quello della libertà, che ha testa, cuore e pancia, e che rimane coeso se si ha capacità di parlare con semplicità a tutte e tre le componenti. Scegliere di parlare solo ai ‘pancisti’ stimola adesioni, risveglia sopite speranze, attiva il cosiddetto popolo di nicchia, ma non va oltre. Se è questo che vuole Fini non è difficile ottenerlo ma, è chiaro, che non potrà diventare leader della maggioranza, ma deve accontentarsi d’essere semplice capo di settori marginali della società.

Tra l’altro è un popolo che non perdonerà mai che le riforme, per modernizzare lo Stato e ripristinare la divisione dei poteri, che tanti guasti ha causato al Paese, giunte quasi in dirittura d’arrivo, possano correre il rischio d’essere vanificate. E perché poi? Quali sarebbero le motivazioni del controcanto? Su quale altare bisognerebbe immolare i successi mietuti negli ultimi anni, quando più virulento si era fatto l’attacco al premier e al PdL? Ma ciò che fa più rabbia è il fatto che tutto avviene quando la sinistra attraversa la più grave crisi della sua esistenza.

Si ha l’impressione che si stava sulla riva del fiume sperando di vedere transitare il cadavere di Silvio Berlusconi, a partire dalla vicenda dei rifiuti di Napoli, e poi del terremoto de L’Aquila, e poi ancora del G8. Successi inimmaginabili e stupefacenti che anziché determinare soddisfazione provocavano fastidio a qualcuno che, forse, sognava che il premier si incartasse da solo, e magari sperava (fuorionda galeotto) che cadesse nella rete tesagli con ‘pentiti’ considerati erroneamente ‘da bomba atomica’ ma che erano semplici squinternati, o che infine restasse fulminato per le intercettazioni su Bertolaso e per quelle di Trani.

Infine il controcanto su tutto, la presa di distanza sulle iniziative parlamentari del Governo, l’illusione di un possibile flop della manifestazione di Piazza San Giovanni (‘la terza carica dello Stato non può partecipare a iniziative di piazza’), e chissà forse la speranza di un crollo elettorale che con le vicende delle liste si poteva appalesare. Ma niente di questo è avvenuto, anzi il sole continua a splendere sul Cavaliere. E questo è stato, forse, troppo, incattivendo le posizioni e determinando accelerazioni che possono portare i protagonisti in un vicolo cieco.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 21.04.2010

IL SISTEMA ELETTORALE E’ UN FALSO PROBLEMA

La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di Gianfranco Fini centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi ad un modello elettorale a doppio turno, non spiegando però, come il doppio turno potrebbe dare legittimità al semipresidenzialismo, mentre il turno unico lo penalizzerebbe.

E’ bastato, quindi, poco per spostare la discussione dai reali obiettivi posti da Berlusconi, ai modelli elettorali che appassionano gli ‘esperti’ del settore e non certamente la grande maggioranza dei nostri concittadini. E su questo terreno se ne sono sentite di tutti i colori: maggioritario, maggioritario a collegi uninominali, proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, turno unico, doppio turno alla francese, mixer alla tedesca, sistema spagnolo, intreccio tra maggioritario e proporzionale, mattarellum, porcellum e così via. Discussione ‘interessante’, ma chiaramente fuori tema.

Nel recente passato le motivazioni per usare un sistema piuttosto che un altro vertevano sulla necessità di garantire stabilità al governo al Paese. E detta stabilità è stata garantita per 5 anni, nel 2001, con il sistema maggioritario a collegi uninominali e quota proporzionale; ed oggi, siamo già a due anni, la stabilità sembrerebbe garantita con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Mentre nel 2006 il Governo Prodi entrò in crisi, per impossibilità di coesione tra i propri alleati, e si dovette andare a nuove elezioni. Ma fu un passaggio obbligato stante l’impossibilità ‘politica’ di procedere alla formazione di un Governo frutto di alchimie parlamentari come era avvenuto in altre occasioni.

Il sistema elettorale vigente (proporzionale con premio), pur dotando la maggioranza di un ampio margine per garantire la governabilità, presenta delle lacune, ma non tali pervenire alla liquidazione dello stesso. Esso necessita di qualche aggiustamento e va accompagnato da provvedimenti legislativi che colgano pienamente quanto sta alla base della proposta di Berlusconi. L’aggiustamento più importante è la reintroduzione della preferenza per evitare che gli eletti vengano percepiti come ‘nominati’ dalle segreterie dei partiti, anziché essere visti come scelte decise dagli elettori.

Ma è indispensabile il varo di provvedimenti che fanno definitivamente uscire l’Italia dalla fase di prima repubblica indipendentemente dal sistema elettorale. Fra questi provvedimenti, il più urgente è quello di chiudere, una volta per tutte, la prassi che liquida il bipolarismo, con il quale si affronta una campagna elettorale, e lo si sottopone alla vecchia pratica dei giochi di corridoio arrivando magari a veri e propri ribaltoni. E’ una pratica che mortifica le scelte fatte dall’elettorato, ma è anche una pratica che tiene il Presidente del Consiglio ed il suo governo in uno stato di perenne ricatto parlamentare. Il potere del Presidente del Consiglio, che deriva direttamente dall’elettorato, non può essere menomato da ricatti che di politico hanno ben poco, ma deve essere garantito per legge per permettergli di governare compiutamente.

E’ chiaro che obiettivi simili vengano osteggiati da chi, fuori e dentro l’attuale maggioranza, sogna di ottenere con gli intrighi di palazzo, magari con il supporto dei poteri forti, quanto non è stato in grado di ottenere dalle urne. La posta in gioco è, come si vede, abbastanza importante, perché la governabilità che si persegue non è riferita solo alla durata del governo, ma alla sua qualità che può affermarsi se viene sottratta agli sgambetti, ai sotterfugi ed ai ricatti. In quest’ambito il sistema elettorale è, quindi, un falso problema.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 15.04.2010

MALATO TERMINALE PERCHE’ NON HA IL SENSO DELLO STATO

Le dichiarazioni fatte dal Segretario del PD, Pierluigi Bersani, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale e che, vivendo in un paese virtuale, sta tirando avanti come una specie di malato terminale. Si, affermare, infatti, che ‘dal voto non giungono elementi di sfiducia’ verso il proprio partito e, addirittura, dichiarare, senza scoppiare a ridere, che si può parlare ‘di inversione di tendenza’ è la dimostrazione lampante del totale isolamento dalla realtà.

