ULTIMI E DISPERATI TENTATIVI DI BLOCCARE IL PONTE

È arrivata sulla scena del dibattito, pro o contro il Ponte sullo Stretto, la proposta del Ponte galleggiante dell’architetto israeliano Mor Temor. Completo di strade, ferrovie, case, alberghi, locali notturni, giardini pensili e darsene per medie e piccole imbarcazioni, il progetto offre un certo richiamo, un sicuro charme, ma è presentato, dai detrattori del Ponte a campata unica, come alternativo allo stesso, con la speranza, neanche tanta nascosta, di poterne bloccare l’iter realizzativo.

Anche la proposta di Ponte galleggiante conferma così il furore nichilista di quanti, per scelta ideologica, cavalcano aprioristicamente qualunque ipotesi che sia in opposizione al Ponte sullo Stretto. Ed è stato così anche al Convegno di presentazione del progetto del Ponte galleggiante dove sembrava di assistere, con qualche timida eccezione, alla celebrazione del No, caratterizzata, oltre che dai soliti catastrofismi (venti, terremoti, smottamenti, finanziamenti, difficoltà di costruzione, disastri ambientali) da subdole ipotesi sospensive che possiamo così sintetizzare: ‘il ponte galleggiante abitato è il non plus ultra nel settore dei ponti e, ergo, sarebbe opportuno che ci si fermasse un attimo per valutare se la medicina alternativa proposta è veramente innovativa’.

Pura e semplice irragionevolezza giocata contro il Ponte che ha già subìto un iter quanto basta travagliato e lungo, che ha visto una gara d’appalto regolarmente espletata, con gli aumenti di capitale della Società Stretto di Messina decisi, con gli stanziamenti del Cipe effettuati, e che si trova adesso nella fase di progettazione esecutiva da rendere concreto entro il 30 settembre prossimo. Ma questa scellerata illogicità va diritto contro gli interessi delle popolazioni calabre e sicule che sull’attraversamento stabile dello Stretto fondano le loro speranze di un sano riscatto economico e sociale. Ma onde evitare d’essere accusati di identico aprioristico atteggiamento contro l’ultima proposta avanzata, facciamo un minimo di ragionamento.

I due Ponti supposti alternativi (a campata unica o galleggiante) non sono per nulla tali per tre importanti motivi: la localizzazione, le ipotesi di finanziamento e le motivazioni che li sorreggono. Nel caso della localizzazione, il Ponte a campata unica sarà costruito nel punto più vicino tra le due sponde e, attraverso una serie di viadotti e gallerie, si eviterà il massacro del territorio determinando l’amalgama con le zone abitate. La seconda ipotesi progettuale, vale a dire il Ponte galleggiante, avverrebbe diversi chilometri più a sud, vale a dire direttamente tra due zone densamente abitate delle due città, che non sarebbero sorvolate ma interessate massicciamente e direttamente, e con le tante difficoltà operative che è ingenuo sottovalutare.

Il finanziamento. Nel primo caso oltre al 40% di capitale pubblico, pari a 2,5 miliardi di euro, già deciso e deliberato, si ricorrerà al project finance per il restante 60% pari a 3,8 miliardi di euro; per il ponte galleggiante abitato si ipotizza un autofinanziamento con la congetturata vendita di 3 milioni di mq. di abitazioni ed altro!

Diverse profondamente le motivazioni delle due opere. Per il Ponte galleggiante si tratta di realizzare un collegamento che sia propedeutico all’interscambio tra le due città e le due province. In poche parole è un’opera finalizzata al pendolarismo o, se proprio si vuol andare oltre, utile alla conurbazione ed alla creazione della Città dello Stretto. Valore importante per le due realtà urbane e per i cittadini dei due territori, ma senza una rilevante portata economica per un tangibile sviluppo delle aree meridionali. Il Ponte sullo Stretto, quello per intenderci già appaltato e avviato alla realizzazione, è nato come collegamento tra le due sponde ma è diventato, nelle scelte europee, segmento importante del corridoio 1 Berlino-Palermo il cui obiettivo è quello di ridurre i tempi di percorrenza delle merci da e per il Nord Europa da e per Medio ed Estremo Oriente.

Non può sfuggire a nessuno, salvo preconcetti e furori ideologici, l’importanza di captare il traffico merci che nel Mediterraneo ammonta al 30% dell’intero traffico mondiale, e delle ricadute che tale captazione determinerà nelle regioni meridionali che diventeranno una reale base logistica dell’Europa. Né potrà sfuggire che il Ponte determinerà un’infinita serie di ricadute infrastrutturali le più importanti delle quali saranno l’Alta velocità, oggi ferma a Salerno, che toglierà anche la Calabria e la Sicilia dall’isolamento in cui si trovano; il potenziamento dei porti che attorno all’hub principale di Gioia Tauro necessariamente dovranno essere sorretti e potenziati (da Siracusa a Catania, da Palermo a Milazzo, da Messina a Reggio e Vibo Valentia); la conclusione del rinnovo della A3, della Statale Jonica 106 e delle pedemontane. Questa lista non esaustiva di conseguenze positive per l’intero territorio fanno difetto nell’ipotesi alternativa.

C’è troppo in gioco per permettere che venga rimesso in discussione quanto, faticosamente, si è riusciti a far partire. La baricentricità mediterranea del Ponte rispetto ai Paesi rivieraschi ne fa un’opera che può saldare il Sud d’Italia con i paesi che si affacciano nel Mediterraneo: una cerniera tra Africa ed Europa. Dovrebbero solo far sorridere i lai di quanti pensano che basta avere un minimo di visibilità per sentenziare sul futuro di intere popolazioni.

Nessuno osi toccare il futuro del Mezzogiorno.

Bruno SERGI*
Giovanni ALVARO

* Docente Facoltà Economia Università di Messina

Cofondatori del ‘Comitato Ponte Subito’

Reggio Calabria 4.5.2010

ORA BISOGNA REALMENTE FARE FUTURO

La riunione della Direzione nazionale del PdL segna la fine di un ciclo e l’apertura di una nuova fase indipendentemente da quel che potrà ancora accadere nella cronaca dello scontro voluto, ricercato ed attuato da Gianfranco Fini con il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. E’ la prima volta, infatti, che la classe dirigente di quel partito appare, come tale, all’opinione pubblica, dimostrando d’essere all’altezza della situazione più di quanto non fosse apparso nello stesso Congresso nazionale dove tutto sembrava predisposto, meccanico e già deciso.

Un salto di qualità che non solo ‘sdogana’ il PdL dall’etichetta di partito di plastica ma dimostra anche, con la diretta sulla riunione, che la democrazia nel Partito è così fortemente presente che non c’è stata preoccupazione nel rendere pubblico lo scontro in atto, e che quanto blaterato da Fini sulla necessità d’avere legittimità di dissenso, e poter dire ciò che voleva, era solo una richiesta strumentale, falsa e ipocrita, e che altrettanto strumentali, false e ipocrite sono state le ‘cosiddette’ motivazioni politiche sbandierate, in particolare quelle sulla Lega, quando da mesi gli argomenti del ‘controcanto’ si erano concentrati su tutt’altri piani.

Ma c’è un altro punto che dimostra la validità della scelta di affrontare a viso aperto l’atteggiamento di Fini che, detto per inciso, stava provocando una fase di forte e continua fibrillazione. Mantenere l’equivoco e sottostare al fuoco di fila di Gianfranco, infatti, stava logorando sensibilmente la leadership del PdL e la capacità d’azione del partito. Era necessario e urgente bloccare quello che sembrava un tentativo di cottura a lento fuoco e isolare, quanto più possibile, una manovra paralizzante.

L’obiettivo è stato centrato, ma non possono escludersi pericolosi colpi di coda, in conseguenza dell’emersione del bluff, sulla reale consistenza degli ‘ammutinati’. Difatti l’aver contato 11 o 12 voti contrari al documento finale, su 172 membri della Direzione (di cui 54 provenienti dall’ex AN), oggettivamente incattivisce ulteriormente il Presidente della Camera le cui affermazioni, sulla lealtà verso il partito e la necessità di realizzare il programma votato dagli elettori, appaiono semplicemente vacue.

Non sembra, infatti, che lo ‘sconfitto’ sia intenzionato a rispettare le scelte della maggioranza, né di rientrare nel ruolo di Presidente della Camera assolvendolo con spirito ‘super partes’ se è vero, come sembra (mancando una smentita in proposito), che abbia minacciato ‘scintille’ in Parlamento. E la cosa è gravissima sia perché espressa dalla terza carica dello Stato, ma anche perché la sinistra, così sollecita a rintuzzare ogni virgola di Silvio Berlusconi, non ha trovato niente da ridire sull’ipotesi di un uso non consono della funzione ricoperta da Gianfranco Fini. Anzi, egli viene osannato in tutti i luoghi, in tutti i laghi, in tutto il mondo, come nuovo idolo.