La battuta più feroce, nei confronti di Bersani, l’ha espressa il Grillo genovese che lo ha liquidato con un “delira, rimuovetelo”. Ma non è l’unico. Altri, 49 senatori, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Segretario; altri ancora lanciano proclami; ed altri, esterni (?) al PD, come Di Pietro, affondano la lama nella ferita è chiedono un passo indietro al vecchio gruppo dirigente e la promozione di una nuova generazione di quadri. Ma nel tempo necessario perché essa nasca, cresca e si affermi, lui soldato e non generale’, come si è autodefinito, può candidarsi a guidare la sinistra.

Pochi, pochissimi, però, hanno fatto analisi serie e proposto percorsi concreti, e fra essi, quel Niki Vendola che ha stracciato, mortificato e sconfitto il leader maximo della sinistra post e neo comunista a cui è rimasta ormai solo l’etichetta di leader e quella di maximo, dato che nelle analisi dimostra un totale obnubilamento che lo fa continuare, infatti, ad arrovellarsi il cervello su tattiche e giochi di corridoio contro l’eterno rivale Ualter Veltroni. Vi è di più. Persevera nell’errore dell’isolamento rifiutando il dialogo sulle riforme con la maggioranza e bollando come ‘scellerate trasversalità’ ipotesi di accordi col nemico giurato Silvio Berlusconi.

Quel che dimostra che non c’è speranza, per i sinistri, di un loro rientro nell’agone politico vero non è solo lo snobbare quanti dichiarano che si rischia di restare al palo per molti anni, quanto l’atteggiamento del Bersani che dinanzi agli attacchi non trova di meglio che dichiarare che vuole parlare con tutti, dai 49 senatori protagonisti del ‘pronunciamiento’ allo stesso Grillo. Si continua a pensare, quindi, che tutto possa essere ricondotto a incontri, trattative, confronti ed accordi, dimenticando che a muovere idee e persone sono solo le politiche, le scelte vere che per essere tali non debbono, per forza, essere diverse da quelle della maggioranza.

Le scelte vanno commisurate agli interessi dei cittadini, alla costruzione di un Paese normale, alla fuoruscita dalla crisi, al ripristino della divisione dei poteri, all’isolamento ed alla messa fuori gioco dei settori più scatenati della magistratura che deve ritornare ad essere semplice gestione della giustizia senza ‘missioni di redenzione della società’, alle scelte economiche che guardino all’interesse dell’Italia, alla riforma del fisco ed al suo federalismo, alle decisioni sulle grandi opere, in una parola ad un serie di scelte che dimostrino il ritorno, di questa importante forza politica, tra quelle che hanno il senso dello Stato.

La gente ha espresso il suo disappunto, con l’astensione o con il cambio di schieramento, anche perché non condivide atteggiamenti che considerano positive alcune scelte se a farle è il centrosinistra, e negative se sulle stesse si impegna il centrodestra. Riforma dello Stato, grandi opere, Ponte sullo Stretto, energia, interventi militari all’estero, sono tutti esempi di scelte tattiche contingenti senza alcun senso dell’interesse vero della Nazione.

Senza il ritorno ad una politica che abbia respiro nazionale, sarà impossibile rientrare nel gioco dell’alternanza, e tutto si ridurrà con o senza Bersani ad inseguire le estremizzazioni che a turno faranno Di Pietro, Grillo, popolo viola, magistratura militante e, dulcis in fundo, quello che produrrà l’eterna lotta tra D’Alema e Veltroni. L’Italia con le scelte sulle regionali ha già detto che non gli interessano.
Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 2.4.2010

LA ‘CHIAMATA ALLE ARMI’ E’ STATA GIUSTA E NECESSARIA

La discussione che si è innescata sul dopo manifestazione del 20 marzo, se era o non era opportuno che il PdL e Berlusconi vi ricorressero, ha tutto il sapore di una incredibile discussione sulla lunghezza del dito che indica la luna. Sembra, in definitiva, una discussione sul sesso degli angeli che sta trascurando ciò che la manifestazione ha prodotto e i cui effetti saranno quanto prima visibili sia nel Paese che all’interno stesso della coalizione dei moderati.

Non tutti, però, stanno facendo questo errore, che tale non è per quanti tendono a sminuire la portata dell’iniziativa e lavorano per ridimensionare l’appeal che la stessa ha determinato nella società, ma ad alcuni (che non possono certamente essere catalogati nella schiera delle penne e dei giornali ‘golpisti’ o pseudo indipendenti), è sfuggita la cosa più importante, e cioè l’emersione, con la manifestazione, di un ‘fiume carsico’ (poco importa stabilirne il numero esatto) che, malgrado gli accanimenti infiniti contro il premier, continua a scorrere gonfio e rigoglioso.

Ancora una volta Berlusconi ha saputo ‘far sgabello delle difficoltà’ e trasformare la situazione in cui si trovava in un vero e proprio trionfo. Ancora una volta ha saputo dire al ‘fiume carsico’ di stare tranquillo perché c’è chi non è per nulla impaurito dell’accanimento mediatico-giudiziario e sa collocarsi saldamente alla sua testa, ed è quello che il ‘fiume carsico’ voleva sentirsi dire, ma ha anche detto con la sua emersione.

Questa emersione è già, di per sé, un fatto rivoluzionario perché ha dato visibilità a quella maggioranza silenziosa che, tradizionalmente, preferisce la riservatezza e che, stavolta, ha voluto rispondere alla ‘chiamata alle armi’ per dire No agli attacchi tesi a liquidare un leader col quale si trova in sintonia, e No agli attacchi alla sua squadra considerati tentativi di liquidare le cosiddette ‘casematte’ che sono capisaldi della forza di un premier. In parole semplici per difendere la democrazia ed evitare il ripetersi del film di mani pulite quando si è lasciato un popolo senza classe dirigente e la ‘gioiosa macchina da guerra’ era pronta per la presa del Palazzo d’inverno.