Ora c’è chi tenta, e va apprezzato lo sforzo, di ricucire gli strappi, ma sarà fatica inutile: troppa acqua è passata sotto i ponti e miserrime sono le motivazioni per poter ottenere una reale marcia indietro. Gianfranco è troppo innamorato del suo io per avere questo coraggio e troppo ansioso di vendette per accettare supinamente la perdita del proprio ‘esercito’ e la fine dei propri disegni. Gli errori commessi fino ad oggi saranno moltiplicati perché l’ira come si sa rende praticamente ciechi e il deragliamento ormai è un dato immodificabile.

Il cammino che ha condotto all’Auditorium della Conciliazione colui che, impropriamente, viene chiamato il co-fondatore del PdL, è iniziato molto tempo fa (com’è testimoniato da scritti inediti di Bettino Craxi, che pubblicheremo quanto prima n.d.r.), ma ha subito una accelerazione dalla fase di costruzione del PdL che lui, come Casini, non intendeva assecondare. ‘E’ stato un errore -ha ripetuto a Berlusconi- essere entrato nel PdL’. Ma è stato anche un errore, diciamo noi, aver pensato di poter liquidare in pochi mesi, per sostituirlo, l’autore del ‘predellino’.

L’attesa, mista alla speranza che il vento che soffiava forte nelle vele issate da Berlusconi cessasse, diventava sempre più insopportabile. Il premier mieteva vittorie su vittorie, e reggeva agli attacchi sistematici di una sinistra incapace di produrre una seria politica e che, per ciò, affidava le proprie sorti al gossip, ai pentiti, alle intercettazioni, alla Magistratura militante. Da questo susseguirsi di successi nasceva il ‘controcanto’, l’atteggiamento da maestrino, fino alla manifestazione di Piazza San Giovanni che platealmente ha voluto disertare, magari perché speranzoso di un ‘flop’ che, con la vicenda dell’esclusione della lista PdL di Roma, poteva compromettere il risultato elettorale.

Ma non è andata così: la Polverini, abbandonata al suo destino, è stata trascinata alla vittoria dal premier. E il premier si è assunto direttamente l’onere della campagna elettorale in tutt’Italia contribuendo a rafforzare le splendide vittorie di Caldoro in Campania, di Scopelliti in Calabria e di Cota in Piemonte. E’ mancata al Sud la Puglia dove, sembra, abbia messo lo zampino anche il nostro eroe. Ma questa ormai è acqua passata.

Adesso bisogna fare futuro non escludendo nessuna opzione per evitare di ripiombare nella guerra di logoramento che di fatto blocca le ipotesi di riforme che il Paese attende da anni, da quelle costituzionali a quelle sulla giustizia, dalle politiche energetiche alle grandi opere, dall’ammodernamento dello Stato alla riforma fiscale. Su quest’altare si possono pagare dei prezzi, ma ne varrà la pena perché si tratta di passare definitivamente dalla prima alla seconda Repubblica.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 26.04.2010

IL CONTROCANTO DI FINI AI SUCCESSI DI BERLUSCONI

Il controcanto, quello in cui si è specializzato Gianfranco Fini, quello che viene recitato ogni volta che Silvio Berlusconi apre bocca, quello che tanto piace alla sinistra applaudente, sarà anche celebrato dagli antiberlusconiani come un grande evento perché fa sognare e immaginare scenari che la realtà non consente di ottenere, ma è la confessione nuda e cruda della mancanza di idee, il rifugio dove rintanarsi quando si è a corto di proposte e deficitari di iniziativa politica, e quando si pensa che non c’è altro da fare che vestire i panni dello sfascista.

I poveri di spirito possono anche appassionarsi per i refrain finiani che se bastano a prendere le distanze da chi si intende criticare, non servono, però, per diventare leader amato e rispettato; né bastano la facilità di linguaggio, l’atteggiamento da maestrino, messo in mostra ad ogni piè sospinto, e il ruolo di terza carica dello Stato, per affermarsi, in modo indiscutibile, quale leader di un popolo che non è solo di destra ma coinvolge moderati di diversa estrazione, riformisti difficilmente inquadrabili, liberali e libertari con diversa sfumatura, socialisti anticomunisti senza se e senza ma, garantisti con spiccata sensibilità e democratici sinceri. In parole semplici il Popolo della Libertà.

E’ un popolo così composito che è impossibile piegare alle proprie aspirazioni, impossibile guidare senza un forte pensiero politico, e senza quel quid che si chiama ‘carisma’. E’ un popolo, quello della libertà, che ha testa, cuore e pancia, e che rimane coeso se si ha capacità di parlare con semplicità a tutte e tre le componenti. Scegliere di parlare solo ai ‘pancisti’ stimola adesioni, risveglia sopite speranze, attiva il cosiddetto popolo di nicchia, ma non va oltre. Se è questo che vuole Fini non è difficile ottenerlo ma, è chiaro, che non potrà diventare leader della maggioranza, ma deve accontentarsi d’essere semplice capo di settori marginali della società.

Tra l’altro è un popolo che non perdonerà mai che le riforme, per modernizzare lo Stato e ripristinare la divisione dei poteri, che tanti guasti ha causato al Paese, giunte quasi in dirittura d’arrivo, possano correre il rischio d’essere vanificate. E perché poi? Quali sarebbero le motivazioni del controcanto? Su quale altare bisognerebbe immolare i successi mietuti negli ultimi anni, quando più virulento si era fatto l’attacco al premier e al PdL? Ma ciò che fa più rabbia è il fatto che tutto avviene quando la sinistra attraversa la più grave crisi della sua esistenza.

Si ha l’impressione che si stava sulla riva del fiume sperando di vedere transitare il cadavere di Silvio Berlusconi, a partire dalla vicenda dei rifiuti di Napoli, e poi del terremoto de L’Aquila, e poi ancora del G8. Successi inimmaginabili e stupefacenti che anziché determinare soddisfazione provocavano fastidio a qualcuno che, forse, sognava che il premier si incartasse da solo, e magari sperava (fuorionda galeotto) che cadesse nella rete tesagli con ‘pentiti’ considerati erroneamente ‘da bomba atomica’ ma che erano semplici squinternati, o che infine restasse fulminato per le intercettazioni su Bertolaso e per quelle di Trani.

Infine il controcanto su tutto, la presa di distanza sulle iniziative parlamentari del Governo, l’illusione di un possibile flop della manifestazione di Piazza San Giovanni (‘la terza carica dello Stato non può partecipare a iniziative di piazza’), e chissà forse la speranza di un crollo elettorale che con le vicende delle liste si poteva appalesare. Ma niente di questo è avvenuto, anzi il sole continua a splendere sul Cavaliere. E questo è stato, forse, troppo, incattivendo le posizioni e determinando accelerazioni che possono portare i protagonisti in un vicolo cieco.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 21.04.2010

IL SISTEMA ELETTORALE E’ UN FALSO PROBLEMA

La discussione sviluppatasi dopo la dichiarazione del premier Silvio Berlusconi sul semipresidenzialismo è scivolata fuori dal binario su cui si era mosso il Presidente del Consiglio. Prova di questo deragliamento è stata la sortita “controcorrente” di Gianfranco Fini centrata sulla necessità che il semipresidenzialismo, per essere efficiente, dovrebbe accompagnarsi ad un modello elettorale a doppio turno, non spiegando però, come il doppio turno potrebbe dare legittimità al semipresidenzialismo, mentre il turno unico lo penalizzerebbe.

E’ bastato, quindi, poco per spostare la discussione dai reali obiettivi posti da Berlusconi, ai modelli elettorali che appassionano gli ‘esperti’ del settore e non certamente la grande maggioranza dei nostri concittadini. E su questo terreno se ne sono sentite di tutti i colori: maggioritario, maggioritario a collegi uninominali, proporzionale, proporzionale con premio di maggioranza, turno unico, doppio turno alla francese, mixer alla tedesca, sistema spagnolo, intreccio tra maggioritario e proporzionale, mattarellum, porcellum e così via. Discussione ‘interessante’, ma chiaramente fuori tema.

Nel recente passato le motivazioni per usare un sistema piuttosto che un altro vertevano sulla necessità di garantire stabilità al governo al Paese. E detta stabilità è stata garantita per 5 anni, nel 2001, con il sistema maggioritario a collegi uninominali e quota proporzionale; ed oggi, siamo già a due anni, la stabilità sembrerebbe garantita con il sistema proporzionale con premio di maggioranza. Mentre nel 2006 il Governo Prodi entrò in crisi, per impossibilità di coesione tra i propri alleati, e si dovette andare a nuove elezioni. Ma fu un passaggio obbligato stante l’impossibilità ‘politica’ di procedere alla formazione di un Governo frutto di alchimie parlamentari come era avvenuto in altre occasioni.

Il sistema elettorale vigente (proporzionale con premio), pur dotando la maggioranza di un ampio margine per garantire la governabilità, presenta delle lacune, ma non tali pervenire alla liquidazione dello stesso. Esso necessita di qualche aggiustamento e va accompagnato da provvedimenti legislativi che colgano pienamente quanto sta alla base della proposta di Berlusconi. L’aggiustamento più importante è la reintroduzione della preferenza per evitare che gli eletti vengano percepiti come ‘nominati’ dalle segreterie dei partiti, anziché essere visti come scelte decise dagli elettori.

Ma è indispensabile il varo di provvedimenti che fanno definitivamente uscire l’Italia dalla fase di prima repubblica indipendentemente dal sistema elettorale. Fra questi provvedimenti, il più urgente è quello di chiudere, una volta per tutte, la prassi che liquida il bipolarismo, con il quale si affronta una campagna elettorale, e lo si sottopone alla vecchia pratica dei giochi di corridoio arrivando magari a veri e propri ribaltoni. E’ una pratica che mortifica le scelte fatte dall’elettorato, ma è anche una pratica che tiene il Presidente del Consiglio ed il suo governo in uno stato di perenne ricatto parlamentare. Il potere del Presidente del Consiglio, che deriva direttamente dall’elettorato, non può essere menomato da ricatti che di politico hanno ben poco, ma deve essere garantito per legge per permettergli di governare compiutamente.

E’ chiaro che obiettivi simili vengano osteggiati da chi, fuori e dentro l’attuale maggioranza, sogna di ottenere con gli intrighi di palazzo, magari con il supporto dei poteri forti, quanto non è stato in grado di ottenere dalle urne. La posta in gioco è, come si vede, abbastanza importante, perché la governabilità che si persegue non è riferita solo alla durata del governo, ma alla sua qualità che può affermarsi se viene sottratta agli sgambetti, ai sotterfugi ed ai ricatti. In quest’ambito il sistema elettorale è, quindi, un falso problema.
Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 15.04.2010

MALATO TERMINALE PERCHE’ NON HA IL SENSO DELLO STATO

Le dichiarazioni fatte dal Segretario del PD, Pierluigi Bersani, come commento ai risultati elettorali, sono la cartina di tornasole dell’incredibile crisi di identità di una sinistra ormai staccata dal Paese reale e che, vivendo in un paese virtuale, sta tirando avanti come una specie di malato terminale. Si, affermare, infatti, che ‘dal voto non giungono elementi di sfiducia’ verso il proprio partito e, addirittura, dichiarare, senza scoppiare a ridere, che si può parlare ‘di inversione di tendenza’ è la dimostrazione lampante del totale isolamento dalla realtà.

La battuta più feroce, nei confronti di Bersani, l’ha espressa il Grillo genovese che lo ha liquidato con un “delira, rimuovetelo”. Ma non è l’unico. Altri, 49 senatori, hanno sottoscritto una lettera indirizzata al Segretario; altri ancora lanciano proclami; ed altri, esterni (?) al PD, come Di Pietro, affondano la lama nella ferita è chiedono un passo indietro al vecchio gruppo dirigente e la promozione di una nuova generazione di quadri. Ma nel tempo necessario perché essa nasca, cresca e si affermi, lui soldato e non generale’, come si è autodefinito, può candidarsi a guidare la sinistra.

Pochi, pochissimi, però, hanno fatto analisi serie e proposto percorsi concreti, e fra essi, quel Niki Vendola che ha stracciato, mortificato e sconfitto il leader maximo della sinistra post e neo comunista a cui è rimasta ormai solo l’etichetta di leader e quella di maximo, dato che nelle analisi dimostra un totale obnubilamento che lo fa continuare, infatti, ad arrovellarsi il cervello su tattiche e giochi di corridoio contro l’eterno rivale Ualter Veltroni. Vi è di più. Persevera nell’errore dell’isolamento rifiutando il dialogo sulle riforme con la maggioranza e bollando come ‘scellerate trasversalità’ ipotesi di accordi col nemico giurato Silvio Berlusconi.

Quel che dimostra che non c’è speranza, per i sinistri, di un loro rientro nell’agone politico vero non è solo lo snobbare quanti dichiarano che si rischia di restare al palo per molti anni, quanto l’atteggiamento del Bersani che dinanzi agli attacchi non trova di meglio che dichiarare che vuole parlare con tutti, dai 49 senatori protagonisti del ‘pronunciamiento’ allo stesso Grillo. Si continua a pensare, quindi, che tutto possa essere ricondotto a incontri, trattative, confronti ed accordi, dimenticando che a muovere idee e persone sono solo le politiche, le scelte vere che per essere tali non debbono, per forza, essere diverse da quelle della maggioranza.

Le scelte vanno commisurate agli interessi dei cittadini, alla costruzione di un Paese normale, alla fuoruscita dalla crisi, al ripristino della divisione dei poteri, all’isolamento ed alla messa fuori gioco dei settori più scatenati della magistratura che deve ritornare ad essere semplice gestione della giustizia senza ‘missioni di redenzione della società’, alle scelte economiche che guardino all’interesse dell’Italia, alla riforma del fisco ed al suo federalismo, alle decisioni sulle grandi opere, in una parola ad un serie di scelte che dimostrino il ritorno, di questa importante forza politica, tra quelle che hanno il senso dello Stato.

La gente ha espresso il suo disappunto, con l’astensione o con il cambio di schieramento, anche perché non condivide atteggiamenti che considerano positive alcune scelte se a farle è il centrosinistra, e negative se sulle stesse si impegna il centrodestra. Riforma dello Stato, grandi opere, Ponte sullo Stretto, energia, interventi militari all’estero, sono tutti esempi di scelte tattiche contingenti senza alcun senso dell’interesse vero della Nazione.

Senza il ritorno ad una politica che abbia respiro nazionale, sarà impossibile rientrare nel gioco dell’alternanza, e tutto si ridurrà con o senza Bersani ad inseguire le estremizzazioni che a turno faranno Di Pietro, Grillo, popolo viola, magistratura militante e, dulcis in fundo, quello che produrrà l’eterna lotta tra D’Alema e Veltroni. L’Italia con le scelte sulle regionali ha già detto che non gli interessano.
Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 2.4.2010

LA ‘CHIAMATA ALLE ARMI’ E’ STATA GIUSTA E NECESSARIA

La discussione che si è innescata sul dopo manifestazione del 20 marzo, se era o non era opportuno che il PdL e Berlusconi vi ricorressero, ha tutto il sapore di una incredibile discussione sulla lunghezza del dito che indica la luna. Sembra, in definitiva, una discussione sul sesso degli angeli che sta trascurando ciò che la manifestazione ha prodotto e i cui effetti saranno quanto prima visibili sia nel Paese che all’interno stesso della coalizione dei moderati.

Non tutti, però, stanno facendo questo errore, che tale non è per quanti tendono a sminuire la portata dell’iniziativa e lavorano per ridimensionare l’appeal che la stessa ha determinato nella società, ma ad alcuni (che non possono certamente essere catalogati nella schiera delle penne e dei giornali ‘golpisti’ o pseudo indipendenti), è sfuggita la cosa più importante, e cioè l’emersione, con la manifestazione, di un ‘fiume carsico’ (poco importa stabilirne il numero esatto) che, malgrado gli accanimenti infiniti contro il premier, continua a scorrere gonfio e rigoglioso.

Ancora una volta Berlusconi ha saputo ‘far sgabello delle difficoltà’ e trasformare la situazione in cui si trovava in un vero e proprio trionfo. Ancora una volta ha saputo dire al ‘fiume carsico’ di stare tranquillo perché c’è chi non è per nulla impaurito dell’accanimento mediatico-giudiziario e sa collocarsi saldamente alla sua testa, ed è quello che il ‘fiume carsico’ voleva sentirsi dire, ma ha anche detto con la sua emersione.

Questa emersione è già, di per sé, un fatto rivoluzionario perché ha dato visibilità a quella maggioranza silenziosa che, tradizionalmente, preferisce la riservatezza e che, stavolta, ha voluto rispondere alla ‘chiamata alle armi’ per dire No agli attacchi tesi a liquidare un leader col quale si trova in sintonia, e No agli attacchi alla sua squadra considerati tentativi di liquidare le cosiddette ‘casematte’ che sono capisaldi della forza di un premier. In parole semplici per difendere la democrazia ed evitare il ripetersi del film di mani pulite quando si è lasciato un popolo senza classe dirigente e la ‘gioiosa macchina da guerra’ era pronta per la presa del Palazzo d’inverno.

Con la manifestazione di Roma, necessaria e urgente non solo per l’imminenza del voto regionale, ma anche per dare una dritta all’azione del Governo, Berlusconi ha voluto parlare non solo al suo popolo (il fiume carsico) ma anche, inutile nasconderlo, ai guastatori che, come cavalli di Troia, hanno frenato, dall’interno del PdL, l’azione dell’esecutivo su una serie di provvedimenti urgenti (intercettazioni, separazione carriere e ruoli in Magistratura, par condicio, immunità, ecc.) che sono l’ossatura per ripristinare l’autorità di un potere messo ultimamente in discussione e fortemente indebolito dall’azione di settori, per fortuna minoritari (ma non per questo meno pericolosi) di un potere antagonista come si può giudicare la parte di PM (una generazione di sessantottini) che persegue l’aggressione al premier come missione da compiere.