Con la manifestazione di Roma, necessaria e urgente non solo per l’imminenza del voto regionale, ma anche per dare una dritta all’azione del Governo, Berlusconi ha voluto parlare non solo al suo popolo (il fiume carsico) ma anche, inutile nasconderlo, ai guastatori che, come cavalli di Troia, hanno frenato, dall’interno del PdL, l’azione dell’esecutivo su una serie di provvedimenti urgenti (intercettazioni, separazione carriere e ruoli in Magistratura, par condicio, immunità, ecc.) che sono l’ossatura per ripristinare l’autorità di un potere messo ultimamente in discussione e fortemente indebolito dall’azione di settori, per fortuna minoritari (ma non per questo meno pericolosi) di un potere antagonista come si può giudicare la parte di PM (una generazione di sessantottini) che persegue l’aggressione al premier come missione da compiere.

Chi pensava, fuori e dentro il PdL, della imminente fine di Berlusconi ha fatto male i suoi calcoli. Il Presidente è più vivo che mai, è il più lucido, il più capace, il più amato dal popolo moderato (ed anche per questo il più odiato dall’altra parte di popolo), e dopo San Giovanni l’unico vero leader del PdL che ha ricevuto dalla piazza l’incarico d’andare avanti senza tentennamenti per rifondare il Paese, ripristinare la legalità costituzionale ed evitare l’ascesa al potere degli incapaci.

Le vecchie strade, fatte di proclami tipo ‘pronunciamienti’ sudamericani, non sono più possibili. Le pulci fatte, sistematicamente, al premier non possono più essere tollerate. E’ urgente e necessario rispondere coerentemente all’invito pressante venuto della piazza perché non è più tempo di giochi di corridoio. Su questo percorso si deve andare avanti senza badare a chi si attarda per strada (difficoltà d’analisi, speranze represse, convincimenti di indispensabilità o altro) che, anziché badare al paese, pensa sia giusto lavorare a soddisfare il proprio Io.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 22.3.2010

PONTE: ORA LA SFIDA PER UN’AREA D’ECCELLENZA

Si fa un gran parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. Sia all’interno dell’Area dello Stretto sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo adesso il suo iter sembra aver imboccato la strada giusta e ci vorranno forse sette anni prima di poterlo ammirare nel 2017, anno della sua entrata in funzione.

Sarà per questo che il confronto delle posizioni ha raggiunto livelli incredibili che si sostanziano, malgrado tonalità intermedie, tra un sì ragionato e il no incondizionato, espresso dai paladini del non fare. E dato che il parlare è uno degli sport più diffusi nel Paese, di certo, nel corso dei prossimi mesi ed anni, si assisterà ad un crescendo rossiniano con grida di dolore prive d’originalità, e totalmente sganciate dalle opportunità che il Ponte potrà garantire in termini di crescita economica e di nuova capacità d’impresa.

C’è, quindi, il rischio che si continuerà a banalizzare sul costo complessivo dell’opera, volgarizzare il rapporto tra pedaggio e costo totale dell’investimento, polemizzare sulle discariche, disegnare scenari catastrofici sulle tonnellate di cemento e di acciaio necessarie alla realizzazione, teorizzare anche sul costo del singolo bullone, criminalizzare il Ponte per ogni minimo problema che potrà presentarsi. Un modo di agire che sta già mostrando tutti i suoi lati negativi nascondendo la più totale incapacità alla lungimiranza e l’assenza di una visione d’insieme per lo sviluppo. Semplicemente, forse, per non metterci alla prova.

Con questo non si vuole affermare che la costruzione del Ponte non possa presentare aspetti che meritano attenzione e cautela, ma questi vanno lasciati agli addetti ai lavori, e non alle sterili discussioni e dibattiti che appassionano gli improvvisati ingegneri, architetti e tecnici vari. Se le discariche devono essere limitate e circoscritte, per ridurre l’impatto ambientale, queste dovranno essere ‘lasciate’ alla sapienza degli ingegneri e dei geologi delle due regioni interessate alla costruzione. Se è necessario, come è necessario, contrastare le possibili infiltrazioni mafiose, vanno stimolate le istituzioni pubbliche che sembrano, comunque, avervi già posto mano col protocollo d’intesa dei giorni scorsi. Se vi sarà l’aumento del costo dell’acciaio esso sarà un problema per i tecnici della società contraente, e non lo si faccia diventare elemento di leggeri ragionamenti economici.

La realizzazione a regola d’arte dell’opera coniugata con la necessità che il costo non lieviti neanche di un euro oltre la somma preventivata – malcostume diffuso nel caso dei lavori pubblici in Italia – lasciamola ad imparziali e diligenti controllori. E il check-up qualitativo del cemento e dell’acciaio, affinché l’opera non subisca danni alle piogge di fine agosto o alle prime scosse di terremoto, facciamolo fare ai genuini addetti ai lavori.

La buona politica, non quella volta agli interessi di bottega o quella costruita su vuoti discorsi dei sobillatori del non fare, dovrebbe preparare l’appuntamento del 2017 con una visione seria dello sviluppo in un’ottica italiana e mediterranea. Il Ponte sarà il nostro “Cavallo di Troia“, in quanto implica una sfida con noi stessi! Se il Ponte avrà la campata unica più lunga al mondo grazie alla tecnologia più avanzata, se il Ponte ci garantirà un palcoscenico di visibilità unica e rara, se il Ponte sarà, oggettivamente, una ‘meraviglia’ che attirerà masse di visitatori, perché non ci prepariamo all’evento con tutte le carte in regola?

Continuando a spendere fiumi di inchiostro si rischia di rimanere fermi al palo, e di arrivare al 2017 certamente con un solenne risultato ingegneristico di livello mondiale, ma realizzato in un debole contesto culturale e sociale. Di sicuro non ci sarà il deserto attorno al Ponte, come alcuni maestri del cattivo pensiero tentano di far credere, ma certamente non primeggeremo in niente. I tanti segmenti della nostra società, della cultura, del mondo imprenditoriale e quant’altro dovrebbero raccogliere la sfida – a prescindere dal sì o dal no al Ponte – immaginando lo scenario del 2017 per una forte Area dello Stretto, capace di reggere la competizione all’interno del Mediterraneo e diventare vero polo di attrazione.