Chi pensava, fuori e dentro il PdL, della imminente fine di Berlusconi ha fatto male i suoi calcoli. Il Presidente è più vivo che mai, è il più lucido, il più capace, il più amato dal popolo moderato (ed anche per questo il più odiato dall’altra parte di popolo), e dopo San Giovanni l’unico vero leader del PdL che ha ricevuto dalla piazza l’incarico d’andare avanti senza tentennamenti per rifondare il Paese, ripristinare la legalità costituzionale ed evitare l’ascesa al potere degli incapaci.

Le vecchie strade, fatte di proclami tipo ‘pronunciamienti’ sudamericani, non sono più possibili. Le pulci fatte, sistematicamente, al premier non possono più essere tollerate. E’ urgente e necessario rispondere coerentemente all’invito pressante venuto della piazza perché non è più tempo di giochi di corridoio. Su questo percorso si deve andare avanti senza badare a chi si attarda per strada (difficoltà d’analisi, speranze represse, convincimenti di indispensabilità o altro) che, anziché badare al paese, pensa sia giusto lavorare a soddisfare il proprio Io.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 22.3.2010

PONTE: ORA LA SFIDA PER UN’AREA D’ECCELLENZA

Si fa un gran parlare del Ponte sullo Stretto di Messina. Sia all’interno dell’Area dello Stretto sia oltre, vuoi per il rilievo dell’opera, vuoi per il suo costo imponente di circa 6.4 miliardi di euro, vuoi per la portata “sofisticata” che la costruzione comporterà. Se l’idea progettuale risale a decenni fa, solo adesso il suo iter sembra aver imboccato la strada giusta e ci vorranno forse sette anni prima di poterlo ammirare nel 2017, anno della sua entrata in funzione.

Sarà per questo che il confronto delle posizioni ha raggiunto livelli incredibili che si sostanziano, malgrado tonalità intermedie, tra un sì ragionato e il no incondizionato, espresso dai paladini del non fare. E dato che il parlare è uno degli sport più diffusi nel Paese, di certo, nel corso dei prossimi mesi ed anni, si assisterà ad un crescendo rossiniano con grida di dolore prive d’originalità, e totalmente sganciate dalle opportunità che il Ponte potrà garantire in termini di crescita economica e di nuova capacità d’impresa.

C’è, quindi, il rischio che si continuerà a banalizzare sul costo complessivo dell’opera, volgarizzare il rapporto tra pedaggio e costo totale dell’investimento, polemizzare sulle discariche, disegnare scenari catastrofici sulle tonnellate di cemento e di acciaio necessarie alla realizzazione, teorizzare anche sul costo del singolo bullone, criminalizzare il Ponte per ogni minimo problema che potrà presentarsi. Un modo di agire che sta già mostrando tutti i suoi lati negativi nascondendo la più totale incapacità alla lungimiranza e l’assenza di una visione d’insieme per lo sviluppo. Semplicemente, forse, per non metterci alla prova.

Con questo non si vuole affermare che la costruzione del Ponte non possa presentare aspetti che meritano attenzione e cautela, ma questi vanno lasciati agli addetti ai lavori, e non alle sterili discussioni e dibattiti che appassionano gli improvvisati ingegneri, architetti e tecnici vari. Se le discariche devono essere limitate e circoscritte, per ridurre l’impatto ambientale, queste dovranno essere ‘lasciate’ alla sapienza degli ingegneri e dei geologi delle due regioni interessate alla costruzione. Se è necessario, come è necessario, contrastare le possibili infiltrazioni mafiose, vanno stimolate le istituzioni pubbliche che sembrano, comunque, avervi già posto mano col protocollo d’intesa dei giorni scorsi. Se vi sarà l’aumento del costo dell’acciaio esso sarà un problema per i tecnici della società contraente, e non lo si faccia diventare elemento di leggeri ragionamenti economici.

La realizzazione a regola d’arte dell’opera coniugata con la necessità che il costo non lieviti neanche di un euro oltre la somma preventivata – malcostume diffuso nel caso dei lavori pubblici in Italia – lasciamola ad imparziali e diligenti controllori. E il check-up qualitativo del cemento e dell’acciaio, affinché l’opera non subisca danni alle piogge di fine agosto o alle prime scosse di terremoto, facciamolo fare ai genuini addetti ai lavori.

La buona politica, non quella volta agli interessi di bottega o quella costruita su vuoti discorsi dei sobillatori del non fare, dovrebbe preparare l’appuntamento del 2017 con una visione seria dello sviluppo in un’ottica italiana e mediterranea. Il Ponte sarà il nostro “Cavallo di Troia“, in quanto implica una sfida con noi stessi! Se il Ponte avrà la campata unica più lunga al mondo grazie alla tecnologia più avanzata, se il Ponte ci garantirà un palcoscenico di visibilità unica e rara, se il Ponte sarà, oggettivamente, una ‘meraviglia’ che attirerà masse di visitatori, perché non ci prepariamo all’evento con tutte le carte in regola?

Continuando a spendere fiumi di inchiostro si rischia di rimanere fermi al palo, e di arrivare al 2017 certamente con un solenne risultato ingegneristico di livello mondiale, ma realizzato in un debole contesto culturale e sociale. Di sicuro non ci sarà il deserto attorno al Ponte, come alcuni maestri del cattivo pensiero tentano di far credere, ma certamente non primeggeremo in niente. I tanti segmenti della nostra società, della cultura, del mondo imprenditoriale e quant’altro dovrebbero raccogliere la sfida – a prescindere dal sì o dal no al Ponte – immaginando lo scenario del 2017 per una forte Area dello Stretto, capace di reggere la competizione all’interno del Mediterraneo e diventare vero polo di attrazione.

Pochi esempi sono illuminanti. Una nuova filosofia dello sviluppo urbano che collochi le nostre città tra le più vivibili e verdi al mondo. Un moderno sistema di servizi delle pubbliche amministrazioni, locali e regionali, per dotare il territorio di un efficiente braccio operativo. E perché non darci un piano ambizioso per la cultura universitaria dell’Area dello Stretto del 2017, volto a costruire una realtà universitaria a livello mondiale? Un’unica Università dello Stretto o federando le tre oggi in attività (Messina, Mediterranea e per Stranieri) con l’obiettivo di collocarsi tra le prime 200 al mondo. E poi centri di ricerca davvero di eccellenza secondo i criteri internazionali. L’aspetto decisivo in un nuovo modo di operare, comunque, sta nel confrontarsi con una realtà che necessita di obiettivi precisi senza i quali si continuerebbe a mancare la meta, a confondere gli strumenti con gli obiettivi, e, soprattutto, a nascondere responsabilità ed incapacità. Serve una classe politica ed amministrativa capace di implementare pochi e ambiziosi propositi, con un nuovo modo di fare ‘sistema’. Governi regionali capaci d’utilizzare le tante risorse europee sino ad oggi spese goffamente, e un Governo nazionale che sappia aiutare questa nuova stagione dell’eccellenza e le aspirazioni delle aree interessate.

Al contrario, invece, si continua a discutere solo e soltanto di tematiche estranee alla scadenza del 2017 e si persevera nell’errore di polemizzare su cose che ci sospingono indietro nel tempo. Forse non si ha il coraggio di vedere il Ponte calato in un’altra realtà, e si preferisce mantenerla identica ad oggi. Sarebbe, però, un gravissimo errore che ci allontanerebbe anni luce da processi di sviluppo che debbono, invece, accompagnare la costruzione dell’opera.

Non è difficile fare, fino in fondo, la nostra parte e prepararci alla scadenza del 2017. Bisogna, però, agire subito per avere il tempo di elaborare piani d’insieme per il prossimo quinquennio. Non servono nuovi o enormi investimenti come alcuni potrebbero credere, ma soltanto ripensare la strategia della mano pubblica con le giuste idee. Programmi semplici ma ambiziosi, che siano di dominio pubblico, con obiettivi intermedi e finali da valutare, scadenze da rispettare, centri di responsabilità da osservare. Coniugando idee, piani, rigore scientifico e sforzo realizzativo.

Se non si è in grado di raccogliere questa sfida, programmando il tempo che ci separa dal 2017, dando il meglio di noi stessi all’interno delle nostre aree di competenza, se non si è in grado di ragionare e formulare sin da subito percorsi veramente virtuosi da tradurre in realtà esaltanti, allora gli amministratori farebbero bene a fare un passo indietro, anzi forse due.

Bruno SERGI*
Giovanni ALVARO**

* Università di Messina
** Direzione nazionale Nuovo PSI

Reggio Calabria 19.3.2010

NON UN PASTICCIO MA UN TENTATO ‘FURTO ELETTORALE’

E’ normale che subito dopo le notizie delle esclusioni delle liste del PdL e dei listini di Formigoni e Polverini, a Roma e in Lombardia, si sia parlato di caos delle liste, del pasticcio delle liste, del pasticciaccio elettorale, di dilettanti allo sbaraglio, di presunzione e faciloneria, crocifiggendo i vertici del partito delle due regioni e poi ‘massacrando’ i presunti responsabili individuati nei presentatori della documentazione agli Uffici Circoscrizionali.