Pochi esempi sono illuminanti. Una nuova filosofia dello sviluppo urbano che collochi le nostre città tra le più vivibili e verdi al mondo. Un moderno sistema di servizi delle pubbliche amministrazioni, locali e regionali, per dotare il territorio di un efficiente braccio operativo. E perché non darci un piano ambizioso per la cultura universitaria dell’Area dello Stretto del 2017, volto a costruire una realtà universitaria a livello mondiale? Un’unica Università dello Stretto o federando le tre oggi in attività (Messina, Mediterranea e per Stranieri) con l’obiettivo di collocarsi tra le prime 200 al mondo. E poi centri di ricerca davvero di eccellenza secondo i criteri internazionali. L’aspetto decisivo in un nuovo modo di operare, comunque, sta nel confrontarsi con una realtà che necessita di obiettivi precisi senza i quali si continuerebbe a mancare la meta, a confondere gli strumenti con gli obiettivi, e, soprattutto, a nascondere responsabilità ed incapacità. Serve una classe politica ed amministrativa capace di implementare pochi e ambiziosi propositi, con un nuovo modo di fare ‘sistema’. Governi regionali capaci d’utilizzare le tante risorse europee sino ad oggi spese goffamente, e un Governo nazionale che sappia aiutare questa nuova stagione dell’eccellenza e le aspirazioni delle aree interessate.

Al contrario, invece, si continua a discutere solo e soltanto di tematiche estranee alla scadenza del 2017 e si persevera nell’errore di polemizzare su cose che ci sospingono indietro nel tempo. Forse non si ha il coraggio di vedere il Ponte calato in un’altra realtà, e si preferisce mantenerla identica ad oggi. Sarebbe, però, un gravissimo errore che ci allontanerebbe anni luce da processi di sviluppo che debbono, invece, accompagnare la costruzione dell’opera.

Non è difficile fare, fino in fondo, la nostra parte e prepararci alla scadenza del 2017. Bisogna, però, agire subito per avere il tempo di elaborare piani d’insieme per il prossimo quinquennio. Non servono nuovi o enormi investimenti come alcuni potrebbero credere, ma soltanto ripensare la strategia della mano pubblica con le giuste idee. Programmi semplici ma ambiziosi, che siano di dominio pubblico, con obiettivi intermedi e finali da valutare, scadenze da rispettare, centri di responsabilità da osservare. Coniugando idee, piani, rigore scientifico e sforzo realizzativo.

Se non si è in grado di raccogliere questa sfida, programmando il tempo che ci separa dal 2017, dando il meglio di noi stessi all’interno delle nostre aree di competenza, se non si è in grado di ragionare e formulare sin da subito percorsi veramente virtuosi da tradurre in realtà esaltanti, allora gli amministratori farebbero bene a fare un passo indietro, anzi forse due.

Bruno SERGI*
Giovanni ALVARO**

* Università di Messina
** Direzione nazionale Nuovo PSI

Reggio Calabria 19.3.2010

BIPOLARISMO? E’ MEGLIO E PIU’ FACILE VINCERE DA SOLI

Quanto si è verificato a Roma e in Lombardia, con le esclusioni, almeno finora, delle liste del PdL e del listino di Formigoni, è qualcosa di veramente sconcertante come sconcertanti sono le dichiarazioni seguite che azzerano, in un sol colpo, tutte le filosofie sul bipolarismo. E’ chiaro infatti che senza uno dei contendenti la partita è inesistente e il bipolarismo è praticamente scomparso.

La cosa certamente esalta chi non assaporava la vittoria da molto tempo, ed era destinato a non assaporarla neanche adesso, e crede che ottenerla, con qualunque mezzo, sia un dono del cielo che non si può rifiutare. Tra essi ci sono i radicali che sono stati i protagonisti delle due vicende, a Roma vietando con la violenza l’accesso agli uffici circoscrizionali, e in Lombardia con un ricorso ben orientato di Marco Cappato. Ma ci sono anche i signori del PD con in testa Bersani che ripete in modo monocorde ed ossessivo che le regole sono regole e vanno rispettate.

Che in Lombardia ci sia solo un 40% che li sostiene è irrilevante, che nel Lazio il malgoverno e le vicende Marrazzo non vengano sottoposte al giudizio degli elettori e che questo giudizio non possa influire sulla ricerca di una nuova classe dirigente, è pure là di secondaria importanza. Ma chi se ne importa che è solo una minoranza a determinare le scelte politiche nelle contrade lombarde? E chi se ne frega, dicono sinistri e radicali, che a Roma non vi sia partita sulle vicende passate e sui programmi futuri, e si porta alla Presidenza della regione una mangiapreti come Emma Bonino?

L’importante è vincere e, parafrasando Borrelli, vincere, vincere, vincere. Conquistare posti di potere ed occuparli con qualunque mezzo e con qualunque colpo di fortuna sembra l’imperativo categorico che anima l’incolore e monocorde Pierluigi Bersani. Il lungo digiuno di potere patito, soprattutto in Lombardia, dal partito da lui diretto, ha fatto letteralmente perdere la testa ai soloni della sinistra, e ad una miriade di partiti, partitelli e movimenti, i cui dirigenti sperano, come Bobo Craxi, che la vicenda regali loro qualche briciola come una elezione che prima era soltanto un improbabile sogno.

I problemi della democrazia, e il vulnus ad essa inferto, (dimostrando quanto sia ‘alta’ la capacità di guardare oltre il contingente) passano in secondo ordine. Adesso è il momento d’incassare (se è possibile incassare), e tutti sono in fila chiedendo rispetto delle regole. In questo coro di possibili ‘miracolati’ c’è solo una voce diversa. Sembra assurdo, incredibile, sconvolgente ma è così soprattutto per Bersani e company che stavolta sono stati scavalcati a destra, o meglio, che stavolta hanno subìto una lezione politica inimmaginabile. C’è un signore, infatti, che vuole vincere sul campo, che rifiuta la vittoria a tavolino, tanto inseguita e pretesa dai suoi alleati, che chiede una soluzione politica all’intera vicenda. Incredibile, ma vero, si tratta di Antonio Di Pietro.

Non crediamo a improvvise conversioni democratiche sulla via di Damasco del trattorista di Montenero di Bisaccia. Se Di Pietro, infatti, sceglie la politica, e vuol trovare una soluzione al problema, vuol dire che non vuole che i suoi alleati vincano in alcune regioni. Li preferisce all’opposizione dove egli è un gran maestro e sa dirigere il ballo, o forse li conosce meglio di altri e li vuol tenere lontani dal potere visto come l’hanno gestito Antonio Bassolino e Agazio Loiero.