Via via però che passava il tempo e via via che dalla nebbia emergevano i veri contorni della vicenda si è delineata quella che appare una vera e propria manovra politica che sembra avere nei radicali i killer delle operazioni e negli antiberlusconiani gli ideatori. Sembrava assurdo, infatti, che solo il PdL fosse incappato nelle maglie inflessibili di una burocrazia che non ammette deroghe, o che solo il PdL fosse così poco accorto nel realizzare la documentazione necessaria alla presentazione delle liste elettorali. Due assurdità incredibili ed praticamente impossibili.

Gli errori formali, infatti, possono esserci ma (come per i sondaggi) sono equamente distribuiti. Dimenticanza di qualche firma, uso di bollo lineare e non tondo, mancanza della citazione dell’art. 14 legge 53/90, assenza della data di raccolta delle firme, assenza della qualifica dell’autenticatore, trascrizione del firmatario in stampatello o in corsivo, assenza di alcuni certificati d’iscrizione alle liste elettorali, e così via. Sono errori formali presenti chiaramente in tutte le documentazioni, anche quelle curate da superpignoli. E sono errori che, il più delle volte, vengono trascurati dagli uffici stante la loro non influenza nel determinare la volontà dell’elettore.

Anche per la presentazione i delegati a farla, la fanno anche dopo lo scoccare dell’ora x. Vige infatti la regola che siano ammessi tutti coloro che, nel preciso istante della scadenza, si trovano nei locali predisposti all’accettazione e che debbono attendere il loro turno. Ciò perché essendo normale presentarsi all’ultimo momento e dovendo perdere almeno 20/30 minuti, a lista, per la consegna e la ricezione del relativo verbale, le operazioni conseguenti arrivano anche a superare di due ore la scadenza prevista delle ore 12. Tra coloro che attendono il loro turno, tra l’altro, si crea un clima di reciproca solidarietà e tolleranza perché questo passaggio (il deposito delle liste) non è stato mai considerato parte fondamentale dello scontro tra i partiti, nè occasione per ‘sgambetti’.

Stavolta non è stato così. Alfredo Milioni e Giorgio Polesi, protagonisti di decine di presentazioni, quindi persone esperte, sono stati oggetto di un vergognoso ‘sgambetto’. In barba ad ogni civile rapporto tra ‘colleghi’, si è approfittato, infatti, da quel che hanno raccontato i due presentatori di Roma e che regolarmente è stato inserito nel ricorso, di un momento di distrazione per il cambio a ‘tenere la fila’, per trovarsi bloccati e impediti a rientrare nei confini delimitati da una ipotetica linea gialla, dai signori radicali (aiutati dal Presidente dell’Ufficio e dalla forza pubblica) malgrado oltre la linea ci fossero i plichi depositati.

A Milano è andata ancora peggio e Formigoni lo ha denunciato energicamente. L’Ufficio Circoscrizionale ha accolto un ricorso dei radicali (che non ne avevano titolo), e ha consegnato loro la documentazione della lista del Presidente che è stata spulciata, studiata e non si sa cos’altro, per ben 12 ore senza la presenza del rappresentante legale della lista stessa (altra anomalia). Tanta solerzia non si è usata per le altre liste sulle quali ha chiesto poi di verificare il Governatore uscente che, alla presenza dei rappresentanti delle rispettive liste, ha riscontrato in esse diversi e svariati errori.

E’ assurdo che ancora oggi i media continuano a parlare di pasticcio delle liste, e che lo facciano anche i giornali amici dei moderati, mentre c’è da parlare di tentato furto elettorale, perché si è tentato di ottenere, con l’eliminazione dell’avversario, una vittoria altrimenti impossibile. Il risultato del ‘furto’ sarebbe stato quello di eleggere governi regionali con la partecipazione di poco meno del 40% degli elettori in Lombardia, e meno del 50% nel Lazio.

Di Pietro aveva dichiarato di volere la vittoria sul campo e non a tavolino, ma guarda caso ha cambiato idea quando l’avversario è di nuovo spuntato all’orizzonte. Forse mentiva per dimostrare la sua disponibilità e ottenere qualche insperato sostegno. Di certo è così impaurito del confronto democratico che è totalmente andato su di giri con la richiesta di impeachment per Giorgio Napolitano reo d’aver aiutato a ripristinare la legalità democratica facendo partecipare al voto milioni di elettori che con il tentato ‘furto’ erano stati esclusi.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 6.3.2010

BIPOLARISMO? E’ MEGLIO E PIU’ FACILE VINCERE DA SOLI

Quanto si è verificato a Roma e in Lombardia, con le esclusioni, almeno finora, delle liste del PdL e del listino di Formigoni, è qualcosa di veramente sconcertante come sconcertanti sono le dichiarazioni seguite che azzerano, in un sol colpo, tutte le filosofie sul bipolarismo. E’ chiaro infatti che senza uno dei contendenti la partita è inesistente e il bipolarismo è praticamente scomparso.

La cosa certamente esalta chi non assaporava la vittoria da molto tempo, ed era destinato a non assaporarla neanche adesso, e crede che ottenerla, con qualunque mezzo, sia un dono del cielo che non si può rifiutare. Tra essi ci sono i radicali che sono stati i protagonisti delle due vicende, a Roma vietando con la violenza l’accesso agli uffici circoscrizionali, e in Lombardia con un ricorso ben orientato di Marco Cappato. Ma ci sono anche i signori del PD con in testa Bersani che ripete in modo monocorde ed ossessivo che le regole sono regole e vanno rispettate.

Che in Lombardia ci sia solo un 40% che li sostiene è irrilevante, che nel Lazio il malgoverno e le vicende Marrazzo non vengano sottoposte al giudizio degli elettori e che questo giudizio non possa influire sulla ricerca di una nuova classe dirigente, è pure là di secondaria importanza. Ma chi se ne importa che è solo una minoranza a determinare le scelte politiche nelle contrade lombarde? E chi se ne frega, dicono sinistri e radicali, che a Roma non vi sia partita sulle vicende passate e sui programmi futuri, e si porta alla Presidenza della regione una mangiapreti come Emma Bonino?

L’importante è vincere e, parafrasando Borrelli, vincere, vincere, vincere. Conquistare posti di potere ed occuparli con qualunque mezzo e con qualunque colpo di fortuna sembra l’imperativo categorico che anima l’incolore e monocorde Pierluigi Bersani. Il lungo digiuno di potere patito, soprattutto in Lombardia, dal partito da lui diretto, ha fatto letteralmente perdere la testa ai soloni della sinistra, e ad una miriade di partiti, partitelli e movimenti, i cui dirigenti sperano, come Bobo Craxi, che la vicenda regali loro qualche briciola come una elezione che prima era soltanto un improbabile sogno.

I problemi della democrazia, e il vulnus ad essa inferto, (dimostrando quanto sia ‘alta’ la capacità di guardare oltre il contingente) passano in secondo ordine. Adesso è il momento d’incassare (se è possibile incassare), e tutti sono in fila chiedendo rispetto delle regole. In questo coro di possibili ‘miracolati’ c’è solo una voce diversa. Sembra assurdo, incredibile, sconvolgente ma è così soprattutto per Bersani e company che stavolta sono stati scavalcati a destra, o meglio, che stavolta hanno subìto una lezione politica inimmaginabile. C’è un signore, infatti, che vuole vincere sul campo, che rifiuta la vittoria a tavolino, tanto inseguita e pretesa dai suoi alleati, che chiede una soluzione politica all’intera vicenda. Incredibile, ma vero, si tratta di Antonio Di Pietro.

Non crediamo a improvvise conversioni democratiche sulla via di Damasco del trattorista di Montenero di Bisaccia. Se Di Pietro, infatti, sceglie la politica, e vuol trovare una soluzione al problema, vuol dire che non vuole che i suoi alleati vincano in alcune regioni. Li preferisce all’opposizione dove egli è un gran maestro e sa dirigere il ballo, o forse li conosce meglio di altri e li vuol tenere lontani dal potere visto come l’hanno gestito Antonio Bassolino e Agazio Loiero.

Ma la ‘conversione’ di Di Pietro, qualunque sia la motivazione, è una lezione a chi ciancia di democrazia, di Costituzione e si schiera contro la maggioranza di intere popolazioni.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 4.3.2010

SE SULLE LISTE SI ABDICA LA PARTITA E’ NETTAMENTE PERSA

No, non mi convince per nulla che il terreno di gioco debba essere scelto dagli altri, come purtroppo sta avvenendo con la nuova ‘moda’ del ‘bianco che più bianco non si può’, che, tra l’altro, è un film già visto che gli immemori debbono sforzarsi di ricordare prima di cavalcare le nuove mode che, tra le righe, nascondono propositi forcaioli.

Ai tempi di ‘mani pulite’ avvenne che per non essere accusati di ostacolare il cammino della giustizia-pulizia la classe politica (soprattutto quella che era nel mirino dei ‘falsi rivoluzionari’) depose le armi, senza alcun onore, e pavidamente si fece dettare le scelte che il Parlamento rese legali come l’abolizione dell’immunità parlamentare. E anche prima dell’avvio del tentativo di presa del Palazzo d’inverno, la stessa classe politica, che doveva essere collocata sulla pira ad ardere, scrisse sotto dettatura ‘l’amnistia’ del finanziamento illecito ai partiti fino al 1989, e l’introduzione di forti e illimitati poteri ai PM.