Ma la ‘conversione’ di Di Pietro, qualunque sia la motivazione, è una lezione a chi ciancia di democrazia, di Costituzione e si schiera contro la maggioranza di intere popolazioni.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 4.3.2010

SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA

No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘bianco che più bianco non si può’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, nascondono propositi forcaioli.

Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del Palazzo d’inverno, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’introduzione di forti e illimitati poteri ai PM.

Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘golpista’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘via italiana al potere’; con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via.

Ed è ciò che avvenne. Anche oggi con la vicenda ‘liste pulite’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.

Giustificare il cedimento con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, è solo un gravissimo errore. E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste (cosa normale e giusta e che già era prassi costante) sarà sufficiente, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, saranno di sicuro possibili malfattori.

E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘scarnificare’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani e quant’altri è gesto semplicemente gratuito. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai De Magistris di turno la composizione delle liste, ben sapendo che i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.

E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 25.2.2010

PONTE: BASTA CON L’IPOCRISIA SPECULANDO SU TUTTO

E’ un ritornello che non cambia mai, ed è un ritornello che non produce alcun effetto anche se viene cantato da un trio d’eccezione (si fa per dire) qual è quello che si è appalesato dopo la frana che ha investito il paesino di Maierato nel Vibonese in Calabria. Un Presidente nazionale dei Verdi, un Segretario regionale dei Comunisti Italiani, e un autocandidato a Governatore della Calabria successivamente targato IDV, hanno cantato una strofa a testa che, con piccole varianti, sostanzialmente era questa: “Fermiamo il Ponte sullo Stretto ed usiamo quei fondi per finanziare un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio”.

I tre signor No si atteggiano a novelli ‘salvatori della patria’ con una buona dose di ipocrisia finalizzata, (nelle loro misere speranze), a ‘rubacchiare’ qualche voto nella ormai imminente consultazione regionale. E ciò incuranti del ridicolo a cui si espongono ma di cui non si preoccupano. ‘Rubacchiare’ voti, anche se tra di loro e con i loro alleati, è l’ultima frontiera del loro impegno politico. Ma l’atteggiamento strumentale, con i forti lai per la gravità della situazione idrogeologica del territorio, è chiaramente intriso di malafede.

I tre sanno, e se non lo sanno si dedichino ad altre attività, che i fondi del Ponte sono quelli deliberati dal Cipe (1,3 miliardi di euro), e quelli frutto dell’aumento di capitale da parte della Società ‘Stretto di Messina’ (che ai 300 milioni iniziali ne ha aggiunti altri 900 qualche settimana fa). La parte di intervento pubblico, quindi, ammonta a 2,5 miliardi ed è pari al 40% del costo dell’opera. Il restante 60% sarà reperito sul mercato internazionale col sistema del project financing.

Di detti fondi, gli utilizzabili per altro sono solo quelli stanziati dal Cipe, così come fece, a suo tempo, il Governo Prodi sensibile, per mantenere unita l’armata Brancaleone, alle sollecitazioni verdi, rosse e arcobaleno di cui si era fatto interprete l’allora Ministro delle Infrastrutture, Alessandro Bianchi. Di quello storno, che bloccò l’iter esecutivo dell’appalto del Ponte, facendo perdere ben due anni, non si è vista alcuna traccia, tanto che nessuno saprebbe dire a cosa son serviti quei fondi, se veramente son serviti.

Basta, quindi, con l’ipocrisia. Spostare 1 miliardo e 300 milioni non serve a nulla. Il piano che viene pomposamente richiesto per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale costerà decine e decine di miliardi di euro e, quindi, non è possibile affrontarlo in tempi ravvicinati. Così come non lo ha potuto affrontare il Governo della cosiddetta sinistra che alternativamente, in questi 15 anni, è stato alla guida (?) del Paese, mentre qualcuno del trio è stato ed è ancora Assessore regionale della martoriata terra di Calabria distinguendosi per le campagne sul No e per i suggerimenti a Loiero che già da solo era in condizione di mal governare e di non comprendere la valenza strategica del Ponte sullo Stretto per il Sud e per l’intero Paese.

Il Ponte sarà, infatti, l’occasione che il Mezzogiorno dovrà saper utilizzare pienamente, perché non si tratta di costruire solo la struttura che permetterà l’attraversamento stabile dello Stretto ma di agganciarla ad un tracciato ferroviario che sopporti l’Alta Velocità (oggi ferma a Salerno), che si colleghi ad una autostrada che sia finalmente praticabile, e che sia supportata da una rete di porti che, attorno a Gioia Tauro, soddisfino la domanda di trasporto dal corridoio 1 verso il Medio ed Estremo Oriente e viceversa. Solo i ciechi e chi è in malafede non capisce che tutto ciò comporterà massicci interventi anche di salvaguardia e di difesa del territorio.

Speculare sulle disgrazie delle nostre popolazioni è quanto di più aberrante possa essere fatto. Ma tant’è, questa è la classe dirigente che ha distrutto il Mezzogiorno e che è necessario spazzare via definitivamente.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 18.2.2010

E adesso che fare?

I cambiamenti dell’ordine del Mondo, le mutazioni della Politica Internazionale aprono, inevitabilmente, nuovi scenari e nuove prospettive anche nel nostro Paese.
Da troppo tempo si sta vivendo in uno stato di Patologia, ove alla politica si sostituisce il culto della personalità, del velinismo e la strategia dello screditamento.
Tutto ciò provoca inevitabilmente assenza di strategia, carenza di obbiettivi, pessima gestione delle Amministrazioni a tutti i livelli e classe dirigente che occupa spazi politici perchè garantiscono un buon stipendio.
Ma, in un Mondo che cambia, con una crisi Economica che sta notevolmente mutando equilibri, con Paesi considerati normalmente sotto sviluppati che diventano dei nuovi protagonisti, in un’Europa che ha perso la propria identità mostrando mai come ora una debolezza strutturale politica ed economica, l’Italia che già è debole mostra maggiormente la propria incapacità di cogliere le mutazioni e adeguarsi all’evoluzione del Mondo.
Tutto questo ha certamente un “peccato originale”, ed è il modo in cui nel recente passato si è voluto mettere alla gogna e cancellare una classe politica, sostituendola con un’altra assolutamente impreparata.
Una volta eseguita la diagnosi è però necessario attuare una terapia.
Il fallimento dei quesiti Referendari ci consegna una situazione nella quale non è ancora maturo il Bipartitismo, così come del resto molto lo si era già evidenziato nella ultima tornata elettorale, nella quale, alle elezioni per il Parlamento Europeo, in cui si usa un sistema Proporzionale con sbarramento ed in cui si è cercato di ridurre al massimo l’intervento del cittadino, creando in alcune circoscrizioni, liste “pseudo-bloccate”, diverse erano le liste che hanno voluto evitare di essere “annesse” a contenitori maggiori.
Noi lo scorso Marzo abbiamo aderito alla costituzione del Popolo delle Libertà.
Un progetto certamente interessante e di novità che ad oggi però presenta il grande vuoto della progettualità.
L’unico elemento che ci sembra di cogliere, è quello di costituire un unico gruppo al Parlamento Europeo che si è iscritto al Partito Popolare Europeo.
Manca ad oggi un progetto concreto, evidente, che permetta a realtà diverse, che vogliono combattere il dogmatismo e l’integralismo, di condividere un percorso.
Ed in più non sono ancora chiari gli equilibri delle varie componenti all’interno del nuovo soggetto.
Quello che viceversa si rende evidente è il vuoto lasciato da un’area Laica, Socialista Liberale che non è adeguatamente rappresentata né dai cosìdetti Socialisti di Forza Italia, che hanno viceversa svenduto Storia Ideali ed hanno gravemente nuociuto allo sviluppo di una corrente di pensiero che richiamasse gli ideali del riformismo Europeo, né dai Socialisti che partecipando ad una lista con i dogmatici ex-PCI hanno cancellato ogni velleità di presenza, né tantomeno da noi che con il Nuovo PSI abbiamo scelto, spesso, troppo spesso, la via del tatticismo, del silenzio timido.
Se è vero che in un Mondo che cambia, necessariamente serve una filosofia di pensiero adeguata allo sviluppo dei tempi, è altrettanto vero che rinunciare alla propria identità culturale ed alla propria autonomia di pensiero ci indirizza in un vicolo cieco nel quale ogni percorso ideale e politico viene a mancare a scapito di nuove regole, che non essendo quelle della politica, sono per noi che viceversa ne abbiamo da sempre fatto un’abitudine di comportamento, incomprensibili e impossibili da utilizzare al meglio.
Si rende così necessario adeguare la nostra azione politica ad una scenario che certamente non è più quello della fine 800 inizi del Novecento, ma dell’epoca della tecnologia della globalizzazione dei mercati, della cultura delle abitudini di vita.
Una nuova forma di riformismo che sappia cogliere le nuove necessità, sappia interpretare il nuovo Mondo e sappia prevedere la possibile direzione che lo stesso andrà ad assumenre nel futuro.
È necessario passare dalla fase del tatticismo a quello dell’iniziativa e della proposta politica, rivendicando con grande coraggio la nostra chiara identità culturale e la nostra autonomia, rafforzando il contenitore Partito sul territorio riempiendolo di contenuti che ad oggi sono stati completamente assenti.

I dati elettorali conseguiti alle ultime elezioni non sono certamente dati confortanti.
Escluso quelli ottenuti in alcune, pochissime a dir la verità , province che ne fanno esclusivamente un fattore Localistico, quasi da lista Civica, il Nuovo PSI in molte situazioni non riesce ad ottenere nemmeno il vecchio voto di simbolo, ma si attesta notevolmente al di sotto.
Se da un lato vi è l’ipocrita considerazione che il dato di rilievo è stato che la presenza del Partito è stata evidente sul territorio, dall’altro è evidente che non vi erano motivi alcuni per i quali gli elettori dovessero votare il Nuovo PSI.
Troppo spesso siamo stati supinamente in silenzio su argomenti di fondamentale importanza, non siamo stati in grado di fornire ai dirigenti periferici indicazioni e percorsi, né siamo stati in grado di coinvolgere il Partito nelle scelte di opportunità politiche, dalla PDL alla compilazione delle liste, che avrebbero mobilitato i quadri.
Viceversa il senso è stato quello di un diffuso rompete le righe per il quale molti anche dei nostri dirigenti si sono sentiti coinvolti e interpreti di un opportunismo politico che alla fine sta comportando la conclusione di una battaglia che da quindici anni stiamo ostinatamente portando avanti.
È necessario cambiare marcia, affrontare con consapevolezza le sfide che ci si pongono davanti, superare la timidezza dell’opportunismo, costruire con le giuste ambizioni un progetto politico, che sappia, all’interno del contesto che strategicamente abbiamo identificato come naturale, quello del PDL, raccogliere tutti gli innovatori, moderati e riformisti.
Riempire uno spazio lasciato vuoto, ritornare all’utilizzo delle regole della Politica, abbandonare la logiche personalistiche di sopravvivenza, rilanciare viceversa un progetto di “fisiologia politica”, nel quale il confronto, il ragionamento, la strategia, l’intuizione e l’interpretazione del tempo moderno siano la base della moderna Politica.
Se il Partito Socialista così come eravamo abituati a considerarlo non sarà più lo stesso, allo stesso modo, non è venuto meno la necessità di un moderno soggetto Socialista Liberale.
A noi raccogliere la sfida e saper essere i Nuovi Socialisti.
L’alternativa è sparire.

IL DITO TRA MOGLIE E MARITO, SE SI RISCHIA IL BASTONE TRA LE RUOTE

Un vecchio detto recita che non bisogna mai mettere il dito nelle vicende che si aprono tra due coniugi. Ed è un adagio, tutto sommato, positivo. Il tirarsi fuori dallo scontro (il non mettere dito) evita lo schierarsi che, il più delle volte, aggrava la tensione tra i due ‘contendenti’ e non aiuta la riconciliazione. Esso va rispettato fin quando lo ‘scontro’ ha conseguenze solo personali. Ma non può essere così se dallo scontro ci sono ricadute che coinvolgono altri interessi.