Sono i tre passaggi fondamentali della strategia ‘golpista’ dei comunisti di allora. Con l’amnistia si metteva il PCI al riparo da possibili incidenti di percorso (finanziamento estero, condivisione del ‘finanziamento interno’, e sistema delle coop); con la modifica del ruolo e dei poteri dei PM si promuoveva la generazione dei sessantottini approdati in Magistratura per poterli usare adeguatamente per la ‘via italiana al potere’; con la rinuncia all’immunità ci si presentava nudi dinanzi ai plotoni di esecuzione per essere definitivamente spazzati via.

Ed è ciò che avvenne. Anche oggi con la vicenda ‘liste pulite’ si rischia di fare ciò che altri vogliono. Da una parte spostare i centri decisionali, nella formazione delle liste, dai partiti ai PM; dall’altra indebolire il caposaldo dei garantisti rappresentato dalla presunzione di innocenza dell’accusato, prevista , tra l’altro, dalla stessa Costituzione italiana; dall’altro ancora ridurre il consenso liquidando i candidati più forti. E’ abbastanza chiaro che sulle questioni di principio cedere una volta significa aprire una breccia dalla quale passeranno richieste sempre più oltraggiose e forcaiole.

Giustificare il cedimento con l’esigenza di non perdere qualche frazione di punto di consenso, e con l’esigenza di bloccare la possibile crescente polemica sulla questione, è solo un gravissimo errore. E’ una pia illusione pensare che togliere chi è stato condannato, in via definitiva, dalle liste (cosa normale e giusta e che già era prassi costante) sarà sufficiente, perché si chiederà di togliere anche quelli condannati in prima istanza, e poi di liberarsi anche di quelli semplicemente rinviati a giudizio, e indi di quelli più semplicemente indagati e con avviso di garanzia, e poi quelli che hanno un parente che ha salutato un inquisito di mafia, e infine, quelli iscritti ai partiti moderati che, soltanto per questo, saranno di sicuro possibili malfattori.

E’ chiaro, quindi, che l’obiettivo è ‘scarnificare’ i partiti considerati ‘nemici’. Ma immolarsi per far felici Di Pietro, Franceschini, Donadi, Bindi, Bersani e quant’altri è gesto semplicemente gratuito. Togliere dalle liste i condannati va bene, ma togliere anche gli indagati significherebbe delegare ai De Magistris di turno la composizione delle liste, ben sapendo che i PM alla De Magistris inquisiscono il mondo intero ma, alla fine, delle loro inchieste resterà soltanto il fumo, il pettegolezzo da bar sport e il crucifige mediatico del malcapitato, con la vita sconvolta e la carriera politica stroncata, dato che tutte, sottolineo tutte, le loro inchieste hanno fatto e faranno solamente flop.

E’ sopra le righe, quindi, invitare la classe dirigente moderata a maggiore cautela sull’argomento, senza farsi tirare dalla giacchetta dalle Angele Napoli disseminate per il nostro Paese? Berlusconi, da par suo, lo ha capito perfettamente, dovrebbero, però, capirlo tutti gli altri.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 25.2.2010

PONTE: BASTA CON L’IPOCRISIA SPECULANDO SU TUTTO

E’ un ritornello che non cambia mai, ed è un ritornello che non produce alcun effetto anche se viene cantato da un trio d’eccezione (si fa per dire) qual è quello che si è appalesato dopo la frana che ha investito il paesino di Maierato nel Vibonese in Calabria. Un Presidente nazionale dei Verdi, un Segretario regionale dei Comunisti Italiani, e un autocandidato a Governatore della Calabria successivamente targato IDV, hanno cantato una strofa a testa che, con piccole varianti, sostanzialmente era questa: “Fermiamo il Ponte sullo Stretto ed usiamo quei fondi per finanziare un piano straordinario per la messa in sicurezza del territorio”.

I tre signor No si atteggiano a novelli ‘salvatori della patria’ con una buona dose di ipocrisia finalizzata, (nelle loro misere speranze), a ‘rubacchiare’ qualche voto nella ormai imminente consultazione regionale. E ciò incuranti del ridicolo a cui si espongono ma di cui non si preoccupano. ‘Rubacchiare’ voti, anche se tra di loro e con i loro alleati, è l’ultima frontiera del loro impegno politico. Ma l’atteggiamento strumentale, con i forti lai per la gravità della situazione idrogeologica del territorio, è chiaramente intriso di malafede.

I tre sanno, e se non lo sanno si dedichino ad altre attività, che i fondi del Ponte sono quelli deliberati dal Cipe (1,3 miliardi di euro), e quelli frutto dell’aumento di capitale da parte della Società ‘Stretto di Messina’ (che ai 300 milioni iniziali ne ha aggiunti altri 900 qualche settimana fa). La parte di intervento pubblico, quindi, ammonta a 2,5 miliardi ed è pari al 40% del costo dell’opera. Il restante 60% sarà reperito sul mercato internazionale col sistema del project financing.

Di detti fondi, gli utilizzabili per altro sono solo quelli stanziati dal Cipe, così come fece, a suo tempo, il Governo Prodi sensibile, per mantenere unita l’armata Brancaleone, alle sollecitazioni verdi, rosse e arcobaleno di cui si era fatto interprete l’allora Ministro delle Infrastrutture, Alessandro Bianchi. Di quello storno, che bloccò l’iter esecutivo dell’appalto del Ponte, facendo perdere ben due anni, non si è vista alcuna traccia, tanto che nessuno saprebbe dire a cosa son serviti quei fondi, se veramente son serviti.

Basta, quindi, con l’ipocrisia. Spostare 1 miliardo e 300 milioni non serve a nulla. Il piano che viene pomposamente richiesto per mettere in sicurezza l’intero territorio nazionale costerà decine e decine di miliardi di euro e, quindi, non è possibile affrontarlo in tempi ravvicinati. Così come non lo ha potuto affrontare il Governo della cosiddetta sinistra che alternativamente, in questi 15 anni, è stato alla guida (?) del Paese, mentre qualcuno del trio è stato ed è ancora Assessore regionale della martoriata terra di Calabria distinguendosi per le campagne sul No e per i suggerimenti a Loiero che già da solo era in condizione di mal governare e di non comprendere la valenza strategica del Ponte sullo Stretto per il Sud e per l’intero Paese.

Il Ponte sarà, infatti, l’occasione che il Mezzogiorno dovrà saper utilizzare pienamente, perché non si tratta di costruire solo la struttura che permetterà l’attraversamento stabile dello Stretto ma di agganciarla ad un tracciato ferroviario che sopporti l’Alta Velocità (oggi ferma a Salerno), che si colleghi ad una autostrada che sia finalmente praticabile, e che sia supportata da una rete di porti che, attorno a Gioia Tauro, soddisfino la domanda di trasporto dal corridoio 1 verso il Medio ed Estremo Oriente e viceversa. Solo i ciechi e chi è in malafede non capisce che tutto ciò comporterà massicci interventi anche di salvaguardia e di difesa del territorio.

Speculare sulle disgrazie delle nostre popolazioni è quanto di più aberrante possa essere fatto. Ma tant’è, questa è la classe dirigente che ha distrutto il Mezzogiorno e che è necessario spazzare via definitivamente.

Giovanni ALVARO
Reggio Calabria 18.2.2010

IL DI PIETRO ROBESPIERRE SULLA VIA DEL TRAMONTO?

Chi l’avrebbe mai pensato che anche l’ex poliziotto molisano potesse usare toni più pacati e meno giustizialisti nelle sue esternazioni? Eravamo così abituati all’assenza della politica nei ragionamenti dipietreschi, al posizionamento su off dell’interruttore del cervello, e all’uso smodato della pancia, che siamo rimasti basiti per la correzione che il trattorista di Montenero di Bisaccia ha dedicato alle affermazioni stupefacenti che il nuovo idolo dei manettari, Gioacchino Genchi, ha fatto al Congresso dell’IDV.

Superata però la fase dello stupore, e perché abituati a tentare di leggere e interpretare ciò che si muove dietro le quinte, ci si è sforzati di capire i motivi di questa incredibile giravolta e ciò che bolle nella pentola dell’Italia dei Veleni. La ‘correzione’, comunque, se è servita a disinnescare il caso che stava montando all’esterno del Partito, non è servita per nulla a far rientrare le differenze all’interno dell’IDV. Infatti la ‘correzione-reprimenda’ al Genchi non ha liquidato la fronda interna, se è vero come è vero, che gli stessi concetti sono stati ripetuti, il giorno dopo, a Porta a Porta, dall’altro idolo dei pancisti, Luigi De Magistris.

Nel caso della giravolta di Di Pietro si può pensare ad un esaurimento della ‘spinta propulsiva’ dipietresca, come avrebbe detto Berlinguer, che ha fatto venir meno il sostegno di quei poteri forti che hanno allevato, sostenuto ed appoggiato il leader dell’IDV. Non è il Giornale di Feltri, infatti, che stavolta dirige l’orchestra, ma il Corrierone che ‘sbatte il mostro in prima pagina’ con foto conviviale dove l’unico a non essere dei servizi è, ufficialmente, solo Di Pietro.