Oggi, senza alcun dubbio, ci si trova in questa seconda ipotesi. Basta vedere con quanta ‘voracità’ ci si è buttati sul boccone, veramente inaspettato, che la sinistra di questo Paese si è trovato di fronte. L’interessarsi del problema, quindi, nasce dal fatto che il Presidente del Consiglio che, viaggia con un consenso incredibile, rischia di vedere interrotta la propria lunga luna di miele con il popolo italiano con tutto quel che ne consegue in riferimento alle scelte riformiste, al rinnovamento dell’Italia, al rafforzamento dell’appeal internazionale del Premier.

Stando così le cose, nessuna giustificazione è accettabile, dall’attacco di gelosia, alla difesa dei figli, alla sindrome di moglie trascurata. Bisogna, invece, ricordarsi la sopportazione e la lungimiranza, di altre mogli che hanno totalmente ignorato quanto è avvenuto sotto un tavolo della Sala Ovale della Casa Bianca, o le scelte di altre che, troncando ogni rapporto, hanno lasciato l’Eliseo. Ma neanche può pensarsi ad uno scivolone imprevisto e non preventivato perché non è la prima volta che il Presidente vien messo alle corde dalla propria consorte, a cui vengono assicurate le prime pagine dei giornali, non certamente perché si chiama Veronica Lario, ma perché essendo la moglie di Silvio Berlusconi può venire usata, con sapiente stimolo del suo amor proprio, come grimaldello per rompere il fortilizio del forte consenso accumulato.

Le uscite della signora Veronica, tra l’altro, sono inversamente proporzionali ai picchi sempre più alti di questo consenso. Sono lontani i tempi del pacifico ed amorevole “credo di essere stata una moglie perfetta per Silvio, per l’uomo che è. Ha potuto concentrarsi su se stesso e il suo lavoro, avendo una moglie che non gli ha fatto pesare –racconta nel libro Tendenza Veronica- la sua assenza all’interno della famiglia, non ha creato rivalità e non gli ha mai fatto la guerra”. Ma poi si sono fatte sempre più stringenti le scudisciate. Dalla prima, giustificata dal “morso della gelosia”; all’articolo pubblicato su Micromega (nemico giurato di Berlusconi) pro pacifisti; fino alle dichiarazioni pro referendum sulla fecondazione assistita.

Ma il clou delle dichiarazioni-scudisciate avviene con l’articolo su Repubblica (altro storico giornale nemico) col quale la signora Veronica chiede, al marito, pubbliche scuse per una delle tante innocenti estemporanee battute fatte dal Premier nei confronti di una bellezza femminile. Berlusconi lo fa e il caso rientra. Ma più tardi fa anche di più: suona una serenata alla moglie quando Veltroni, dopo una serie di complimenti (personalità di primo piano e grande autonomia intellettuale) la invita ad iscriversi al PD. La moglie è lusingata della serenata e anche Berlusconi apprezza molto il netto rifiuto di Veronica alla sirena Veltroni.

Oggi la storia continua. Non sappiamo se forse ci ha preso gusto, e le piace occupare la scena, ma a che le serve mettere continuamente in difficoltà il marito? Perché invece di dire ciò che pensa, non pensa prima a ciò che deve dire? Non guasterebbe riflettere, e riflettere a lungo sulle conseguenze di quanto si dice. Questi scossoni non servono a Berlusconi ed al PdL, e non servono al Governo del Paese. E solo ‘ciarpame’ che non serve ai terremotati dell’Abruzzo, ai disoccupati del Paese, e alle popolazioni che vogliono continuare sulla strada del rinnovamento e delle riforme.

Certo non si vuol mettere alcun dito tra moglie e marito, ma si vuole evitare che si possano mettere i bastoni sul percorso del Governo.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 30.4.2009

PdL, L’EVOLUZIONE NECESSARIA DAL ‘CONTRO’ AL ‘PER’

Non c’è alcun dubbio che la falsa rivoluzione di ‘mani pulite’, liquidando gli stati maggiori dei partiti che avevano governato l’Italia dal dopoguerra agli anni novanta, aveva lasciato disorientata, smarrita e spaventata la maggioranza del popolo italiano. La paura della ’gioiosa macchina da guerra’, messa in piedi da Achille Occhetto, e pronta a cogliere, in modo indiscutibile, quel potere inseguito per oltre quarant’anni, stava giocando un brutto scherzo al popolo moderato, per la propria incontrollata dispersione.

L’avanzata, come carri armati, della supponenza, dell’arroganza e della presunzione degli ex (?) stava rischiando di diventare elemento di rottura degli equilibri democratici del Paese, perché aveva diffuso a iosa la paura dell’intolleranza prima, e della fine della democrazia subito dopo. L’affacciarsi sulla scena politica di un neofita, dopo il rifiuto di raccogliere il testimone da parte di alcuni superstiti dirigenti democristiani, ha offerto un rifugio a quanti non volevano sottostare a regimi autoritari che sono sempre lo sbocco obbligato di intolleranti e supponenti.

Forza Italia, messa in piedi in pochi mesi da Silvio Berlusconi, fu vista subito come l’ancora di salvezza a cui aggrapparsi. E ad essa ci si è aggrappati facendo naufragare le speranze degli eredi di Stalin. Il blocco della macchina da guerra è stato realizzato su un chiaro terreno di opposizione. Forza Italia è nata per dire no ai comunisti, no al ‘golpe giudiziario’, no alla ghigliottina senza processo, no alla deriva autoritaria. Lo schierarsi in modo chiaro e netto contro tutto ciò ha fatto realizzare, insperabilmente, il primo grande successo, ma l’alleanza era ancora abbastanza indistinta e confusa.

Ma i successi costruiti sul terreno del ‘contro’ non hanno lunga vita. Per averla c’è bisogno soprattutto della politica del ‘per’ come quella fatta in tutti questi anni. Non si spiegherebbero altrimenti i successi che sono seguiti e il gradimento dell’attività governativa che continua ad incrementarsi ancora oggi a 10 mesi di distanza dall’insediamento del Governo Berlusconi, e a 15 anni dalla sua ‘discesa in campo’. Si è fatta una politica ‘per’ con un programma chiaro, con obiettivi condivisi e con realizzazioni ‘frenate’ solo dagli ostruzionismi dell’opposizione e da un Parlamento stretto da lacci e laccioli di regolamenti obsoleti. L’abbaiare alla luna, sport preferito dal PD, sia quand’era diretto da Veltroni che oggi quand’è diretto da Franceschini, lascia il tempo che trova, non modifica l’orientamento della gente, e fa inanellare sconfitte su sconfitte.

Non c’è stata e non c’è proposta, iniziativa, decreto o orientamento del Governo che non sia sottoposto al fuoco di fila degli oppositori. Che questo lo faccia Di Pietro è comprensibile mancandogli un retroterra politico, ma che lo faccia un partito, il PD, che ha esperienza e storia è semplicemente incomprensibile. In dieci mesi si sono minacciati scioperi, manifestazioni, referendum popolari e sfracelli più o meno risolutivi sulle proposte, in larga parte trasformate in leggi o rese operative, come quelle sull’Alitalia, sulla scuola, sulla giustizia, sui fannulloni, sul federalismo, sulle social card, sui bonus famiglie, sugli ammortizzatori sociali, sulle grandi opere, sul sostegno alle imprese, sull’energia, sulla sicurezza, sugli immigrati, sul testamento biologico, e, da ultimo, sul Piano Case.

E’ sui fatti concreti che si conquista in modo duraturo l’apprezzamento dei cittadini e il loro sostegno. E’ sui fatti concreti che continuerà ad operare il nuovo strumento dei moderati riformisti, il PdL che con la propria nascita garantisce un percorso col quale si intende modernizzare in profondità l’intero Paese. E questo con o senza l’apporto dell’opposizione.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria, 3.4.2009

LA STORIA DEL SOLDATO GIAPPONESE NON CI APPARTIENE

Con il Congresso costitutivo del PdL , si chiude un ciclo, si formalizza la fine di una fase e si dà avvio a un nuovo capitolo della lunga storia riformista italiana. Non cesseranno di esistere le diverse sensibilità che, tra l’altro, non si neutralizzano per decreto, e continueranno a esistere involucri organizzativi che sono destinati a svuotarsi totalmente, nel corso di pochi anni: il tempo della metabolizzazione concreta del processo di amalgama organizzativo, essendo già più che realizzata l’amalgama politica.

Disperarsi, come fanno alcuni socialisti, per la possibile liquidazione di simboli e vessilli, non serve a niente: i processi politici vanno avanti comunque indipendentemente dalle singole volontà. La nostra storia, la storia dei socialisti autonomisti, dei socialisti che si rifanno a Turati, Saragat, Nenni e Craxi , è ormai storia e nessuno potrà mai cancellarla. Anche altre forze, come il Nuovo PSI, rinunceranno ai propri vessilli ed ai propri simboli. Esse avranno sicuramente una storia meno antica ma non per questo la loro è una storia meno vissuta e meno sentita. Sull’altare di un progetto comune di rinnovamento, di riforma e di modernizzazione del Paese ognuno ha dovuto, deve, sacrificare qualcosa e rinunciare a un brandello del proprio abito.

Si è scelto, infatti, di liberarsi dei simboli individuali, parziali e partigiani, rifuggendo dal condizionamento delle ideologie, per privilegiare i comuni denominatori che hanno aiutato il popolo italiano a rifiutare la ‘falsa rivoluzione’ di ‘mani pulite’ stroncando sul nascere la ‘gioiosa macchina da guerra’ messa in campo, dai ‘golpisti’, dopo la decapitazione dei partiti moderati (DC, PSI, PRI, PSDI, PLI) che avevano governato l’Italia, la sua rinascita e il suo sviluppo fino a farne la settima potenza mondiale. E già allora, sul terreno dei contenuti, si avviava una convergenza con la destra parlamentare dell’MSI. Craxi, che puntava a superare l’ingessatura del sistema, rendendo spendibile una forza indispensabile alla trasformazione politica del Paese, dimostrava la propria grande lungimiranza.

Sorprendersi oggi, ed attardarsi in inutili dibattiti sulle ‘contraddizioni’ delle alleanze non omogenee (?) ripresenta la storia del soldato giapponese che non si era accorto che il mondo aveva imboccato un’altra strada. Chi invece percepisce le novità storiche dello scenario politico sceglie, non l’atteggiamento da reduce e combattente, ma quello concreto e fattivo di sostegno ad un processo impegnativo, realizzato su valori di fondo e, di conseguenza, su obiettivi che quei valori debbono esaltare.

Riformismo, laicismo, liberismo e garantismo sono le cartine di tornasole di questa scelta che deve svilupparsi non ignorando la crisi che sta sconvolgendo tutto l’Occidente , le grandi migrazioni extracomunitarie e non, il terrorismo e la instabilità in diverse zone del pianeta, e lo stesso provincialismo di settori della politica italiana. Su detti argomenti l’amalgama moderata e riformista del Governo Berlusconi, voluto dagli italiani 10 mesi fa (e che ancor oggi ha il gradimento della stragrande maggioranza della popolazione), sta operando con grande e apprezzata determinazione. Il Governo, oltre al suo leader, ha ministri di levatura incredibile che sono vanto per l’intera comunità italiana.

Le misure anticrisi hanno visto il nostro Paese anticipare un percorso cui si sono poi accodati tutti: aiuto alle imprese in crisi, sostegno ai redditi bassi, più efficienti e corposi ammortizzatori sociali ai lavoratori licenziati, avvio o rilancio delle grandi opere infrastrutturali (Ponte,Tav, Mose, autostrade), prime ‘pietre’ di una nuova fase energetica del Paese, e da ultimo il Piano case; la forte migrazione, sostanzialmente non negativa per il Paese, ha dovuto essere controllata con misure più adeguate a gestire i flussi e atte a liquidare penetrazione e formazione di sacche di criminalità che hanno, ultimamente, allarmato l’opinione pubblica; e in politica estera il protagonismo dell’Italia ha evitato il proprio isolamento e ha aiutato il ruolo di mediazione in difesa della pace e per il controllo e la soluzione dei focolai esistenti. Su ogni provvedimento si è dovuto, purtroppo, assistere all’abbaiare alla luna di una opposizione sempre più alla ricerca di autori.

Il Nuovo PSI è parte integrante di questa politica e di questo processo. Lo vuole vivere non da spettatore ma da protagonista, nei limiti della propria forza, certamente, ma con la voglia di mettere a disposizione della coalizione, l’esperienza, la passione e la competenza dei propri quadri, almeno quelli rimasti, avendo il grosso dei socialisti, già da tempo, fatto questa scelta.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria, 26.3.2009