La cosa sorprende innanzitutto l’interessato che non sa darsi una spiegazione e, nel dubbio su chi e perché, preferisce un ombrello protettivo quale può essere l’esperienza del PD. Alleanza elettorale, quindi, col partito di Bersani, dopo mesi e mesi di scontri sanguinosi, e sullo stesso altare il Tonino nazionale è costretto a toni concilianti ed a bere, addirittura, la cicuta rappresentata del candidato a Governatore della Campania, Vincenzo De Luca, che fino a qualche giorno prima veniva attaccato come plurinquisito e non degno del sostegno dell’IDV.

Reprimenda e fronda sembrano svilupparsi per evitare la caduta del vecchio leader e ottenere l’ascesa dei nuovi protagonisti interpreti delle spinte più giacobine ed oltranziste esistenti nel paese e che di volta in volta si sono proiettati sul palcoscenico del Paese come girotondi, V-day, No-B day, e che hanno individuato nell’IDV il movimento più adeguato alle aspettative forcaiole. Non si tratta quindi di scelte tattiche riconducibili solo alle elezioni prossime, ma di scelte obbligate per la sopravvivenza da una parte, e dettate dalla necessità di chiudere l’esperienza dell’attuale leadership, dall’altra. La fronda odierna, che cresce giornalmente nel Partito, è una fronda pericolosissima, e può portare alla stessa decapitazione del nostrano Robespierre.

La differenza rispetto al passato sta nel fatto che le fronde di ieri si sviluppavano partendo da ‘insoddisfazioni’ personali, magari riferite ai rimborsi elettorali, e le rotture con relative espulsioni dal partito non avevano nulla di politico: i frondisti venivano facilmente additati come gli ‘attentatori’ della linea giustizialista del leader ed eliminati, come zavorra inutile. Le fronde odierne si sono espresse solo dopo aver conquistato i cuori dei ‘pancisti’ ai quali si sono presentati come reali interpreti delle pulsioni giustizialiste che animano il corpo del Partito, e vengono individuati dalla base come reale alternativa politico organizzativa che, a differenza dell’ultimo Di Pietro, mantengono alta la bandiera dell’odio con un linguaggio appropriato e abbastanza forbito.

Se le cose stanno così sembra veramente un percorso programmato (servizi?), per poter passare ad un’altra fase. A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 10.2.2010

QUANTI ALTRI ‘BETTINO CRAXI’ L’ITALIA SARA’ COSTRETTA A RIVALUTARE?

La valutazione positiva dell’azione politica di Bettino Craxi non ha avuto bisogno d’essere demandata ai politici ed agli storici che non hanno vissuto, per nulla, le terribili vicende che hanno sconvolto l’Italia nei primi anni novanta con la ‘falsa rivoluzione’ che ha decapitato tutti i partiti di Governo spianando, illusoriamente, la strada per la presa del potere dei post comunisti.

Quest’anno, che segna il decennale della morte dello statista, a ricordare la figura e il ruolo nella modernizzazione del Paese non c’era solo la sparuta pattuglia dei craxiani doc e dei garantisti, senza se e senza ma, che annualmente, in quel di Hammamet, rinnovavano il rito del ricordo mai sopito. Stavolta nessun riflettore è rimasto spento e a tesserne le lodi si sono messi tutti, non considerando, ovviamente, fra di essi quelli che, come Antonio Di Pietro, hanno capacità di ragionamento circoscritta alla propria pancia.

Del resto non poteva che essere così. Grande è stato, infatti, l’apporto di Bettino nel saper rompere il gioco delle parti tra i due più grandi partiti dell’epoca, PCI e DC, che stavano stritolando tutti con il compromesso storico che, in definitiva, era una copertura per gestire il potere anche se da postazioni diverse, quali possono essere governo e opposizione, ma col meccanismo dell’inciucio. La grandezza dell’uomo sta inizialmente proprio in questa sua capacità di non lasciarsi intimorire dai due colossi che lo osservavano con sufficienza, e successivamente di procedere con risolutezza sul terreno delle scelte operative.

Quattro sono stati i punti focali della sua azione. Una delle prime iniziative è stata quella di mettere sotto controllo l’inflazione, ch’era ormai vicina al 20%. Con il decreto di San Valentino furono soppressi 4 punti di scala mobile bloccando il circolo vizioso che vedeva la rincorsa salari-inflazione. Contro quel decreto si scatenò l’ira del PCI di Berlinguer che promosse un referendum abrogativo che gli italiani respinsero a larga maggioranza: l’inflazione scese, nei quattro anni successivi, dal 16 al 4%, e Craxi colse sia la vittoria sull’inflazione, portando l’Italia a diventare la 5’ potenza industriale del mondo, che quella sul Pci avendo dimostrato che non poteva condizionare le scelte economiche e politiche del Governo.

Nello stesso anno Craxi riuscì a regolarizzare i rapporti con la Santa Sede definendo il nuovo Concordato tra Stato e Chiesa, che sostituiva integralmente quello del 1929, e con il quale si abbandonava la nozione di ‘religione di Stato’ e la ‘congrua’ (quel sistema di contributi che lo Stato italiano versava ai parroci) sostituendola con l’8 per mille.

In politica estera era chiara la scelta occidentale che fu sottolineata dalla decisione, dinanzi ai tentennamenti della solita Europa, di schierare gli euromissili a Comiso che provocarono lo smantellamento degli SS 20 sovietici, puntati su tutte le capitali europee, e che aprirono un processo che portò al disfacimento del blocco sovietico e della stessa URSS (scelta questa che cozzò con il ‘pacifismo’ a senso unico dei comunisti, e con le iniziative dell’arcobaleno del tempo). La scelta occidentale, infine, non poteva, per Craxi, significare rinuncia all’autonomia del Paese che, anzi, con la vicenda di Sigonella riceveva un’orgogliosa difesa: la sovranità italiana sul proprio territorio non poteva essere messa in discussione.

Sono quattro facce di una capacità di governo forte, di un leader che amava il proprio Paese e l’Occidente nel quale l’Italia era collocata, di uno statista che badava soprattutto agli interessi dello Stato che dirigeva. Una personalità indiscutibilmente scomoda da mettere, il più presto possibile, fuori gioco. E questo poteva avvenire scoperchiando il sistema del finanziamento illegale che foraggiava tutti i partiti, e contemporaneamente modificando corposamente i poteri dei PM. Il sistema giudiziario diventava un sistema in cui i PM erano i ‘padroni’ e gestori di ogni iniziativa accusatoria che è quella che serve per ‘rivoluzionare’ un paese. Questo è avvenuto, però, dopo essersi assicurati, lor signori, la cancellazione dei reati, inerenti il finanziamento illecito dei partiti, fino al 1989.

Si ruppe allora, come giustamente ricordava il Presidente della Repubblica, nella lettera inviata ad Anna Craxi, l’equilibrio tra politica e giustizia, e con l’accanimento su Craxi si ebbe la certezza (sottolineata da Napolitano) di quanto fosse profonda tale rottura. Quell’equilibrio continua ad essere fortemente sbilanciato rispetto alla politica, e l’accanimento contro Berlusconi ne è una prova lampante. Se non si interviene velocemente ci saranno altri che potranno cadere sotto la mannaia dei PM onnipotenti , e ci saranno altre rivalutazioni, tra 10 o 20 anni, che dovranno essere fatte.

E’ chiaro che sarebbe interesse di tutti ripristinare la ‘divisione dei poteri’, ma se si continua a fare un passo avanti e due indietro, è estremamente necessario procedere con la propria forza e i propri voti. Sarebbe questo il miglior regalo da fare alla memoria di Bettino Craxi.

Giovanni ALVARO

Reggio Calabria 21.01.2010

‘CAPIRE’ LA PORTATA STORICA E MEDITERRANEA DEL PONTE

Il tanto atteso Ponte sullo Stretto di Messina, un gioiello della tecnica ingegneristica che potrebbe vedere la luce tra circa sette anni, meriterebbe intelligenti meditazioni e non disprezzo pretestuoso e sconclusionato. Dato per scontato che il Ponte rispetterà le risorse paesaggistiche e ambientali dello Stretto e che resisterà a scosse sismiche anche di intensità pari a quelle che, il 28 dicembre 1908, hanno raso al suolo le due belle città di Reggio e Messina, proviamo a riflettere sui suoi aspetti positivi evidenziando l’interesse sulle sue enormi potenzialità.

Un primo aspetto da sottolineare è la natura di un investimento che, nel Mezzogiorno e nella stessa Area dello Stretto, rompe con gli inutili investimenti a pioggia degli anni ’70, che hanno generato corruzione ed inefficienze, aprendo una fase nuova con effetti trainanti sull’intera economia. Questo obiettivo era stato affidato ai fondi europei che si sono rivelati, purtroppo, un totale fiasco progettuale, un altro grande veicolo di corruzione e l’ennesimo insuccesso volto a determinare la ‘rottura’ di cui aveva ed ha bisogno l’intero Mezzogiorno d’Italia.

Si lega a questo primo aspetto la seconda riflessione. Lo scarto infrastrutturale del Sud nei confronti del Paese è francamente enorme e, a dire il vero, anche l’Italia soffre un gap di questa natura con il resto del continente europeo. Gli indicatori elaborati dal World Economic Forum sul ritardo infrastrutturale complessivo dell’Italia, infatti, “classificano” l’Italia al 72° posto in una graduatoria di 134 paesi. La dotazione in strade, ferrovie, porti e l’offerta elettrica non è paragonabile a quella esistente in Germania o in Francia. La stessa Spagna, che accusava ritardi trentennali, è oggi al 28° posto in graduatoria! E chiaro che il sud presenta una situazione più critica registrando una sottodotazione di infrastrutture di trasporto sia quantitativa che qualitativa. Senza un elettrochoc, e il Ponte ha anche questa funzione, il sud non avvierà mai un virtuoso processo di crescita.

La dotazione infrastrutturale è poi indispensabile per il turismo. Tra il 2008 e il 2009 si è sofferto per un calo delle presenze (italiane e non) in Calabria e in Sicilia con riverberi sul terreno occupazionale e, quindi, sul Pil delle due regioni già abbastanza ridotti con il loro 12% di provenienza turistica a fronte di un Pil della vicina Malta che registra un apporto del 34% dallo stesso settore. “Avvicinare” le due regioni al dato maltese, con la crescita occupazionale nel settore turistico, si rivelerebbe in tutta la sua portata positiva. A livello europeo quasi l’80% dei viaggi con l’Alta Velocità avviene per motivi di “svago” e, per buon senso, l’Alta Velocità estesa alle più “lontane” province siciliane genererebbe nuovi flussi di traffico turistico dando fiato ad una vera stagione dell’industria del turismo, un settore che potrebbe finalmente rivelare le sue potenzialità moltiplicative e trasversali sulla formazione del Pil e del lavoro.

Gli “arrivi” turistici a livello mondiale, nel 2008, sono stati pari a 924 milioni e si stima possano salire a 1600 milioni nel 2020. Un minimo di buon senso porta ad affermare che basterebbe intercettare anche una piccola parte di questa crescita per “rivoluzionare” le due regioni. Già il manufatto è elemento di attrattiva turistica e con l’Alta Velocità diventerebbe più ‘visitabile’ della stessa Torre Eiffel o dei famosi ponti newyorkesi o londinesi. A dire il vero, il Ponte sarà sinergicamente valorizzato con gli altri magici tesori paesaggistici, artistici, storici e culturali della Calabria e della Sicilia e “sedurrebbe” milioni di turisti garantendo un nuovo turismo di benessere e ricchezza.

Una quarta prospettiva meritevole di attenzione è che la costruzione del Ponte metterà in moto una mole di lavoro con benefici diretti ed indiretti sin da subito. Decine di migliaia di persone, da manovali ad eccellenze di qualità e, nel medio e lungo periodo, rafforzerà la cultura d’impresa. Il Ponte sarà, per forza di cose, non solo funzionale al turismo, ma anche agli imprenditori, ai pochi che già operano in Sicilia e Calabria e ai tanti, nuovi italiani e stranieri, che potrebbero finalmente decidere di investire da noi utilizzando le nuove infrastrutture e mettendo a profitto la posizione geografica decisamente interessante perché al centro del Mediterraneo.

Una rete moderna ed efficiente di infrastrutture, di linee ferroviarie ad alta velocità, di più vie del mare, di porti adeguatamente ristrutturati, di aeroporti più dinamici e aperti ai flussi turistici, e di ogni altra forma di comunicazione internet veloce, tutto ciò abbasserebbe gli attuali costi di trasporto dando maggiore competitività al sud che diventerebbe, così, una vera “cerniera” tra l’Europa e il Nord Africa, un collante tra due realtà che avranno nei prossimi decenni un ruolo strategico nell’economia mondiale. Il Mezzogiorno diventerà, giocoforza, una piattaforma logistica di immenso interesse per l’intera Europa.

Le motivazioni favorevoli al Ponte sono, quindi, molteplici e forti. Il no al Ponte è, invece, un atteggiamento “subalterno” a logiche contrarie al vero sviluppo, che sconfina in una sorta di antimeridionalismo. La classe politica “pensante” deve avere ben chiaro che le polemiche in corso cresceranno fino a diventare rumorose perché l’organizzazione che vi ruota attorno ha l’interesse ad appellarsi ad inutili ampollosità, a furbesche manipolazioni delle relazioni economiche, ad irresponsabili catastrofismi.

In qualsiasi altro Paese del mondo il Ponte sarebbe già realtà da tantissimi decenni, ma l’Italia sconta troppe lentezze burocratiche, molte indecisioni politiche, tantissima speculazione culturale. Per un rilancio economico delle due regioni, anche in chiave mediterranea, diciamo sì al Ponte.

Bruno SERGI* – Giovanni ALVARO

*prof. Economia Internazionale
Università di Messina

Reggio Calabria 11.01.2010

PROCURA: UNA BOMBA CHE APRE SCENARI SCONVOLGENTI

Uno tra i più abusati commenti sulla bomba, quella fatta esplodere dinanzi al portone della Procura Generale di Reggio Calabria, è che essa punti a intimidire i Magistrati per la loro attività contro i boss e i sequestri dei loro patrimoni. L’obiettivo sarebbe quello di farli recedere da questa posizione e farli diventare più docili e malleabili. E’ una tesi, però, che non sta né in cielo né in terra.

E vediamo perché. Gli stessi che oggi si accontentano di una lettura riduttiva hanno dipinto, in tutti questi anni, la ‘ndrangheta come una delle più potenti organizzazioni criminali, poco penetrabile per la sua struttura organizzativa fondata soprattutto sull’affiliazione familiare e, quindi, poco incline al pentitismo. Un’organizzazione in grado di mantenere rapporti internazionali, soprattutto col Canada e la Colombia, e diventare punto di riferimento del flusso della droga e del commercio delle armi, e in grado dei riciclaggi finanziari. Una struttura, quindi, non rozza, accattona e folkloristica, che sa usare solo le armi, ma struttura che ha menti lucide e capaci, in grado di ‘ragionare’ e saper ‘leggere’ gli scenari che un proprio atto può determinare.

In sostanza un’organizzazione che, a differenza della mafia di Riina, è poco incline all’esposizione mediatica ed è molto protesa a vivere nell’ombra. Il livello degli ‘affari’ è così alto che le attività illecite realizzate in Calabria hanno solo l’obiettivo di finanziare la rete organizzativa locale e mantenere il proprio dominio su un territorio che è soprattutto base logistica delle attività internazionali. Tra l’altro, la capacità di leggere gli scenari, non poteva non far escludere che l’obiettivo di un allentamento delle procedure di sequestro dei patrimoni non si sarebbe potuto ottenere perché l’azione di intimidazione collettiva come, a prima vista, è sembrato l’obiettivo della ‘bomba’, non è mai producente. I riflettori accesi, l’attenzione nazionale alle stelle, la necessità dello Stato di dare risposte immediate avrebbero giocato, come stanno giocando, contro l’ottenimento di visibili risultati. Mentre lo può essere l’attività intimidatrice individuale.

Ma se questo è vero bisogna capire a chi la bomba ha voluto parlare, e bloccare subito un processo di condizionamento che, con l’andar del tempo, provocherebbe una vera e propria sudditanza ai voleri della ‘ndrangheta da parte di chi, per debolezza o altro, ha ceduto magari una volta o così è apparso ai suoi interlocutori. Questa è comunque una ipotesi che ci si augura non sia vera e lo speriamo ardentemente. Se questo, però, non è vero bisogna prendere in considerazione l’altra ipotesi che è tutta interna alle organizzazioni mafiose.

Ecco perché. La falcidia di boss caduti nella rete (ben 11 tra i 30 più pericolosi sono ‘ndranghististi) delle squadre ‘catturandi’ per l’azione sempre più incisiva degli organi dello Stato, inclusa la Magistratura che, ultimamente, non è stata attratta dalle luci della ribalta com’è avvenuto in passato quando si inseguivano teoremi e si perseguivano colletti bianchi, può aver spinto forze emergenti della mafia ‘chianota’ (cioè della Piana di Gioia Tauro) a tentare di rompere la tradizionale ‘autonomia’ delle cosche reggine per puntare alla piramidizzazione mafiosa sul modello siciliano. Se gli esecutori dell’attentato sono della Piana l’ipotesi finisce d’essere tale e lo scenario che si apre sarà abbastanza sconvolgente: si assisterà all’inizio di una terza cruenta e feroce guerra di mafia che mette in discussione poteri consolidati e certezze acquisite.

Nell’un caso e nell’altro i tempi che ci attendono saranno abbastanza delicati, e questo quando Reggio si era affrancata, nazionalmente, dal marchio di città violenta e mafiosa.

(Giovanni ALVARO)

Reggio Calabria 6.01.10